L’iniziazione permanente

Jacopo Nacci, 8 settembre 2008

Una versione leggermente più corta di questa recensione, intitolata Psiconaufraghi, è uscita sull’Indice di settembre

Vanni Santoni, Gli interessi in comune, Feltrinelli 2008

Dove si raccontano dieci anni di scorribande, consuetudini e azzardi di sei ragazzi del Valdarno; il filo conduttore – l’interesse in comune – è l’uso di qualsiasi sostanza stupefacente si riesca a trovare. Romanzo a ritmica sovrapposta – drum’n’bass, verrebbe da dire – Gli interessi in comune esibisce in superficie l’immediatezza delle scene spietatamente esilaranti, ritrae i protagonisti mentre sono fuori dal controllo e navigano a vista, circondati da figure archetipiche come il Torcia, il Pelle, Barbazza e MasterKeta, immersi in sequenze lisergiche tra ermafroditi nella culla, soggetti che basculano sui guardrail o sono còlti da bad trip nel centro di Firenze.

Sul fondo, però, scorre un altro ritmo, come un fiume lento e fangoso. Perché qui non ci si nasconde che questi ragazzi, al di là dei suddetti interessi in comune, abbiano spesso ben poco da dirsi. E malgrado l’affetto reciproco, che c’è ed è forte, la sensazione è che di dirsi qualcosa non abbiano nemmeno troppa voglia. Della mancanza di una cultura o di un sentire condiviso sembrano peraltro pienamente coscienti: persino il loro manifesto generazionale – una miscellanea di tic verbali e mentali catalogati nell’arco di anni – non è che il manifesto dell’impossibilità di un manifesto. Infine, nemmeno nella droga sembrano cercare l’aggregazione, come vorrebbe una vetusta credenza: al contrario, sembrano aggregarsi per trovare e consumare sostanze; anzi: i personaggi che nel romanzo non agiscono da psiconauti, e usano effettivamente le sostanze non come fini bensì come mezzi di aggregazione, finiscono male. Il che contribuisce ad ammantare di un’aura sacrale la sostanza stessa, la sua ricerca, il suo uso. Un’aura sacrale che richiama la funzione svolta dalle sostanze psicoattive nei riti di iniziazione, funzione ignorata o nominata fino allo svuotamento di significato da parte della subcultura dello sballo che circonda i protagonisti, ma tenuta nella massima considerazione dai nostri psiconauti del Valdarno.

Del resto, la costante evocazione del rito di passaggio, se connessa a questa interminabile adolescenza che pare una sospensione del tempo e dell’età, non può non far pensare a un tentativo autonomo di accedere alla maturità e sancire la transizione; tentativo destinato a essere reiterato compulsivamente, privato com’è di un riconoscimento da parte del resto del mondo, il quale ne nega la validità rituale, e non a caso i protagonisti si richiamano a civiltà scomparse; e forse tentativo che viene reiterato, alla fine, proprio in virtù del suo ormai noto fallimento intrinseco, in un circolo dove l’indulgere nelle abitudini dell’adolescenza e la paura di non essere attrezzati alla vita adulta si alimentano a vicenda. «Perché, vedi, noi psiconauti…» fa Iacopo. «Stiamo attenti a non diventare psiconaufraghi» avverte il Mella.

Alla fine è la vita a raggiungere i protagonisti: se sia passata o no per i sentieri sui quali loro la avevano inseguita, è considerazione lasciata al lettore. Ciò che pare probabile è che da quei tentativi di afferrarla, che forse per un po’ l’hanno addirittura allontanata, essa trarrà i costumi di una nuova umanità.

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