Le nevrosi novecentesche hanno fatto il loro tempo

Jacopo Nacci, 16 dicembre 2005

Hiimelectric, Television

«La spiegazione psichica del fenomeno della comunicazione può essere cercata in un’altra nozione, quella di negazione (Verneigung). Anche tale procedimento psichico è stato scoperto da Freud e con esso il soggetto, pur formulando uno dei suoi desideri, pensieri, sentimenti, paure, fino allora rimossi, continua a difendersi negando che gli appartenga. L’esempio classico è quello del paziente che premette: “Lei penserà che io voglia dire qualche cosa di offensivo, ma in realtà non ho questa intenzione”. Alla base di questa affermazione sta una separazione tra i contenuti affettivi e il giudizio intellettuale: il paziente nutre effettivamente sentimenti offensivi, ma questi possono arrivare alla coscienza solo attraverso una negazione.

Perciò la negazione sembra corrispondere al modo di procedere della comunicazione, la quale può dire tutto ma a condizione di negarlo. Essa procede come un’accettazione incondizionata di contenuti psichici, uniti a un’altrettanto incondizionata loro negazione dal punto di vista della decisione intellettuale; sicché il comunicatore non può mai essere colto in una precisa identità ideativa e a chi cerca di immobilizzarlo con un: “tu hai detto questo”, risponderà sempre che non è vero, che intende un’altra cosa, che non è stato capito, che riporta l’opinione della gente… Sotto questo aspetto, il suo modo di procedere è perfino opposto a quello del fascista. Anzi può facilmente ritorcere l’accusa, tacciando l’avversario di assolutismo, dogmatismo, totalitarismo, intolleranza e… fascismo! Del resto l’accusa di “fascista” nei confronti di chiuqnue avesse un’idea precisa e la sostenesse con energia aleggiava già all’epoca della contestazione, era un prodotto del suo sconsiderato vitalismo.
[…]
Il processo psichico avverrebbe dunque in due momenti. In un primo momento: take all, “prendi tutto”. Tutto può accedere alla coscienza. Ma quando si tratta di confrontarsi razionalmente con la realtà e impegnarsi in qualcosa di preciso: drive everything out, “fuori tutto”, e se la realtà preme e incombe, vorrà dire che “la realtà è fascista”».
[…]
La comunicazione è insensata perché è psicotica, non semplicemente nevrotica (come il fascismo nell’interpretazione di Reich). La reiezione dell’ordine simbolico lascia una mancanza, un buco che è impossibile colmare se non attraverso la ricostruzione dell’ordine simbolico.
[…]
Il modo di essere psicotico costituisce perciò una catastrofe della significazione. Nulla di quanto viene detto in un contesto psicotico può essere oggetto di interpretazione: infatti non c’è – come nel racconto del sogno o nel sintomo nevrotico – un affetto o un pensiero inconscio che si nasconde dietro il linguaggio. Nella psicosi questo diventa autonomo rispetto a colui che parla. L’esempio per eccellenza di un discorso psicotico è rappresentato dalle Memorie di un malato di nervi di Daniel Paul Schreber, a cui Freud dedicò un saggio e sull’analisi del quale si costruisce la teoria lacaniana della psicosi. Ora, nelle cinquecento pagine deliranti di Schreber, egli pretende di essere tutto ciò che lo circonda, proprio come […] il capo di partito che si smentisce continuamente […].
Il sentimento di scoramento e di impotenza che si prova nei confronti della comunicazione è lo stesso che lo psicoanalista prova nei confronti dei discorsi psicotici; essi sono inaccessibili, inerti, stagnanti rispetto a una mobilizzazione dialettica e post-dialettica, perché il parlante ignora la struttura simbolica della lingua che parla. Come lo psicoanalista di fronte ai suoi malati, si ha l’impressione di essere diventati la discarica, la fogna, il cesso di materiali privi di qualsiasi interesse e nello stesso tempo si può star certi che qualsiasi cosa detta venga risucchiata nel gorgo del linguaggio che parla da solo attraverso la voce dello psicotico o del comunicatore. Certo anche la poesia è un linguaggio autonomo; ma tra la poesia e la comunicazione c’è questa differenza: la prima crea un nuovo ordine simbolico, la secondo invece fin dall’inizio si è preclusa l’accesso a qualsiasi ordine simbolico. E se teniamo presente cosa vuol dire letteralmente la parola interesse, cioè l’essere tra, la mediazione, capiamo anche perché l’immediatezza comunicativa, così come quella psicotica, sia così uggiosa e molesta».

Mario Perniola, Contro la comunicazione, Einaudi

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6 commenti a “Le nevrosi novecentesche hanno fatto il loro tempo”

  1. utente anonimo ha detto:

    non so più che combini…e non ho tempo nè molto modo per raccontarti cosa combino io… che si fa a riguardo? :D a presto, Jago… flavietta filosofa

  2. innovari ha detto:

    Buon Natale e buone feste!
    :)

    da
    INNOVARI Retrofuturo

  3. zebaldo ha detto:

    Hola!! Finalmente torno a respirare per qualche giorno…
    Come andiamo? E’ un pò che non ci si sente… se e quando ti ricordi, mi manderesti il titolo del libro di cui mi parlavi al Menga per creare le pagine html? ThaaaaaaaaaaaaaaanGs
    Ci becchiamo al Menga (tanto ti farai vedere almeno per le feste, no? :P).
    ByezZ ^_*

  4. boll ha detto:

    beh, insomma, ciao jago, come te la passi? ho paura che questo blog faccia la fine di
    http://www.evo.splinder.com o di
    http://www.delicioustilltheend.splinder.com ..

    non darmi sta delusione, vecchia volpe !

  5. jacopo nacci ha detto:

    Uff… mamma mia, uno non scrive tutti i giorni e già gli ballano la marcia funebre attorno. No, Boll, ho semplicemente deciso che NCW parla quando ha qualcosa da dire e quando il blogger ha tempo per dirle. Nessuna fine in vista, stai sereno.
    Zeb, speravo di beccarti al Menga per ‘ste vacanze, ma io oggi parto e me ne torno a Bo: domani ho un colloquio al centro per l’impiego (il 3 gennaio: vogliono umiliarti fino in fondo). Ti manderò il titolo del libro via email.
    Baci, ragazzi, e buon anno.

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