Le scuole teobaldiane – parte prima

jacopo nacci, 17 aprile 2010

I neoteobaldici

Heikenwaelder Hugo, Universum, 1998

Heikenwaelder Hugo, Universum, 1998

Qui la seconda parte di “Le scuole teobaldiane”

Nella mia testa accadono di consueto cose inconsuete. Per esempio: nella mia testa esistono due scuole filosofiche che disputano sulla corretta interpretazione dell’opera di Paolo Teobaldi. La più antica di queste due scuole filosofiche, la scuola neoteobaldica, è una sètta d’ispirazione mistica; secondo i neoteobaldici l’opera di Paolo Teobaldi è la raffigurazione della totalità dell’Essere: una raffigurazione in fieri, perché ogni nuovo romanzo di Paolo Teobaldi che viene pubblicato rappresenta un piano dell’Essere rimasto nascosto fino a quel momento. Considerando cronologicamente l’opera di Paolo Teobaldi, dunque, i neoteobaldici ricostruiscono una struttura dell’Essere a sfere concentriche, che comincia dal centro dell’Essere, un nucleo oscuro e senza determinazione, e da lì si irradia progressivamente, sfera dopo sfera.

Il nucleo dell’Essere, per i neoteobaldici, è Scala di Giocca, il primo libro di Teobaldi, oscuro e insondabile. Oscuro e insondabile perché io non ho mai letto Scala di Giocca e, dato che i neoteobaldici vivono nella mia testa, per essi il nucleo dell’Essere è ineffabile, su di esso non si può dire nulla, è indeterminato, appunto, oscuro e insondabile. Il titolo stesso, Scala di Giocca, sarebbe un’espressione senza senso atta a rappresentare l’ineffabilità del principio (in realtà Scala di Giocca è una località in Sardegna, ma cerco di dimenticarmene per non privare i neoteobaldici della loro convinzione).

La sfera immediatamente emanata dal Principio è rappresentata da Finte. Finte è di fatto il libro del trauma, il libro dove fortissima s’avverte la nostalgia per la pienezza dell’Essere dalla quale siamo stati espulsi per esser gettati in un mondo di minor consistenza ontologica, cui si riferisce, appunto, il titolo Finte. Ma, attenzione, la struttura dell’Essere è soprattutto una struttura di comprensione dell’Essere: la distanza o la vicinanza delle sfere rappresenta la consapevolezza che della natura dell’Essere abbiamo; chi dunque vive nel livello rappresentato da Finte è un illuminato: egli sa di trovarsi in un mondo finto, il mondo materiale, un mondo che sarebbe stato meglio non fosse mai stato (i neoteobaldici amano citare, a conferma di questa tesi, la conclusione della “Finta n. 8”: «che forse la cosa migliore era se non c’era niente di niente»). Scrive il patriarca della scuola Calcidio Portolotto: Finte del maestro Paolo Teobaldi è forse il libro più sincero e dolce che un uomo possa leggere, un libro nel quale la responsabilità della delicatezza e la visione della crudeltà si rincorrono, e inscenano la loro dura lotta. Finte è spietato verso la Babilonia mondana, vile prodotto del complotto cosmico ai danni delle scintille dell’Essere, ma è tenero con le vittime del complotto.

La seconda sfera è rappresentata da La discarica. La discarica narra la storia di Tizio che, separatosi da Lia, trova lavoro come operatore ecologico presso la discarica cittadina. La discarica è una sfera di transizione: affonda le radici nel mondo di Finte, cioè in un mondo abitato da entità consapevoli di non essere situati nella pienzezza dell’Essere, e però finisce nel mondo che gli uomini definiscono “reale” e che invece è falso. Chi vive al livello de La discarica è qualcuno che ha sentito sia il richiamo dell’Essere sia il richiamo del mondo irreale, cioè materiale, e ha accettato il secondo. Espulso dalla pienezza dell’Essere, costui ha deciso per l’errore (il mondo degli uomini, la discarica) pur di non trovarsi in eterna tensione rispetto all’Essere (da notare che il tema dell’espulsione da uno stato di pienezza originaria, rappresentato dall’amore di coppia, che si risolve in un errare nel mondo è tipico della letteratura pesarese, cfr. Massimo Monsagrati, Una contea della notte, e Jacopo Nacci, Tutti carini; i romanzi Una contea della notte e La discarica, peraltro, hanno in comune l’esplicitazione della pretesa di rappresentare l’uomo in generale: il protagonista di Una contea della notte si chiama Tis, in greco “qualcuno”, così come il protagonista de La discarica si chiama Tizio; e, ne La discarica, la donna che abbandona l’uomo si chiama Lia, in pesarese “lei”).

La terza sfera, dicono i neoteobaldici, è Il padre dei nomi. Il padre dei nomi, il cui protagonista è un copywriter, rappresenta il mondo degli uomini ormai compiuto e senza tensioni, non vissuto come scelta e approdo bensì come unico mondo immaginabile. A questo livello di carente consapevolezza, gli esseri umani demiurgici credono di creare il mondo con le parole, solamente nominando le cose, e il linguaggio è ritenuto più importante della realtà, la quale è anzi fondata dal linguaggio. Gli uomini che abitano la terza sfera, ignoranti e arroganti, sono gettati alla perfieria dell’Essere e tuttavia credono di trovarsi al centro.

La quarta sfera è rappresentata da La badante, il cui protagonista si innamora della propria badante, proveniente dall’Est europeo. La badante è il libro che pone ai neoteobaldici i maggiori problemi interpretativi, dato che l’uomo che vive al livello di realtà de La badante mostra un qualche tipo di superiorità rispetto a colui che vive al livello de Il padre dei nomi: l’uomo de La badante non ha pretese di socialità universale e si concentra, invece, sulle relazioni personali: per i neoteobaldici ortodossi – che fanno capo al patriarca della scuola, Calcidio Portolotto, e sono più strettamente osservanti della visione cronologica – la sfera rappresentata da La badante rimane pur sempre più periferica rispetto alla sfera rappresentata da Il padre dei nomi: dato che la rinuncia all’universalità è in ogni caso un’ulteriore degradazione della coscienza: la coscienza, infatti, rinuncia alla giusta aspirazione all’universalità solo perché ingannata dal falso concetto di universalità nutrito dall’uomo che vive nella sfera de Il padre dei nomi. Diversamente, i cosiddetti neoteobaldici critici, capitanati dal giovane Nemesio di CristoRe, richiamano l’attenzione sul fatto che ne La badante (a) è contemplata la fine di una vita e (b) si verifica l’incontro con una donna straniera: due chiavi per una stessa tensione verso ciò che è al di là. Secondo Nemesio di CristoRe La badante rappresenta un vero e proprio principio di risalita, è un La discarica a l’arversa, che indica la via per tornare all’Essere; qui lo stato di coscienza dell’essere umano anela a ricongiungersi con l’Assolutamente Altro, rappresentato dalla morte e da ciò che è nuovo e sconosciuto. Questa presa di posizione da parte di Nemesio e dei neoteobaldici critici ha determinato uno scisma nella sètta neoteobaldica: entrambe le fazioni attendono la lettura de Il mio manicomio – che per ora rappresenta l’assoluto trascendente – ognuna certa di veder confermata la giustezza della sua tesi.

Nella seconda parte, l’altra grande scuola teobaldiana: i calicantiani.

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3 commenti a “Le scuole teobaldiane – parte prima”

  1. sarmizegetusa ha detto:

    Intervengo per precisare che la prima immagine è il Flammarion woodcut (da Camille Flammarion, il primo a utilizzarlo in una propria opera), di autore anonimo; il buon Heikenwaelder è solo l’ultimo ad essersene “appropriato”.

  2. Jacopo Nacci ha detto:

    Mi son posto il problema, ma l’immagine che ho postato è di fatto l’opera di Heikenwaelder Hugo (che ci ha messo il colore); l’ho comunque linkata alla sua paginetta di wikipedia, dove è indicata anche l’origine.

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