Maius quam cogitare potest – Seconda meditazione in ottobre

Jacopo Nacci, 10 ottobre 2008

Anima e spirito

Nasce spesso una confusione tra vita dell’anima e vita dello spirito, tra piano psichico e piano spirituale, che è funzionale alla vendita e diffusione di pseudo-dottrine che, non solo oggi, ma anche in passato – perché la tentazione di riduzionismo c’è sempre stata – pretendono di sciogliere nel nome di sapienza un affabulare inutile, pieno di contraddizioni e del quale la legittimazione della contraddizione è parte integrante.
S’è visto come per Schelling dal fondamento oscuro che si specchia in sé nasca la luce  come Verbo, ovvero come Logos. È questo il Logos che ordina il Caos pescando nel fondamento e portando alla luce –  cioè esercitando la creazione perpetua che chiamiamo tempo – le cose e le creature, ordinandole secondo i principi della logica e della fisica, le leggi universali del nostro universo. È la mediazione necessaria alla creazione.

Questo, il piano del Logos ontologico, nel senso greco del termine, è il campo dell’anima e delle idee. Socrate si muoveva in questo orizzonte: un campo matematico dove funziona il principio di causa ed effetto e dove è possibile – ma limitata e quindi destinata a fallire – una pratica di psicoterapia basata sulla conoscenza di traumi ed eventi che ci hanno portato a essere ciò che siamo caratterialmente. È anche, ovviamente il piano della fisica e della logica: la ragione naturale può e deve indagarlo. E infatti Socrate, che non aveva un’etica empatica ma ne aveva una basata sull’orgoglio e sulla vergogna, due sentimenti estetici, che si muovono sul piano dell’anima, sceglieva una terapia logica per fare emergere le contraddizioni tra le idee che le persone nutrivano sul mondo e su se stessi.*
Questo metodo, l’elenchos, è un modo sistematico per non cadere preda della psicosi, cioè di quella affezione del linguaggio e della ragione che porta a negare i principi di identità, non contraddizione e terzo escluso, anche da parte di gente che usa il cellulare e il computer fidandosi del funzionamento causa-effetto, una condizione che oggi appare più diffusa a causa della quantità di informazione cui siamo sottoposti, che mette a dura prova la nostra capacità di organizzare le idee in un sistema non contraddittorio: come accade per esempio quando alcuni di noi non si accorgono che dicendo molte delle cose che dicono affermano implicitamente che le stesse leggi non debbano valere per tutti, e lo fanno semplicemente perché la televisione li ha bombardati e la mente stanca si appoggia alle etichette: a riguardo Nietzsche diceva che l’opinione pubblica è un lato della medaglia che sull’altro reca la molteplicità delle pigrizie private, cioè della stanchezza che impedisce a molti di noi un esame socratico dell’anima. Ma appunto qui siamo ancora su un piano dell’anima. Qui siamo alla banalità del male come incapacità di concepire un pensiero autonomo rispetto all’opinione pubblica: pensiero autonomo in questo caso non significa affatto pensiero autonomo dalla realtà: è l’opinione pubblica, è la semplificazione, che genera un’immagine falsa della realtà, una realtà semplice per menti stanche; rispetto a questa mistificazione si deve sollevare il pensiero autonomo con una capacità di ricostruzione della realtà.

Ma valgono leggi diverse sul piano dello spirito, e sono quelle indicazioni etiche che vengono fornite dal Logos nel senso in cui abbiamo visto che Gesù – o chiunque abbia insegnato o insegni o insegnerà ciò che egli insegnò – è logos nel senso di discorso sulla gestione del Padre/Madre, ovvero sull’interazione tra noi e la nostra radice esposta al soffio dello spirito. E Schelling mostra di conoscere anche questo aspetto del Logos, un aspetto che lui chiama Amore e nel quale vede un’evoluzione – come ho considerato nella precedente meditazione – per sublimazione del Logos ontologico. Egli infatti dice che la parte egoista del fondamento oscuro – che in sé è caos, ma non male, nel senso che non ha una volontà malvagia – può, salendo al livello del Logos ontologico, usare il Verbo per il Male. Che significa usare il Verbo per il Male? Significa prendere il piano delle leggi della giustizia insita nella logica, cioè come si è visto il piano dell’anima, e farne l’unica soluzione – la soluzione finale, per l’appunto – per ogni controversia umana, comprese quelle tra noi e noi stessi. Si può rispondere a questo Male rimanendo sul piano del Verbo? Scriveva Simone Weil: “Il bene preso a livello del male e che vi si opponga come un contrario a un contrario è un bene da codice penale. Al di sopra si trova un bene che, in un certo senso, somiglia più al male che a quella bassa forma di bene. Ciò rende possibile molta demagogia e molti fastidiosi paradossi”. E allora qui, secondo Schelling, la luce che si era fatta Verbo deve assumere un altro aspetto per poter superare il Male fattosi Verbo, per potere raggiungere un piano superiore al piano del “bene da codice penale”: deve assumere l’aspetto dell’Amore, che è qualcosa di più del semplice Bene: l’Amore per vincere sul Male che si è impossessato del piano dell’anima, deve inaugurare un nuovo piano, salire su un altro livello ancora e trionfare lì, sul piano dello spirito. Cosa fa dunque l’Amore sul piano dello spirito per trionfare sul male? L’amore conosce la grazia, vale a dire il perdono. La parola grazia nel linguaggio ha almeno due sensi: è intesa come perdono ed è intesa come leggiadria. Forse si è persa la radice comune che l’italiano conosce benissimo quando, di solito per fini biechi, cioè commettendo l’errore di portare il metodo dello spirito su quello dell’anima, dice “Dai, lascia perdere”. Ma il senso è chiaro: lasciar perdere, sollevarsi – perché leggeri-, perdonare, violando quindi la logica della giustizia che era anche la logica socratica. Per questo Simone Weil parla di bene che somiglia più al male e che questa somiglianza rende possibile demagogia e paradossi: perché si richiede un’eccezione, che assomiglia sempre a un privilegio. Del resto rimane difficile per un’anima su cui non brilla lo spirito intuire la differenza tra la grazia e il privilegio.

Qualcuno potrebbe obiettare che Socrate perdonava sempre. Non è vero: Socrate non perdonava affatto perché non intendeva l’atto che doveva essere perdonato come un atto libero. Muovendosi esclusivamente nell’orizzonte dell’anima, conosceva solo leggi di causa ed effetto, la sua etica era solo cognitiva, e noi parliamo a riguardo di intellettualismo etico, cioè di quella dottrina squisitamente socratica e poi spinoziana per la quale chi fa il male di sé di sé e degli altri, lo fa perché è ignorante e non può fare altrimenti. Socrate è determinista, per lui la volontà non c’è, quindi non deve perdonare nulla, perché ogni azione moralmente sbagliata è frutto di una errata cognizione, non di una volontà di fare il male. Ma se ci muoviamo sul piano dello spirito noi possiamo fare di più, abbiamo un orizzonte più ampio (anche se poi diventa più difficile districarsi e decidere o per la giustizia o per la grazia). Se il piano dell’anima era il piano socratico, il piano dello spirito e soprattutto i metodi di gestione di questo piano, sono la novità cristiana, che è sostanzialmente riassumibile nel perdono. Non è un caso che Hannah Arendt se ne accorga mettendo in contrapposizione il perdono con le leggi di causa ed effetto, cioè di azione e reazione, come quella capacità di interrompere la catena, quella capacità che ci rende umani rispetto al resto dell’universo fisico. Naturalmente con questo non voglio affermare che non esiste uno stato neurofisiologico corrispondente, nel nostro corpo, quando esercitiamo questa capacità. Mi basta sapere che una pietra non perdona.
Ma come si presenta il Male su questo piano, quando si è impossessato del Logos ontologico, cioè della logica? Si presenta come implacabilità della giustizia, come incapacità di sentire il valore singolare e personale dei soggetti al di là delle loro relazioni con il resto, ché la logica non dei soggetti si occupa, ma solo delle loro relazioni. Hai violato la legge e sarai punito: il principio pessimista di matrice gnostica che in questo mondo trionfi sempre la massa e l’astrazione sull’individuo, data la molteplicità delle anime e il loro farsi massa e quindi il loro darsi leggi universali e per questo implacabili, è il tema che De André affronta in Geordie, dove né lo scettro del re né il cuore degli inglesi, monarchia e anarchia, possono violare la legge delle masse democratiche reificate anche rispetto a se stesse. L’insistere sui rapporti di regolemantazione del piano dell’anima senza riuscire a uscirne è ciò che chiamiamo nevrosi: l’ideologia – diversa dall’ideale – che prescinde dai soggetti e si basa soltanto sulle astrazioni, non fa che ripetere genocidi in nome di un’idea. Nel pezzo di De André quel giorno non c’è il sole su Londra: è una condizione normale, è la condizione di massa, di banalità.

Quindi sono possibili due errori. Il primo è tentare di applicare, semplificando –  e lo fanno la new age e in genere l’esoterismo di bassa lega – le leggi dello spirito al piano dell’anima, delle idee e della logica. È la sindrome del “Ma non puoi sempre risolvere tutto con la logica” o “È vero quello che uno crede” o “Per me è così anche se dimostri il contrario” e via dicendo. Il secondo è tentare di applicare, cercando di risolvere la complessità, le leggi dell’anima al piano dello spirito, ovvero applicare la bilancia laddove essa potrebbe essere sollevata del suo stesso peso e se è il caso gettata via. È la sindrome che comunemente chiamiamo cattiveria, o spietatezza. È perché esistono questi due tipi di errori che esistono due tipi di fascismo, o se si vuole un solo tipo di fascismo che esercita entrambe le violenze negando sia la logica sia l’ordine del cuore.

*Quanto alla frase di Socrate nel Critone, «con chi crede che sia giusto fare il male ai nemici non può esservi dialogo», essa presuppone non un’anticipazione cristiana, come spesso si fraintende, bensì rimane sul piano dell’anima, infatti Socrate dice “giusto”, non “buono”. La frase esprime semplicemente un’opinione sull’intellettualismo etico: in chi percepisce le proprie azioni come libere è difficile, forse impossibile, instillare il dubbio che esse siano frutto dell’educazione, della configurazione dell’anima e delle sue cognizioni, specie se crede di sperimentare su di sé il fenomeno dell’acrasia (Socrate ha qui già parlato con Protagora, benché il dialogo sia probabilmente scritto prima di quello), e quindi è praticamente impossibile convincerlo che anche le azioni degli altri non siano volontarie. Socrate insomma non parla di misericordia e di amore, parla di giustizia e di logica.

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