La sindrome di Pointbreak

Jacopo Nacci, 12 gennaio 2007

Nel 2005 il mio amico Monsa pubblicò un pezzo intitolato La sindrome di Pointbreak sul forum di Cami74, nella sezione hip hop pesarese, sezione che oggi non esiste più. Credo sia importante che La sindrome di Pointbreak rimanga a galleggiare nella rete come una bottiglia che, invece di trasportare un messaggio, trasporta la riproduzione in scala di un veliero. Il veliero in scala dentro la bottiglia, infatti, non può portarti da nessuna parte; è un prodotto che nessuno si prenderà la briga di retribuire, realizzato da una forma di vita che, paradossalmente, il mondo ha contribuito a genererare, senza per questo volersi preoccupare delle conseguenze di una tale genesi.
Lunedì il prossimo post.

La sindrome di Pointbreak – di Monsa

Io, Chrystelle e Ippolito facciamo quasi 100 anni in tre e, nonostante io nuoti i 1500 stile libero molto più velocemente di quanto voi possiate immaginare, i miei 31 anni si vedono tutti e quelli di Chrystelle e di Ippolito, forse, ancor di più.


Parlavo l’altra mattina della sindrome di Pointbreak, probabilmente il miglior film della Katrin Bigelow – nota ai più come la ex moglie di James Cameron e la regista del sopravvalutato Strange Days – e mi viene, ora, voglia di aggiungere qualche considerazione su questo film, su quella che io considero la sindrome di Pointbreak e sul momento che stiamo vivendo.
Se una sera qualcuno vi dovesse avvicinare e vi dicesse che Pointbreak è un film sul surf, statelo ad ascoltare ed offritegli anche da bere: non avrete migliore occasione per vedere un coglione all’opera. Se Pointbreak è un film sul surf, Blade Runner è un film sulle cellule staminali e Vacanze di Natale il canto del cigno di un regista innamorato del buongusto. Non voglio fare il “Messia dei poretti” ma il film della Bigelow non faceva altro che chiedersi quello che, in fondo, vi state chiedendo da sempre: fino a quando mi sarà concesso fare questa vita? Fino a quando il mio primo e unico pensiero, la mattina quando scendo dal letto, la sera quando riaccompagno a casa la fidanzata, sarà l’allenamento di breakdance? Quante cose sarò in grado di sacrificare e a quante dovrò rinunciare per diventare quello che voglio essere? E poi? Cosa succederà dopo? Avrò altri traguardi o mi riciclerò come un mediocre ideatore di serate hip hop, un dj, un musicante, un coreografo? Se non vi siete mai posti queste domande è solo perchè o siete troppo giovani e non avete mai pagato di tasca vostra il pieno di benzina nella macchina di papà o siete troppo stupidi. Se, invece, come sono sicuro, queste domande ve le siete poste, sapete benissimo a cosa mi sto riferendo e non c’è bisogno che io vi dia tante spiegazioni. Pointbreak diceva solo questo: scelgo il surf ma se scelgo il surf sono anche costretto a scegliere le rapine in banca. Se voglio sentire il rumore della risacca fino alla fine, allora, prima o poi, mi presenteranno un conto che già so che non potrò pagare. Il “conto” nel film si chiamava Keanu Reeves, poliziotto infiltrato nella banda di surfisti di Patrick Swaize. Sulla spiaggia di Venice Beach si chiudeva il tempo di Dirty Dancing e si apriva quello di Matrix.
La mia è una generazione che sembra condannata all’eterna giovinezza: il lavoro non c’è, i soldi neppure, tutti studiano, tutti vivono a casa con babbo e mamma ma, in fondo, io la verità la conosco e non inganno me stesso. Suvvia, Monsa, alla tua età tuo padre aveva già un figlio di 5 anni, un lavoro onesto e un 740. Tu, in fondo, cosa hai concluso con le tue corone? E, giorno dopo giorno, non lo senti, forse, anche tu il cappio che ti stringe il collo: sempre meno fiato, sempre meno tempo, sempre meno concentrazione. Mi ricordo una volta, da qualche parte, Davide di La Spezia (KidHead) con una faccia tirata come la pelle di un tamburo che mi dice che “Valeria si sposa oggi” e io penso: “A me non succederà”. Ma la vita ha l’amara caratteristica di ripetersi con sostanziale invarianza per tutti. Una altra volta sono a casa di Massimo Colonna (CrashKid), è il 1996: “ballare è per me il 90% della mia vita” mi dice. Io, cinico e baro, gli dico “Per me il 30%” e lo dico con lo stesso tono con cui oggi dico: “Macchiato caldo” ma, 9 anni dopo, mi rendo conto di aver gravemente sottostimato le percentuali. L’essere campione del mondo non gli salverà la vita e Massimo morirà di lì a poco attaccato ai fili della alta tensione. È l’agosto del 2001 e sto pagando Dj Gruff che ho ospitato a Pesaro per la prima edizione di Hip Hop Connection. Allungo l’assegno ma lui vuole i soldi in contanti. “Sono solo 300.000 lire,” dico io, “non ti fidi?” “No, è che non so cambiare l’assegno” mi risponde lui con immacolata sincerità.
Tanto abbiamo dato perché restasse qualchecosa e, forse, tanto abbiamo anche ricevuto. Resta il fatto che, forse, in fondo, desideriamo solo non essere dimenticati. Pablo Flores (Soul Control) perse le sue rotazioni e Kujo mi diceva che più nessuno lo rispettava. Sembra incredibile. Come è finita lo sapete tutti: non lo condivido ma lo capisco e anche voi lo capite. Benissimo.

Ad un certo punto, verso riva, ogni onda frange e c’è solo un secondo, un piccolissimo secondo di tempo per scegliere se montare sulla tavola o continuare a nuotare verso l’onda successiva. Spero di essere in grado di fare la scelta giusta quando sarà il mio momento. E, qualunque cosa accada, spero di farla al meglio delle mie possibilità, con i capelli al vento, il sole dietro le spalle e la fronte alta.

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