La vita dietro le tastiere

jacopo nacci, 20 giugno 2011

Intrattenimento. Questa è la chiave. Noi non siamo scrittori, siamo intrattenitori. “Facce ride”. Siamo i pagliacci seduti sulla vasca piena d’acqua delle fiere americane, devi abbatterli. Non perché puoi, ma perché devi. Ogni nostra riflessione, ogni appello, ogni discorso, che facciamo non è una riflessione, un appello, un discorso, è intrattenimento. E parte INTEGRANTE dell’intrattenimento è rovinare la vita di una NON-persona. Perché l’intrattenitore non è un essere umano, è un’icona, una bambola, un pezzo di plastica.

La massa di persone che si è riversata sul mio blog, ieri, dimostra essenzialmente questo: Facce Ride. Facce passà la giornata.

E io temo, davvero, che questo processo sia irreversibile perché comprende non solo chi calunnia, ma anche chi guarda e sta zitto.

D’Andrea G.L., Mostruosità, nota su Facebook del 19 giugno

 

D’Andrea G.L. chiude il blog.

 

Qui c’è una riflessione di Lara Manni.

Più in basso, poi, in questo stesso post, trovate una nota di Claudia Boscolo, Senza titolo, o meglio, senza parole, che ho creduto fosse bene portare anche fuori da Facebook.

 

Qui, invece, trovate la terza puntata della Società dello spettacaaargh!. Che forse c’entra anche qualcosa.

 

 

Senza titolo, o meglio, senza parole, di Claudia Boscolo

…o meglio ancora, con parole che andrebbero spese perché non cali il silenzio e i fenomeni rimangano inavvertiti, inosservati. Fenomeni che sono invece segni di decadenza laddove dovrebbe esserci apertura e innovazione (parola inquinata dall’operato di un ministro, vero troll morale di questi tempi bui, ma pur sempre ricca di significato).

Mi riferisco alla decisione dello scrittore G.L. D’Andrea, che desidero portare all’attenzione dei miei amici e interlocutori in rete, perché è emblematica di meccanismi che nel tempo hanno avvelenato il desiderio di condivisione in rete. […] Per riassumere, lo scrittore ha deciso di chiudere il suo blog, vessato in maniera intollerabile da quelli che vengono definiti “haters”, un esercito di piccola e meschinissima gente, che incanala le proprie energie nell’attività scarsamente edificante di rendere impossibile la vita dentro e spesso anche fuori la rete. Sentendosi isolato protagonista di una lotta impari contro quell’esercito, lo scrittore se ne va, e con sé porta via le sue idee, le sue posizioni, a volte anche non condivisibili, ma privando della lettura anche chi come me lo segue magari saltuariamente, magari dissentendo a volte, però sempre con interesse. Da forte lettrice in rete, mi nasce una prima riflessione, molto autoreferenziale: mi chiedo per quale motivo io debba soffrire le conseguenze di una deprivazione a causa di qualche imbecille. Poi me ne viene un’altra, altrettanto autoreferenziale: questa faccenda mi tocca nel vivo, perché un paio di anni fa un tizio che non importa nominare mi ha dedicato un paio di “spiritose” pagine in rete, con il risultato di intaccare la mia presenza sul web che fino a quel momento era esclusivamente accademica. A tutt’oggi quelle pagine non sono state cancellate e il risultato è che chi mi cerca perché desidera contattarmi o semplicemente informarsi su quello che ho pubblicato in rete e non, le trova quasi subito, pagine assolutamente ingiustificate, di una persona carica di un livore insensato. Il caso di D’Andrea è molto doloroso, e credo che solo chi ha provato anche in scala minore una simile sensazione, di essere accerchiato, aggredito, insultato gratuitamente, e non certo da parte di chi aveva un sano desiderio di confrontarsi, possa capire.
Poi però – finalmente – di riflessione me ne viene una terza molto meno autoreferenziale, anzi di ordine universale: la rete va salvaguardata, ma diventa sempre più difficile accordare fiducia, e il rischio è di diventare tutti poliziotti, di non interloquire più con nessuno, perché da un momento all’altro quel nick potrebbe trasformarsi in un lupo mannaro e rovinarti la reputazione in rete. E’ una questione che carica di ansia, e non è certo l’ansia lo spirito giusto per intrattenere rapporti di confronto civile e maturo, culturalmente validi, con i propri incorporei interlocutori.
Fra l’altro basta poco per far rimuovere una pagina, tuttavia quando avvengono fatti di questo tipo si rimane bloccati, è decisamente traumatizzante. Uno prima di commentare, anche solo su FB, pensa: e se questo dopo mi si scatena contro in rete? Senza contare l’immane perdita di tempo del correre dietro alla gente.
Insomma è un problema enorme. Non sono pochi i casi di chi ha rinunciato al proprio spazio per sfinimento, penso a Babsi Jones. Ricordo che quando ricercavo in rete sue testimonianze sul suo romanzo trovavo solo insulti, una cosa penosa e tremenda, specie considerando l’impatto che il suo importante romanzo ha avuto su questioni narrative di grande rilievo. A volte mi ritrovo a chiedermi chissà che diavolo pensa di me chi cerca i miei lavori e invece trova le pagine di quel tizio. Poi ha il sopravvento un’attitudine zen, e di certo serve un grande autocontrollo quando ci si ritrova negli stessi commentari con chi ti ha ferito senza ragione, non potendo farci niente. Tutto ciò non dovrebbe allontanare dalla rete, però il pensiero rimane, è una forma di paura, e non è bello per niente. Se posso esprimere un’opinione, G.L. ha fatto bene a prendersi una pausa dal web, visto quello che gli sta succedendo. Ancora meglio farebbe ad adire le vie legali (se non lo sta già facendo), per quanta fatica possa richiedere.
Sicuramente il caso Wu Ming ha creato un circolo virtuoso che dimostra che è possibile continuare il proprio operato in rete allontanando sistematicamente i troll. Però WM ha dalla sua parte il fatto di essere collettivo (l’unione fa la forza), una militanza in rete ultradecennale e la produzione di una tale massa di materiali contro la quale le scemenze di pochi pivelli dementi non hanno alcun rilievo. Espostissimi sono invece autori più giovani nel momento in cui si pongono come interlocutori del loro pubblico in rete: ci vuole costanza e una pazienza certosina per mantenere il canale aperto, pazienza e costanza che a un certo punto vengono meno.
Serve una condanna totale della rete contro questo caso, visto che il problema riguarda tutti gli autori che gestiscono anche solo un blog o che scrivono in rete. Condividere in rete significa anche prendere le difese dei colleghi, indipendentemente dai gusti e dalla considerazione per l’opera altrui, perché la questione non è mi piace-non mi piace Tizio o Caio e quindi ne parlo-non ne parlo, ma “capiterà a anche a me un domani di venire vessato in rete dall’esercito dei troll?” E una domanda che mette molta inquietudine.

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