Maius quam cogitare potest – Seconda meditazione in novembre

Jacopo Nacci, 6 novembre 2008

L’assenso

Il punto è l’assenso, quello è lo scambio dei binari: quando la chiamata incontra l’assenso noi non smettiamo di esercitare le funzioni dell’anima, le funzioni che ci vogliono potenti, pensanti, desideranti: le esercitiamo illuminati dallo spirito. Questa poesia di Mandela Marianne Williamson, Our Deepest Fear, potrebbe far pensare il contrario, e cioè che ci si debba accettare sul puro piano dell’anima:

La nostra paura più profonda
non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda,
è di essere potenti oltre ogni limite.

E’ la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più.
Ci domandiamo: "Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso?"
In realtà chi sei tu per NON esserlo?

Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo,
non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato
nello sminuire se stessi cosicchè gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.

Siamo tutti nati per risplendere,
come fanno i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi:
è in ognuno di noi.

E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, inconsapevolmente diamo
agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.

In realtà, se la si legge attentamente, si vede che Williamson non sta dicendo di essere potenti e favolosi, sta dicendo di accettare di esserlo, accettare di essere illuminati, disporre la propria anima a lasciarsi illuminare dallo spirito.
La prima cosa da eliminare è il narcisismo. La vergogna implica sempre del narcisismo, il senso di inadeguatezza implica sempre del narcisismo. In una situazione di vergogna noi siamo puntati tutti su noi stessi attraverso la valutazione che l’altro dà di noi. Siamo preoccupati di come appariamo: quando non ce ne preoccupiamo più, quando ci facciamo piccoli, accettando i nostri difetti e i nostri limiti, ecco che allora cominciamo ad amare qualcosa che in noi non è esattamente il nostro ego, bensì il nostro essere noi così-come-siamo.
Ma ci si può arrivare anche in altro modo, e chiarisce di più. Una volontà di comprensione che imiti il Logos ontologico, la ricostruzione logica del mondo nella propria mente – che è anche precisamente il tipo di gusto su cui si fonda la vergogna come dolore (o paura di un eventuale dolore) estetico per la asimmetria della propria identità personale, come quando, ad esempio, abbiamo contratto un patto e non lo abbiamo onorato e ci vergogniamo agli occhi dell’altro – porta a concepire, oltre l’oggetto di quella ricostruzione, le sue stesse regole come l’Essere Supremo, un essere supremo che nel suo essere logico e generale, comprensivo di tutto e perfettamente simmetrico nelle sue regole, di fatto, è nulla, senza contenuti. In quella idea, nel nostro costituirci logoi ontologici, ci identifichaimo, identificandoci con l’astrattezza e la generalità, che non possono essere propriamente oggetto d’amore: è impossibile amare qualcosa che vale per tutto e in definitiva non è nulla; al contrario di quel tutto che è nulla noi siamo la manifestazione creaturale e in questo tenera, e in questo degna d’amore.
Se invece ci disponiamo a sentire la finitudine e la creaturalità, la singolarità e l’irripetibilità,  capiamo alla perfezione perché, quando ci chiedono perché amiamo il nostro compagno, non sapremmo dire che qualità particolari abbia: è bello, è intellgente, è simpatico, sì? Ma in quanti lo sono? Oppure è talmente intelligente che si situa sul piano della mente assoluta, ma allora non è amore, è un’identificazione da mistica logica. No, l’amore è esattamente quell’amare la sua finitudine, la sua creaturalità, è quella tenerezza che se colta ti rende così forte da poter dare la vita per quella persona, quel qualcosa che “ci rende più forti di quel che siamo”.
Lo spirito sta all’anima come la lampada alla reggia.

Segui il rizoma

Maius quam cogitare potest – Prima meditazio... La disposizione Abbandonare l’affannosa ricerca di quel volere-illuminare schellinghiano che discende nel desiderio oscuro tentando di illumina...
Maius quam cogitari potest – Seconda meditazione ... Perdono, fede. Cosa intendo per Logos come insegnamento e non come grammatica della Natura. Quando Gesù parla della pratica dell’elemosi...
Maius quam cogitari potest – Prima meditazio... Grazia e giustizia Desiderio e intelletto, in qualunque ordine li si ponga, danno luogo a due problemi che fanno dubitare della possibilità di...
Maius quam cogitari potest – Prima meditazione in... Questi pensieri, modesti, sono un dono per chi ha messo in moto il processo che per essi mi ha condotto. Spero che possano essere di un qualche intere...

13 commenti a “Maius quam cogitare potest – Seconda meditazione in novembre”

  1. FedericoP ha detto:

    Perdona l’ignoranza: Madela è Nelson Mandela?
    La poesia è bellissima.
    E poi, o sono diventato più acuto io o più chiaro tu, ma queste meditazioni di novembre le capisco di più di quelle di settembre. :)

  2. jacopo nacci ha detto:

    Mandela è Nelson Mandela, ma non insistere troppo perché è una poesia che gira in rete e non vorrei far la figura del Mastella. ;-)
    Sono contento che queste meditazioni ti siano più chiare, ma ho il sospetto che ciò avvenga per il fatto che mi sto spingendo a tentoni dove non credevo di arrivare, e tutto, temo, finirà in una gigantesca aporìa, sempre che non venga affossato prima dalla limitatezza del mio cerebro e delle mie esperienze.

  3. laformadelvuoto ha detto:

    non avevo mai pensato alla vergogna come sintomo di narcisismo,interessante..

  4. effetto pauli ha detto:

    Uh, sì. D’altronde è proprio per evitare le derive intrinsecamente connesse ad un’episteme fondata sulla pura logica che la conoscenza superiore si è sempre appoggiata, invece, sul simbolo.
    Condivido meno la bella frase finale, lo spirito senza l’anima è altrettanto sterile dell’anima senza lo spirito, e non per niente Platone nel Simposio parla dell’androgino come di un essere metà uomo e metà donna, e perfettamente sferico. Il che ci riporta, grazie a dio, à l’amour.

  5. jacopo nacci ha detto:

    Uh, cos’hai ripescato, G.

    Fammi capire una cosa. Nella mia ontologia personale (“personale” non nel senso di “mia”, nel senso di “della persona”) in una persona vi può essere anima – cioè la persona – senza spirito, ma non lo spirito senza l’anima, quindi lo spirito senz’anima o è disincarnato o non è.
    Dunque: mi stai dicendo che lo spirito ha bisogno dell’anima, cioè che lo Spirito ha bisogno di noi? Uhm. Questa cosa mi tormenterà mettendo in discussione tutta la mia concezione della creazione.

    In caso contrario, se parli di persone fatte di spirito ma non d’anima, non sono affatto sicuro che possa esservi accesso allo spirito senza l’anima, se non altro perché l’anima – il fondo dell’anima, dicono i mistici, non le sue potenze – è il ricettacolo che può accogliere o meno lo spirito, e lo spirito viene sempre da fuori, soffia dove vuole.
    Chi ha l’anima sgangherata non è uno spirituale: è uno psicotico; si può distinguere un mistico da uno psicotico perché il primo fa uso della logica – che è una potenza dell’anima – e ha il senso del suo valore. L’ultimo uomo di Nietzsche non è il povero in spirito del Vangelo.

    Non ho capito quella cosa del Simposio. Cioè, mi stai dicendo che secondo te i generi sessuali sono diversamente orientati l’uno allo spirito e l’altro all’anima? E, se sì, quale genere a cosa?

    (La frase finale era la mia personale critica a Paolo Conte, e il mio modo di dirgli che avevo capito benissimo, ma che non va bene infilare una pseudo-gnossienne inside joke in cui mi racconti che l’ispirazione è pallida – che è una contraddizione in termini – e che un album di sola psiche, scritto solo perché sai leggere e scrivere, è meglio che non lo pubblichi, semplicemente)

  6. effetto pauli ha detto:

    Sto parlando dello spirito e dell’anima considerati (in via astratta, per comodità) separatamente, e sto dicendo che lo spirito ha bisogno dell’anima, perché senza di lei non avrebbe né humus né potenza.

    E anche che lo Spirito ha bisogno dell’anima, perché non esiste il tuo spirito separato dal mio, infatti io e te partecipiamo di uno spirito, che è [parte del]lo Spirito.

    E mi piacerebbe tanto parlare, ma non posso perché sono troppo ignorante in materia (oddio pure nel resto, ma va be’), del fatto che nella mistica ebraica il dio originario ha bisogno della creazione, lo Spirito ha bisogno del ricettacolo.

    Simposio, le due metà sono imago di varie cose, come sai, e fra queste ci sono anche le due energie fondamentali, l’attivo e il passivo, il penetrante e il ricettivo, fuoco e acqua, yin e yang bla bla. Parimenti spirito e anima sono ‘sessuati’, cioè precisamente indirizzati, l’uno è maschile, l’altro femminile. Stiamo parlando delle stesse cose usando concetti diversi afferenti a tradizioni culturali diverse, no? L’amore tra le due parti dell’androgino è l’amore universale (neoplatonico, ficiniano & Co.), il magnetismo universale (‘600), che così come lega la manifestazione a dio, così lega le creature fra di loro, e lega fra loro queste due energie fondamentali, maschile e femminile, spirito e anima.

    E no, non sto dicendo che i due sessi sono diversamente orientati. Anche se la donna è fisiologicamente ricettiva e l’uomo fisiologicamente penetrante..

  7. jacopo nacci ha detto:

    Io sul sincretismo ci vado sempre un po’ cauto, ma se dovessi esprimermi direi che l’anima è maschile (non per niente prende completamente il controllo nella – appunto – filosofia del controllo e della volontà, da Cartesio fino a Freud) e direi, in accordo con il cristianesimo originario, che lo spirito è femminile.
    E’ vero che l’anima è ricettiva e lo spirito vi si effonde, ma è anche vero che la qualità dell’anima, la sua potenza, è proprio quella di essere pulsionale-calcolante, ed è ricettiva proprio lì dove la sua natura è legata alla ricezione dello spirito, ed è lo spirito che fa ricettiva – nel senso weiliano dell’attenzione – la persona, arrivando al paradosso che per l’anima essere così ricettiva è talmente fuori dalla sua portata che il fatto stesso che sia ricettiva verso lo spirito è di per sé frutto dell’azione dello spirito.
    Non esercitare tutto il potere di cui si dispone, vuol dire sopportare il vuoto. Ciò è contrario a tutte le leggi della natura: solo la grazia può farlo.
    La grazia colma, ma può entrare soltanto là dove c’è un vuoto a riceverla; e, quel vuoto, è essa a farlo.
    S.W.

  8. effetto pauli ha detto:

    Mmh, interessante.
    Però dipende, di quale anima e di quale spirito stiamo parlando?

    L’anima è tripartita nelle Scritture (nephesh, ruah, neshamah), tripartita in Platone (concupiscibile, irascibile, razionale), tripartita in Aristotele (vegetativa, sensitiva, intellettiva – poiché il filosofo sei tu, correggimi se sbaglio). Più avanti non posso spingermi per mancanza di elementi o quanto meno di memoria. Diciamo pure che eliminiamo le prime istanze di ciascuna triade, ne restano due.

    Per lo spirito è più semplice ma anche no. Nelle Scritture abbiamo ruah (la stessa parola che poco fa abbiamo usato per il concetto “anima volitiva”), in greco abbiamo nous, ma anche pneuma, in latino mens, ma anche spiritus. Sempre correggimi se sbaglio.

    Lo Spirito delle Scritture è femminile quantomeno in apparenza, poiché ‘lega’ l’anima al corpo (il principio d’individuazione invece è generalmente concepito come maschile; v. Satana). Però lo spirito può ‘legare’, divenire ‘attivo’, solo grazie a Sophia, la Sapienza, la Vergine, Ianua Cœli. Quindi la vera ricettività originaria è Sophia, il cui simbolo infatti è il calice. È lei che opera il miracolo della ricettività dell’anima nei confronti dello spirito.

    Epperò lo spirito delle Scritture è grammaticalmente equivoco: in ebraico (e in aramaico pe quanto ne so), ruah è una parola che possiede entrambi i generi, maschile e femminile. Nella maggior parte dei casi rimane indifferenziata, perché occorre come complemento oggetto, quindi senza terminazione morfologica di genere. Nei casi in cui ha la terminazione, ha per lo più terminazione femminile.

    Quanto all’anima, nephesh e neshamah mi pare siano femminili, ma non ne sono sicura.

    A questo punto io sono molto confusa ed essendo anche stanca non so più di cosa stavo parlando. Spero che mi torni in mente presto. Nel frattempo tu sei autorizzato a cancellare queste cose dal tuo blog. Credo di sapere che lo spirito di cui parlavo è maschile perché lo concepisco come attivo, razionale (= portatore di logos, anch’esso maschile, v. Cristo), verticale (in opposizione al femminile orizzontale, v. le pulsioni dell’anima, che si rivolgono a oggetti del mondo immanente, ma anche qui correggimi), e – confesso – anche un bel po’ eretico: cioè lo spirito maschile di dio di cui parla la Qabbalah, che è Fuoco (le Scritture distinguono il fuoco dallo Spirito, pur attribuendoli entrambi a Dio); nonché zolfo degli alchimisti. In definitiva parlavo dello spirito come potenza maschile di dio. Proietta il tutto per l’anima.

    Anche un’altra cosa mi è abbastanza chiara, la citazione di Weil (grazie per averla messa su l’altro giorno) è bellissima. Però lei… non parla di spirito, parla di grazia, della grazia come condizione, che come dice il gioco di parole del titolo è sia ‘stato di grazia’ sia ‘grazia’ contrapposta a ‘sgraziatezza’. Non mi sembra che si possa dire che la grazia coincide con lo spirito, la grazia mi pare più l’azione divina dello spirito sul creato, e specialmente sull’anima, un precipitato della potenza divina, un atto di dio (nei confronti della creatura), che quindi non partecipa della ‘natura’ di dio (come lo spirito), ma della sua ‘operatività’.

  9. jacopo nacci ha detto:

    ^__^ Intanto grazie.

    L’anima è tripartita nelle Scritture (nephesh, ruah, neshamah), tripartita in Platone (concupiscibile, irascibile, razionale), tripartita in Aristotele (vegetativa, sensitiva, intellettiva – poiché il filosofo sei tu, correggimi se sbaglio). Più avanti non posso spingermi per mancanza di elementi o quanto meno di memoria. Diciamo pure che eliminiamo le prime istanze di ciascuna triade, ne restano due.
    Per lo spirito è più semplice ma anche no. Nelle Scritture abbiamo ruah (la stessa parola che poco fa abbiamo usato per il concetto “anima volitiva”), in greco abbiamo nous, ma anche pneuma, in latino mens, ma anche spiritus. Sempre correggimi se sbaglio.

    Grossa pecca mia: di ebraico non so nulla e ho scordato tutto ciò che sapevo della mistica ebraica a parte qualche nozione sull’En-Sof. Mi pare tutto giusto (non userei l’aggettivo “tripartita” per l’anima di Aristotele ma ci siamo capiti).
    Per quanto riguarda nous, pneuma, mens e spiritus la questione è un po’ complicata. E qui vengono fuori le magagne delle difficilissime nozze di filosofia e filologia, perché le parole restano ma i concetti cambiano.
    Nous è intuizione, ne parla già Senofane, e nel tempo comincia a somigliare a una sorta di punta della mente (da Omero ad almeno Euripide è l’intuizione del saggio in contrapposizione alla phronesis e alla sophia del sapiente); nel Vangelo di Maria nous è anche il momento in cui la mente afferra il proprio limite, che è il limite del logos.
    Che il logos sia facoltà della psyche e che la psyche sia essenzialmente logica (ma con il problema dell’ego-centrismo) è concezione deducibile dal socratismo ma affonda le radici già in Eraclito. Logos è causa ed effetto ed è logica.
    Pneuma nasce nella terminologia medica ma assume tutt’altro significato quando diventa necessario separare il principio immateriale e universale dall’anima individuale, credo che Paolo lo mutui sostanzialmente dagli stoici.
    Mens è un casino: possiamo tradurlo sia con mente sia con nous sia con spirito, ma direi che non possiamo tradurre nous con mente, e nemmeno con spirito a meno di non voler equiparare la vista al veduto. In Agostino mens e spiritus sembrano un po’ confusi, e questo accade probabilmente perché Agostino integra la tradizione plotiniana con le Scritture.
    Nel Vangelo di Maria c’è un passaggio interessantissimo: Maddalena riceve la visione di Gesù – che è morto – e domanda al maestro se sta vedendo la visione con la psyche o con lo pneuma; Gesù risponde che la sta vedendo con il nous. Sono portato a interpretare il nous come intuizione che nasce dall’anima ma getta un ponte al di là dell’anima, e lo pneuma come spirito partecipato e universale.

    (il principio d’individuazione invece è generalmente concepito come maschile; v. Satana)

    (Interessante allora l’equiparazione dell’avversario e del diaballein: certo la divisione dell’Unum, ma anche la divisione interna all’individuo, ciò che lo disgrega)

    Però lo spirito può ‘legare’, divenire ‘attivo’, solo grazie a Sophia, la Sapienza, la Vergine, Ianua Cœli. Quindi la vera ricettività originaria è Sophia, il cui simbolo infatti è il calice. È lei che opera il miracolo della ricettività dell’anima nei confronti dello spirito.

    Nella tradizione cristiana valentiniana Sophia cade perché vuole partorire senza la controparte maschile. E qui le parti sono chiarissime, ma rimane che Sophia è funzione dell’anima come calcolante/conoscente e la controparte maschile è illuminazione. C’è un’eco di Eraclito, qui: il logos dell’anima se scollegato al Logos universale cade in ciò che oggi chiameremmo il dominio della tecnica; l’apprendimento, dice Eraclito in un frammento, non insegna il nous.
    E qui siamo al nodo delle nozze difficili, perché tutto sommato tutto ciò che intendevo grossolanamente dire è che siccome attribuisco in a bar style all’uomo una maggiore tendenza alla volontà di controllo, attribuisco al binomio psyche/logos una qualche mascolinità e al binomio pneuma/grazia una certa femminilità. E qui vengo agli ultimi due punti sui quali forse c’è da discutere.

    Credo di sapere che lo spirito di cui parlavo è maschile perché lo concepisco come attivo, razionale (= portatore di logos, anch’esso maschile, v. Cristo), verticale (in opposizione al femminile orizzontale, v. le pulsioni dell’anima, che si rivolgono a oggetti del mondo immanente, ma anche qui correggimi)

    Ecco, appunto, sulla base di un sincretismo che in filologia è bestia nera – e giustamente – ma in filosofia ti aiuta sovente a individuare delle linee base e delle tradizioni sotterranee, ti dico che lo spirito non è portatore di logos, ma inibitore di logos egocentrato, o sollevatore di logos a Logos universale, e che il logos è potenza della psyche come intelligenza razionale-discorsiva (sì, Gesù, ma in questo caso Logos va letto come messaggio/discorso sulla via o come incarnazione cioè adeguamento alle regole logiche, sia attivamente – in quanto creatore – sia passivamente – in quanto incarnato), e in quanto pensiero strumentale è strettamente legato al desiderio. Attenzione: c’è una tradizione che in modo grosso direi domenicana e tedesca che attribuisce al logos umano la capacità di autopurificarsi sulla base della propria potenza logica e giungere allo spirito, e probabilmente questo è un tema antifrancescano, e sarebbe interessante immaginarla marxianamente come una forma di resistenza alla sovrastruttura del cuore, un modo per dire: sì, va bene il cuore, ma occhio a non scambiare lo psicotico per un mistico.

    (le Scritture distinguono il fuoco dallo Spirito, pur attribuendoli entrambi a Dio)

    Interessante perché la trinità di Eraclito – che sembra la base di quella cristiana – è Zeus, Logos, Fuoco, e la linea sotterranea che individuo porta a identificare, passando per Schelling e arrivando ai dintorni della fenomenologia, il Padre/Zeus con il caos ontico (l’eros, il fulmine, il desiderio, l’inconscio, la memoria, la creazione dal nulla), il Logos con quello che dicevo su e che molto sommariamente definirei il regno della logica, e lo spirito/fuoco con l’emanazione del valore dalle cose, la sfera assiologica; e qui pare chiara una distinzione tra la logica da una parte, che è pertinente alle relazioni tra le cose, al loro essere col-legate in un unicum logico – e, ampliando la semantica, ai fattori quantitativi – e non alla loro essenza, e che è una facoltà che la linea socratica attribuisce alla psyche, e dall’altra parte la sfera dello spirito, che riguarda il valore, cioè la qualità intrinseca e ontologica delle singole cose. Ora, da Eraclito in poi e per tutta la mistica occidentale, il valore è percepibile solo con la leggerezza (la pesantezza infatti è attribuita alla melancholia prima e alla depressione poi), per l’appunto la grazia, che è possibile soltanto in un sollevamento della psyche rispetto al suo tipico logos ego-centrato (il quale se lasciato a sé, come dice Eraclito, si autoalimenterebbe nella volontà di controllo fino a essere dominato dal poliapprendimento – cioè dalla tecnica: diremmo, oggi, che reifica); grazia che, come attenzione (Weil), è il frutto e/o il prodotto dell’interruzione della catena di reazioni (nel concetto di Logos è compreso anche il principio di causa ed effetto, e il vuoto weiliano è uno squilibrio nelle quantità). E qui vengo all’ultimo punto sulla distinzione spirito/grazia, che ci sta, ma mantiene comunque la linea “vuoto che è azione della grazia che è azione dello spirito”, e non mi pare cambi molto qui; tra l’altro questo darebbe ragione alla tua concezione perché se è la grazia/spirito a fare il vuoto è l’anima che è ricettiva e lo spirito che è attivo/penetrante. Ma a me sta bene mantenere il paradosso weiliano della grazia che fa il vuoto che solo può ricevere la grazia. Tutto ciò che volevo dire è che l’anima è ricettiva proprio là dove è meno anima, cioè là dove è meno desiderante e pulsionale, e che all’azione dello spirito corrisponde la levità dell’anima, che è anche la sua possibilità di essere ricettiva, di vivere in attenzione. Senza contare che anche sulla nozione di operatività ce n’è: Weil parla come se Dio fosse costretto a scendere nell’anima svuotata per una questione di equilibri fisici, un concetto che sicuramente riprende da Meister Eckhart, il quale lo dice esplicitamente: Dio è costretto. In entrambe le filosofie, peraltro, Dio sembra quasi identificarsi con il tutto e la causa e l’effetto, cioè la sua volontà sembra lo stesso dell’incedere determinatissimo delle cose; diventa difficile parlare di operatività in senso pieno, in queste condizioni.

  10. effetto pauli ha detto:

    (Prima puntata, ché dopo ho fame)

    Ok. Partiamo dal basso, ma veramente dal basso. Se io mi guardo dentro e cerco di descrivere distinguendo, vedo grosso modo tre parti, che espongo in ordine ascensionale. La prima è il fatto che sono viva, respiro, mi muovo, mi nutro, faccio sesso. La seconda parte è il fatto che oltre a desiderare il cibo e l’aria io desidero anche qualcosa di meno legato alla sopravvivenza vegetativa, desidero per esempio l’affetto, o il bene del mondo. Ora, se il desiderio di affetto può concepirsi in assenza di pensiero razionale, il desiderio del bene del mondo invece non può prescindere da un ragionamento per quanto embrionale, né dal giudizio. La terza parte è che aspiro a qualcosa che non vedo risiedere interamente in me, ma che in me intuisco, sebbene confusamente. Il pensiero logico, per come posso concepirlo io, è già ben al di sotto di questo terzo livello.

    Se fossi materialista, probabilmente farei coincidere il terzo livello col pensiero razionale, e quindi lo chiamerei, credo, mente. Dato che invece non sono materialista, situo il terzo livello in un luogo trascendente rispetto alla mia esistenza individuale. Sono cosciente, però, del fatto che questo terzo livello non è anche trascendente rispetto a me, o per lo meno non lo è del tutto. Quindi mi chiedo: questo terzo livello, allora, è in me o non è in me? È altrove rispetto a me? È in me, ma non solo in me?

    Il testo ebraico delle Scritture sembra collocarsi, nel suo insieme, in quest’ultima prospettiva. Infatti il livello più alto del “soffio”, della רוה ruah (uso questi termini per non usare né “anima” né “spirito” né “pneuma”), è נשמה neshamah, che in alcuni luoghi indica il soffio umano, quello che potremmo chiamare anima razionale oppure spirito, e che stando a quanto mi dici in latino potremmo chiamare mens, ma con mille precauzioni, e in greco nous, ma ugualmente con cautela. In altri luoghi, neshamah si riferisce al soffio divino, ma considerato nell’uomo. Per quanto posso saperne, neshamah si applica solo all’uomo, non a Dio, né agli angeli. Arrischiandomi appena un po’, probabilmente posso definire neshamah come il soffio che risiede nell’uomo, ma che discende da Dio.

    Se adesso torno indietro e applico tutto questo al mio terzo livello, come devo chiamarlo? Per convenzione dovrei chiamarlo spirito. (Il fatto che io non mi ritenga cristiana non costituisce per me un problema nel fare uso delle Scritture per chiarire i miei tre confusi livelli interiori).

    Adesso scendiamo al secondo livello. Ho cercato di descriverlo come pulsionale-emotivo, ma non del tutto scisso dal pensiero, perché non me la sento di collocare il pensiero razionale nel terzo livello. Questo per me è un problema. Infatti da un lato mi piacerebbe distinguere meglio che posso le istanze e arrivare a figurarmele come nettamente diverse, quindi mi piacerebbe riuscire a separare l’elemento pulsionale-emotivo dall’elemento razionale. Dall’altro lato mi sento come costretta ad attenermi ad una tripartizione, se non altro per poter poi uscire dalla mia geografia interiore e confrontarla con le triadi delle Scritture, di Platone e di Aristotele, da cui ero partita.
    Allora procedo per tentativi. Se scindo la parte pulsionale-emotiva dalla parte razionale, e ottengo quindi non più tre ma quattro parti, non so come collocarle spazialmente. Come si situano in questa nuova configurazione la parte pulsionale-emotiva e la parte razionale, come due aspetti di un solo livello o come due livelli differenti? Se li colloco sullo stesso piano, ho l’impressione di creare una suddivisione artificiale all’interno di uno dei livelli. Credo che il problema della polisemia della parola “anima” e della parola “spirito” abbia a che vedere con il problema che mi trovo davanti.

    Allora provo a ragionare per osservazione. Parte pulsionale-emotiva e parte razionale non condividono la stessa natura, eppure sembrano situarsi sullo stesso piano: sono entrambe in relazione stretta con l’immanenza, sono entrambe cose ‘che produco io’, condividono entrambe, anche se in misura diversa, una forte tendenza alla distinzione (si desidera una cosa invece di un’altra, si pensa distinguendo i concetti attraverso le parole, giusta la definizione del linguaggio come “reticolo differenziale” che possiamo trovare in Saussure e in Peirce). Cosa ancora più importante, entrambe si svolgono nel tempo lineare.
    Allora decido di metterle sullo stesso piano, entrambe all’interno del mio II livello. A questo punto mi pare che il II livello sia di natura nettamente maschile, mentre il III livello (che prescinde dall’individuazione del linguaggio, dal tempo, dal qui ed ora, e dalla parte immanente di me) fonde e accoglie, e mi si presenta dunque come avente natura femminile. Se per comodità chiamiamo “anima” il II livello e “spirito” il III, allora a questo punto dovrei convenire che l’anima è maschile, lo spirito femminile.
    (To be continued)

    E sono io che ti ringrazio, perché mi fai ragionare e mi fornisci anche gli strumenti che non ho. La distinzione fra nous e pneuma mi convince.
    Per quanto riguarda il logos, nel risponderti ho usato i tuoi suggerimenti e ho riservato all’umano il razionale, perché mi sono resa conto che spontaneamente mi viene di riservare la parola greca al Logos universale, e considerare il logos-linguaggio-logica-pensiero come cosa diversa, inferiore perché limitata e schematica, e a questo punto m’interesserebbe sapere come la tradizione domenicana/tedesca conta si possa operare per pervenire al Logos a partire dal logos.

    Per il resto, che ho trovato molto stimolante, ti rimando alla seconda puntata.
    Mi auguro che la piattaforma non si mangi i caratteri ebraici, se vedi quadratini sai perché.

  11. effetto pauli ha detto:

    [Ho i miei tempi]

    Allora, tutta la pappardella di cui sopra in realtà non mi convince. Ha.
    Non mi ha convinta dal giorno dopo averla scritta. Avvertivo un’insoddisfazione, il dubbio fondatissimo di aver costretto le cose in un contenitore prefabbricato. Avevo l’inguaribile impressione di avere sbozzato le differenze a colpi d’ascia. Nello sforzo di attribuire un “genere sessuale” all’una o all’altra istanza, avevo dovuto far prevalere un elemento sugli altri; ad esempio far prevalere la ricettività dell’anima sul suo aspetto volitivo e pulsionale. Il che è un’operazione gratuita, prova ne sia il fatto che tu hai fatto il contrario, cioè hai deciso di far prevalere il controllo e la volontà, attribuendo dunque all’anima un “genere” maschile. (No, non ho dimenticato che queste idee non le hai espresse di tua spontanea volontà, ma quasi costretto dalla discussione; il fondo, mi sembra, non cambia).
    Perciò. Se invece di pontificare comodamente come ho fatto io mi costringo a ritornare alle cose, devo giocoforza ammettere che i “generi” sono ovunque compresenti.
    La faccio breve*.
    Ho detto che nel livello più ‘basso’ di me (che ho chiamato I livello) colloco le pulsioni elementari, le energie vitali, le energie libidiche. Riguardo a queste ultime il problema dell’orientamento ‘sessuale’ dei livelli è già evidente: io vedo e sento sia una natura maschile sia una natura femminile. Preciso che parlo di me, non dell’Uomo. Li sento entrambi in me; poi naturalmente possiamo discutere sulle proporzioni, ma ci sono entrambi, e si manifestano. Penso che questo discorso vada al di là di qualsiasi riflessione sulla bisessualità, che in quanto comportamento cosciente mi sento di collocare ad un livello superiore, mentre qui stiamo parlando veramente del basso, dell’infimo. Ho anche l’impressione che questo mio sentire sia abbastanza diffuso, cioè che ognuno di noi, in misura diversa, avverta nello strato più basilare di sé questa commistione di maschile e femminile.
    Proseguendo il giro per il famoso I livello, vedo che contiene anche un fuoco elementare di tipo maschile, e i bisogni naturali, che invece mi sembrano femminili, perché sono vuoto da colmare. Ancora una volta mescolanza di “generi”.

    Ora la domanda viene spontanea, perché negli altri scomparti, negli altri livelli, la situazione dovrebbe essere diversa?
    Nel mio II livello, per esempio, vedo una compresenza di emotività pulsionale e razionalità, che avverto come femminile (avvolgente) la prima, maschile (dirimente) la seconda. Vedo la volontà (direzione: dunque maschile) e l’amore (principio connettivo: dunque femminile).
    Nel III livello, pareil, vedo per esempio l’amore universale** e il Logos, femminile il primo (abolizione delle categorie e delle individualità, dilagare cosmico), maschile il secondo (ordine universale, direzione universale delle cose).
    Ammetto che non mi sono messa a sistematizzare uno per uno i contenuti di questi benedetti 3 livelli, uno perché non mi sembra di avere le idee abbastanza chiare sulla lista dei contenuti di ciascuno di essi, due perché in questo particolare caso sento che averci le idee vaghe è meglio che avercele precise, almeno per il momento. E comunque dei dettagli sicuramente non frega niente neanche a te, nel caso può interessarti il discorso in generale, e quello si salva – credo – anche se non sistematizzo.

    Mi limito a notare che, se accetto l’ipotesi della compresenza di una natura maschile e di una natura femminile in ciascuno dei comparti stratificati di me, allora questa compresenza mi permette (e qui torniamo all’inizio della nostra conversazione: approfitto per ringraziare la tua pazienza) di superare l’aporia di uno “spirito” concepito come maschile perché attivo e insufflante e penetrante, ma anche femminile perché trascendente le categorie, il tempo, la causalità ecc., e perché veicolo d’amore. La compresenza di maschile e femminile in tutti i livelli interiori mi permetterebbe anche di tornare alla grazia come femminilità di silenzio, vuoto e carità.
    È chiaro che in quest’ottica anche Dio è bisessuale. Anzi, soprattutto Dio è bisessuale.

    “C’è un’eco di Eraclito, qui: il logos dell’anima se scollegato al Logos universale cade in ciò che oggi chiameremmo il dominio della tecnica; l’apprendimento, dice Eraclito in un frammento, non insegna il nous”.

    Mi piace questa cosa che dice Eraclito. Detto meglio (da Eraclito), è la ragione per la quale fare la ricercatrice non mi ha mai convinta. Più scrivo più mi rendo conto che non faccio che aggiungere sovrastruttura a sovrastruttura. In definitiva, è un’operazione inutile (ma per carità, non per le ragioni becere che stanno alla base dell’attuale distruzione dell’università e della cultura).

    “c’è una tradizione che in modo grosso direi domenicana e tedesca che attribuisce al logos umano la capacità di autopurificarsi sulla base della propria potenza logica e giungere allo spirito”

    Dio quanto mi piacerebbe sapere come contavano di arrivarci. Pura curiosità.

    “Interessante perché la trinità di Eraclito – che sembra la base di quella cristiana – è Zeus, Logos, Fuoco, e la linea sotterranea che individuo porta a identificare, passando per Schelling e arrivando ai dintorni della fenomenologia, il Padre/Zeus con il caos ontico (l’eros, il fulmine, il desiderio, l’inconscio, la memoria, la creazione dal nulla)”

    Qui la bambina che leggeva mitologia ha dei problemi, perché per lei il caos ontico non è Zeus, ma Crono.

    “il Logos con quello che dicevo su e che molto sommariamente definirei il regno della logica”

    Per me, ripeto, il logos è il regno della logica, il Logos è la legge delle cose, la direzione, la ratio, che non è la stessa cosa che dire razionalità. Non riesco ad andare oltre questa bipartizione. Non riesco a considerare la logica una vis superiore.

    “e qui pare chiara una distinzione tra la logica da una parte, che è pertinente alle relazioni tra le cose, al loro essere col-legate in un unicum logico – e, ampliando la semantica, ai fattori quantitativi – e non alla loro essenza, e che è una facoltà che la linea socratica attribuisce alla psyche, e dall’altra parte la sfera dello spirito, che riguarda il valore, cioè la qualità intrinseca e ontologica delle singole cose”.

    In questo già mi ritrovo di più.

    “E qui vengo all’ultimo punto sulla distinzione spirito/grazia, che ci sta, ma mantiene comunque la linea “vuoto che è azione della grazia che è azione dello spirito”, e non mi pare cambi molto qui”

    No, infatti. Ci tenevo a distinguere le due cose, tutto qui. Non mi pare si possa dire che gli animali sono investiti dallo Spirito, eppure mi sembra che nella maggior parte dei casi siano investiti dalla grazia.

    “Ma a me sta bene mantenere il paradosso weiliano della grazia che fa il vuoto che solo può ricevere la grazia”.

    A me invece questa affermazione non convince, per quanto paradossale e bella la si possa considerare. Per esempio, credo (e ho sperimentato) che uno “stato di grazia” possa essere autoindotto (con la meditazione, la gestione della respirazione, la concentrazione prolungata e assidua, fai tu). Per cui per me la catena sarebbe più che altro “stato di grazia” (indotto o autoindotto) -> vuoto -> grazia. Sono processi che avverto come incrementali, non riesco a considerarli circolari.

    “Weil parla come se Dio fosse costretto a scendere nell’anima svuotata per una questione di equilibri fisici, un concetto che sicuramente riprende da Meister Eckhart, il quale lo dice esplicitamente: Dio è costretto”.

    Qui mi ritrovo di nuovo.

    ” In entrambe le filosofie, peraltro, Dio sembra quasi identificarsi con il tutto e la causa e l’effetto, cioè la sua volontà sembra lo stesso dell’incedere determinatissimo delle cose; diventa difficile parlare di operatività in senso pieno, in queste condizioni”.

    Sì, sono d’accordo.

    * Non ci sono riuscita.

    ** Stavolta non in senso ficiniano.

    Ciau.

  12. jacopo nacci ha detto:

    Adesso scendiamo al secondo livello. Ho cercato di descriverlo come pulsionale-emotivo, ma non del tutto scisso dal pensiero, perché non me la sento di collocare il pensiero razionale nel terzo livello.

    Io semplicemente non darei per scontata la connessione tra pulsionale ed emotivo, cioè: non la darei per scontata allo stesso livello, mentre metterei razionale e pulsionale al secondo livello ed emotivo al terzo. Metterei pulsionale e razionale insieme perché il razionale è la decodifica dell’ambiente locale in vista dell’ottenimento di un risultato, cioè è ragione strumentale, logos, che però è virtualmente coincidente con il Logos (‘virtualmente’ nel senso di: se esteso all’infinito, il che è possibile solo pensando a una mente potentissima e a una memoria sovrumana, ma, insomma, nel locale funziona come funzionerebbe sull’universale, con la stessa decodifica della realtà e con la stessa, si spera, adesione).

    Sono d’accordo con la confusione dei generi, come atteggiamento, anche se continuo a vedere un ambivalenza nel primo livello, una mascolinità nel secondo e una femminilità nel terzo. Il raggiungimento del terzo determina il rapporto con la femminilità del primo; il mancato raggiungimento del terzo determina il rapporto con la mascolinità del primo: Dio come Madre accogliente o come Padre che incute timore.

    Più scrivo più mi rendo conto che non faccio che aggiungere sovrastruttura a sovrastruttura. In definitiva, è un’operazione inutile

    Credo che abbia una sua utilità, dato che purtroppo non siamo bonobo. Ma sto progressivamente erodendo l’idea dell’importanza che attribuisco al logos, nella mia vita. Nel senso che sto molto sul chi va là rispetto a quello che io-penso-essere-logico in un dato luogo-momento. Siamo capaci di dimostrare qualsiasi delirio su basi apparentemente logiche, volendo.

    Dio quanto mi piacerebbe sapere come contavano di arrivarci. Pura curiosità.

    Indicazioni bibliografiche: Margherita Porete, Meister Eckhart, Taulero. Una buona lettura è Marco Vannini. Il metodo è la dissoluzione delle immagini, cito da Vannini: «Non si deve pensare che Dio sia altro, forse così o forse cosà , ma si tratta invece di essere in un modo: abbandonare i modi dell’interesse, che crea l’oggettività e l’appropriazione, ed assumere il modo ‘senza modo’ dell’amore/distacco, che si sbarazza di ogni immagine, e si sbarazza di ogni immagine perché rifiuta ogni finitezza. La nobiltà dello spirito non vuole catturare nulla, ma essere l’essere, e perciò fa il nulla di sé medesimo, in quanto accidentale complesso di determinazioni». In pratica l’idea è che la strada del cuore sia più ingannevole: sul sentire ci si può ingannare (pensa solo ai fenomeni di tecnomistica, della simulazione di dolore collettivo per i morti mediatizzati); se i moti del corpo vengono comunque interpretati, e se i moti del sentire possono essere simulati dalle immagini, quanto meno il logos – che certo rischia di fermarsi mettendosi al servizio dell’egocentrismo – se portato fino in fondo ha in sé gli anticorpi per autoemendarsi.

    Qui la bambina che leggeva mitologia ha dei problemi, perché per lei il caos ontico non è Zeus, ma Crono.

    Ottimo spunto. Da pensarci. Comunque guardo a Eraclito come a un sistematizzatore concettuale.

    Per me, ripeto, il logos è il regno della logica, il Logos è la legge delle cose, la direzione, la ratio, che non è la stessa cosa che dire razionalità. Non riesco ad andare oltre questa bipartizione. Non riesco a considerare la logica una vis superiore.

    Rimando a su.

    A me invece questa affermazione non convince, per quanto paradossale e bella la si possa considerare. Per esempio, credo (e ho sperimentato) che uno “stato di grazia” possa essere autoindotto (con la meditazione, la gestione della respirazione, la concentrazione prolungata e assidua, fai tu). Per cui per me la catena sarebbe più che altro “stato di grazia” (indotto o autoindotto) -> vuoto -> grazia. Sono processi che avverto come incrementali, non riesco a considerarli circolari.

    Ci devo pensare. Mooolto pensare.

    ^___^

  13. Effetto Pauli ha detto:

    Prima parte (“Io semplicemente non darei…”) :
    Mmh. Ci devo pensare.

    Seconda parte (Credo che abbia una sua utilità…”) :
    Bene. Di questo sono sicura che riparleremo.

    Terza parte (“Indicazioni bibliografiche”) :
    Grazie. Devo leggere il dialogo.

    Per il discorso in generale, ci aggiorniamo. Tra l’altro si è intrecciato con varie riflessioni di questi mesi: tout se tient.
    È stato un piacere.

Pubblica un commento