Lo scrittore vero secondo Ivanov

jacopo nacci, 9 agosto 2010

Roberto Bolaño

Qualcosa non quadra, pensò. Naturalmente alla notte insonne del caporedattore si aggiunse la notte di felicità e vodka di Ivanov, che decise di festeggiare il suo primo succcesso nelle peggiori bettole di Mosca e poi alla Casa dello Scrittore, dove cenò con quattro amici che sembravano i quattro cavalieri dell’Apocalisse. Da quel momento in poi a Ivanov chiesero solo racconti di fantascienza e lui, guardando bene il primo, che aveva scritto per così dire inavvertitamente, ripeté la formula con alcune varianti che ricavò a poco a poco dal grande patrimonio della letteratura russa e da certe pubblicazioni di chimica, biologia, medicina e astronomia che accumulava nella sua stanza come l’usuraio accumula i mancati pagamenti, le cambiali, gli assegni insoluti. Così divenne famoso in tutti gli angoli dell’Unione Sovietica e non tardò a diventare uno scrittore professionista, uno che viveva esclusivamente di quanto gli rendevano i libri e che andava a congressi e conferenze nelle università e nelle fabbriche mentre riviste e pubblicazioni letterarie si disputavano i suoi lavori.


Ma tutto invecchia e invecchiò anche la formula del futuro radioso e dell’eroe che nel passato aveva contribuito a creare il futuro radioso, e del bambino (o la bambina) che nel futuro (che nel racconto era il presente) si godeva tutta quella cornucopia e l’inventiva comunista. E così quando Ansky conobbe Ivanov quest’ultimo non era più un successo di vendite e i suoi romanzi e racconti, che molti consideravano pacchiani o insopportabili, non suscitavano più l’entusiasmo che avevano suscitato in altre epoche. Ivanov, però, continuava a scrivere e continuava a essere pubblicato e continuava a riscuotere ogni mese uno stipendio per le sue visioni arcadiche. Era ancora un membro del partito. Apparteneva all’Associazione degli Scrittori Rivoluzionari. Il suo nome figurava nelle liste ufficiali dei creatori sovietici. In apparenza era un uomo felice, scapolo, che aveva una stanza grande e comoda in una casa di un buon quartiere di Mosca, che di tanto in tanto andava a letto con prostitute non troppo giovani con cui finiva per mettersi a cantare e a piangere, e che mangiava almeno quattro volte la settimana nei ristoranti degli scrittori e dei poeti.
Dentro di sé, tuttavia, Ivanov sentiva che gli mancava qualcosa. Il passo decisivo, lo slancio di audacia. Il momento in cui la crisalide, con un sorriso di abbandono, si trasforma in farfalla. Fu allora che comparve il giovane ebreo Ansky con le sue idee folli, le sue visioni siberiane, le sue incursioni in terre maledette, il patrimonio di esperienza selvaggia che può avere soltanto un ragazzo di diciott’anni. Anche Ivanov aveva avuto diciott’anni ma non aveva mai sperimentato neppure da lontano qualcosa di simile a quello che raccontava Ansky. Forse, pensò, è dovuto al fatto che lui è ebreo e io no. Scartò ben presto l’idea. Forse è dovuto alla sua ignoranza, pensò. Al suo carattere impulsivo. Al suo disprezzo per le norme che reggono la vita, persino una vita borghese, pensò. E poi si mise a pensare a quanto erano ripugnanti, visti da vicino, gli artisti e gli pseudoarti adolescenti. Pensò a Majakovskij, che conosceva personalmente, con cui aveva parlato una volta, forse due, e alla sua enorme vanità, una vanità che nascondeva, probabilmente, la sua mancanza d’amore per il prossimo, il suo disinteresse per il prossimo, il suo smisurato desiderio di fama. Poi pensò a Lermonn e a Puškin, vanitosi come stelle del cinema o cantanti d’opera. Nijinsky. Guro. Nadson. Blok (che aveva conosciuto personalmente e che era insopportabile). Zavorre per l’arte, pensò. Si credono il sole e bruciano tutto, ma non sono dei soli, sono solo meteoriti erranti e nessuno, in fondo, gli bada. Umiliaino, ma non bruciano. E alla fine sono sempre loro gli umiliati, ma umiliati davvero, presi a calci e a sputi, esecrati e mutilati, umiliati davvero, perché così imparano, umiliati per bene.

Per Ivanov uno scrittore vero, un artista e un creatore vero era sostanzialmente una persona responsabile e con un certo grado di maturità. Uno scrittore vero doveva saper ascoltare e doveva saper agire al momento giusto. Doveva essere ragionevolmente opportunista e ragionevolmente colto. Una cultura eccessiva desta diffidenza e rancore. Un opportunismo eccessivo desta sospetti. Uno scrittore vero doveva essere una persona ragionevolmente tranquilla, un uomo di buonsenso. Non doveva parlare a voce troppo alta né provocare polemiche. Doveva essere ragionevolmente simpatico e doveva evitare di farsi nemici gratuiti. Soprattutto, non alzare la voce, a meno che non la alzassero tutti gli altri. Uno scrittore vero doveva sapere che dietro di lui c’era l’Associazione degli Scrittori, il Sindacato degli Artisti, la Confederazione dei Lavoratori della Letteratura, la Casa del Poeta. Cos’è la prima cosa che si fa quando si entra in una chiesa?, si domandava Efrem Ivanov. Ci si toglie il cappello. Ammettiamo che non ci si faccia il segno della croce. D’accordo, non ci si fa il segno della croce. Siamo moderni. Ma il minimo che si possa fare è scoprirsi la testa! Gli scrittori adolescenti, al contrario, entravano in una chiesa e non si toglievano il cappello neppure se venivano pestati a sangue, che purtroppo era quello che succedeva alla fine. E non solo non si toglievano il cappello: ridevano, sbadigliavano, facevano stronzate, scorreggiavano. Alcuni addirittura applaudivano.

Roberto Bolaño, 2666

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