L’altro me (parte settima)

jacopo nacci, 24 ottobre 2014

Pubblico, in una serie di post, l’intervento al Pesaro Comics & Games 2014.
(La prima parte, la seconda, la terza, la quarta, la quinta e la sesta)

L’altro me – l’avversario nell’animazione robotica classica

Getter Robot (Toei, 1974)

Getter Robot (Toei, 1974)

Telestiké. La scoperta dell’esistenza del robot da parte dell’eroe, l’apertura del varco e l’emersione del sommerso arrivano insieme. Perché i mostri non sono i mostri dell’eroe prima della scoperta dell’esistenza del super robot: specialmente nell’era post-nagaiana, la scoperta dell’esistenza del robot e l’assunzione di responsabilità dell’eroe coincidono con la presa di coscienza della propria predestinazione, dunque del fatto che l’abisso è il suo abisso: il super robot è stato costruito per combattere mostri che fino a quel momento, se anche si erano già affacciati sul mondo reale, non sembravano rappresentare una faccenda personale dell’eroe, e l’eroe non era ancora eroe. Il super robot è il mediatore fra i due mondi e il guardiano del varco. In alcune serie, come Raideen e Diapolon, il carattere divino del super robot è esplicitamente affermato. E non è forse Getter Robot, in tutte le sue incarnazioni, quel costrutto della tecnica in grado di convogliare in sé i raggi getter, l’energia cosmica misteriosa che stimola l’evoluzione, tanto che i raggi e il robot  si intrecceranno come spirito e corpo, e si svilupperanno in forme sempre più forti e complesse, fino a sviluppare le pupille, lo specchio della coscienza?

A sua volta il fatto che il super robot non sia un’arma prodotta in serie, ovvero il fatto della sua unicità – che lo distingue dai mostri seriali e ne alimenta lo status di divinità e la funzione di mediazione – si riverbera sulla natura dell’abisso oltre il varco e contribuisce a caratterizzarlo come dimensione altra rispetto al reale quotidiano.

Getter Robot G (Toei, 1975)

Getter Robot G (Toei, 1975)

Da demone a custode. Il super robot nagaiano era prima di tutto un misterioso demone della tecnica, utile nella misura in cui la sua potenza era arginabile, ma che recava sempre con sé, per quanto rimossa, la minaccia dell’eversione – carattere che ritorna in versione potenziata negli anni ’90: in Evangelion e nei nagaiani Shin Getter e Mazinkaiser.

Dal 1975 in poi, cioè negli anime robotici di seconda generazione, la sensazione di minacciosa insondabilità si riduce progressivamente: il robot è via via ricondotto nelle strutture conoscibili della macchina e dell’umano mediante il mecha dalle forme più squadrate, la comparsa occasionale della bocca, la trasformazione che permette di vedere l’interno del robot.

Daltanious (Sunrise-Toei, 1979)

Daltanious (Sunrise-Toei, 1979)

Coerentemente, le eccezioni a questa tendenza incrementano i caratteri demoniaci: le forme tondeggianti, la fusione umano-robot, le grida e il ringhio di Takeshi tutt’uno con Diapolon (1976); gli occhi spaventosi, la bocca dentata, i ruggiti del dio-demone Daikengo (1978).

Daikengo (Toei, 1978)

Daikengo (Toei, 1978)

Dall’eversione all’obbedienza. Questa metamorfosi si riflette anche sulla percezione che si ha del rapporto tra il robot e il pilota, che sì, rimane sempre un rapporto di servitù reciproca sbilanciato a favore del pilota, ma se prima questo sbilanciamento dava l’idea dell’auspicabile dominio dell’eroe sul demone della tecnica, ora sembra assumere la forma di una volontaria e spontanea sottomissione da parte del robot: volontaria e spontanea perché pare psicologicamente impossibile non attribuire una personalità e una qualche forma di coscienza a queste macchine antropomorfe, uniche, dotate di un nome; è una suggestione dalla quale non si scappa, e allora la volontaria sottomissione del robot –potente guardiano senza doppi fini, che accetta di essere una cosa – diventa l’indizio della sua superiorità morale: il super robot è una creatura dalla volontà misticamente indivisa che acconsente, naturalmente e senza scarto, alla legge cosmica della difesa dei più deboli – e anche più immorali – cioè gli esseri umani.

Tekkaman su Pegas (Tatsunoko, 1975)

Tekkaman su Pegas (Tekkaman – Tatsunoko, 1975)

Particolarmente incisivo è il caso di Pegas in Tekkaman (1975), anche se non si tratta propriamente un anime robotico, proprio per la configurazione del rapporto tra eroe e robot: Tekkaman è un cavaliere in armatura, Pegas è il piccolo mecha all’interno del quale avviene la vestizione che trasforma George in Tekkaman; dopodiché Tekkaman usa Pegas come una tavola da surf: Pegas se ne sta a pancia in giù, braccia tese lungo i fianchi, volto rivolto in basso. Ovviamente gli autori avrebbero potuto scegliere una navetta, invece è interessante che abbiano scelto un robot: Pegas è scudiero e destriero, e insieme è un volontario ridursi a cosa.

La cosa morale. Simone Weil: la necessità meccanica che vige nella natura, e che appare così diversa dalla libertà umana agli occhi delle creature coscienti tormentate dal dissidio della volontà, è trasfigurata da Simone Weil in una fedeltà degli oggetti inanimati alle leggi del tutto, un’obbedienza delle cose al volere di Dio, obbedienza che gli esseri umani dovrebbero considerare come un modello di condotta.

Semidèi. Se anche il super robot autoriduce al moralmente lecito la sua possibilità di agire, immutata rimane la sua potenza straordinaria; il gigante d’acciaio viene così a trovarsi all’incrocio di diverse coordinate: unicità, obbedienza e santità, potenza sovrumana, mediazione fra mondi; ne scaturisce il carattere dell’angelo o del semidio o del dio antropomorfo che è rifrazione di un principio impersonale superiore, e la cui funzione di mediazione tra l’eroe e il suo abisso psico-teologico è propria del suo essere semi-, mezzo, medium.

Il rituale. Avere a che fare con l’abisso oltre il varco significa avere a che fare con il sacro: sembrano esserne perfettamente consapevoli Tomino e la coppia Nagahama-Yatsude, che introducono – o quanto meno potenziano e trasformano in liturgia – i due momenti dell’apertura e della chiusura della mediazione: la trasformazione iniziale e il colpo finale.

Mentre i Getter nagaiani si penetravano con i loro due schianti devastanti e fulminei, le macchine di Nagahama-Yatsude e Tomino si ritagliano lo spazio atemporale, estatico, dell’agganciamento, la trasformazione lenta e tecnicamente precisissima, che altro non è se non l’evoluzione sacralizzata dell’incessante venire al mondo dei demoni di Nagai: le emersioni dei Mazinga, la metamorfosi di Hiroshi e il lancio dei componenti in Jeeg, e quella meravigliosa, geniale apertura del varco che è la corsa del sedile di Daisuke/Actarus dal ponte di comando dello Spacer alla bocca di Grendizer/Goldrake.

Il colpo finale, che è già presente in Raideen (1975) e in una certa misura nel Getter di Nagai-Ishikawa, chiude lo spazio della mediazione facendo riferimento all’arma più propria del robot. Nel caso di Tomino, l’arma finale è un raggio di energia proiettato dal centro della fronte, energia le cui fonti – la luna (Zambot, 1977) e il sole (Daitarn, 1978) – sono facilmente riconducibili a divinità-concetto, principi impersonali e iperurani superiori all’avversario e allo stesso semidio robotico che qui agisce in qualità di mediatore, e dissipa l’illusione lasciando scaturire il potere del principio superiore dalla fronte, luogo della concentrazione e della visione autentica.

Zambot 3 (Sunrise, 1977)

Zambot 3 (Sunrise, 1977)

Se Tomino predilige il raggio energetico che si richiama a una fonte superiore, Nagahama e Yatsude si rivolgono all’acciaio: alle spade di Voltes V (1977), di Daltanious (1979), di God Sigma (1980). Non è un particolare di poco conto: anche prescindendo dal carattere evidente di dono divino della spada fiammeggiante di Daltanious – che esce dalla bocca o dagli occhi del leone Beralios – la spada possiede uno statuto divino sia nella cultura cavalleresca europea sia nella cultura samurai: Excalibur e Kusanagi sono doni da altre dimensioni.

Daltanious (Sunrise-Toei, 1979)

Daltanious (Sunrise-Toei, 1979)

Il raggio dalla fronte, ovvero la chiarezza della mente, e la spada sono le virtù del guerriero che si sottomette a un dovere. Sorto dal demoniaco nagaiano, il sacro guardiano del varco trova la sua definitiva incarnazione nel nobile servo per eccellenza: il cavaliere, o il samurai.

Zambot 3 (Sunrise, 1977)

Zambot 3 (Sunrise, 1977)

Da demone a sacro guardiano. Il robot nagaiano era un demone che combatteva contro demoni, e teoricamente poteva fare qualcosa di sgradevole se chi lo pilotava aveva il cuore debole o impuro; il super robot di seconda generazione si fatica a pensarlo in una condizione di tale ambiguità. Il robot nagaiano era mediatore tra l’eroe e il suo abisso; il super robot di seconda generazione è mediatore tra eroe, abisso e un principio superiore, e pone in contatto con il principio superiore quell’eroe che si trova di volta in volta a un traguardo della sua crescita morale, crescita morale il cui percorso è la storia della lotta condotta dall’eroe contro i mostri che emergono dal suo abisso psico-teologico.

Zambot 3 (Sunrise, 1977)

Zambot 3 (Sunrise, 1977)

In cielo e terra, nessuna fessura per nascondersi;

gioia comprendere che l’uomo è vuoto, e vuote sono anche le cose.
Magnifica la grande spada mongola,
il suo bagliore fende la brezza di primavera.

Imai Fukuzan, Introduzione allo Shōnan-kattō-roku

Nel prossimo post, condurremo un’esplorazione dell’abisso di Tadao Nagahama e Saburo Yatsude; e faremo la conoscenza del doppio.

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