Manufatti

Jacopo Nacci, 16 settembre 2009

Questa recensione è apparsa sul numero 7 di Satisfiction.

Wunderkind di D’Andrea G.L. fa molte cose e le fa bene: dà inizio a una trilogia dipingendo un mondo gotico e fantastico che ti si imprime nella mente, lasciandoti con la voglia di penetrarlo a fondo; di quel mondo ti fa letteralmente vedere le architetture, la terra, i cieli, i colori e persino il bianco e nero; ti fa sentire la pioggia che ti cola addosso, l’umidità che penetra le ossa; crea atmosfere dalla densità soffocante; descrive le paure e le angosce di un adolescente con la serietà e la considerazione riservate di consueto alle paure e alle angosce degli adulti senza trasformare l’adolescente in un adulto, ma anzi rivendicandone la specificità, lasciandolo libero di vivere il suo spleen che confina con l’orrore; solo che qui l’orrore irrompe nella realtà: l’autore lo prende sul serio, l’adolescente; stana l’essenza lugubre degli oggetti come solo gli incubi più disperati riescono a fare; radica l’incantesimo nella nostra forma di vita e, per ogni singola persona, in ciò che ha di più caro e intimo; concretizza fantasie oniriche terrificanti in immagini ad alta precisione; traduce in azioni e archetipi i sentimenti di amore coniugale, filiale, materno, talvolta li stressa; narra la violenza, e la fragilità nella violenza, con lingua eccellente.

Vorrei aggiungere un paio di cose, o forse tre, a quanto pubblicato su “Satisfiction” (a dire il vero vorrei aggiungerne di più ma in questi giorni il tempo è quello che è). La prima cosa è che: so che esistono letture politiche del romanzo. Io non sono in grado di darne una lettura politica articolata se non su un fatto: l’adolescente è qui vezzeggiato e rincorso da tutti, come una risorsa, e chi siano i ben intenzionati e chi siano i mal intenzionati questo ora qui non ci interessa né, nel romanzo, l’identificazione degli uni e degli altri è così netta da non lasciare margine a dubbi; e non lo è perché in entrambi i casi, magari mostrando maggior rispetto in un caso e mostrando maggior piaggeria nell’altro caso, in ogni caso l’adolescente è preso di peso, messo qua o messo là, protetto come un bambino e nello stesso tempo spersonalizzato come una fonte di valore, non come un soggetto di valore. Ecco, la mia lettura politica si limita a questo, e a notare, di sfuggita, che il valore di un adolescente è tale per chi lo mette di qua e di là, nella realtà, fino a che questo adolescente non è stato riempito, non è stato consolidato in una forma fatta di competenze e promesse di performanze. Nel caso in cui queste competenze e queste promesse di perfomanze saranno congeniali al mercato, il post-adolescente sarà ancora accettato (forse nello stesso modo di prima, forse in un modo diverso, anche questo sarebbe da investigare); nel caso in cui invece queste competenze e queste promesse di performanze saranno non congeniali al mercato, il post-adolescente sarà rigettato. Fine della lettura politica.
La seconda cosa è relativa all’immaginario di Wunderkind: la superficie esterna è la sedimentazione di un liquore proveniente da un irricostruibile coacervo di fonti – sedimentazione, coacervo, irricostruibile: un immaginario, appunto – mentre il nucleo è forgiato da un tentativo – riuscito in un modo che spaventa – di rendere visibili e palpabili archetipi onirici – sto parlando dei Manufatti – più vicini al disturbo del sonno che al sogno. Ecco: mentre leggevo Wunderkind e rivedevo decine di creature e di atmosfere che in un qualche modo percorrono la superficie della storia delle storie raccontate, da Shakespeare al più innocuo soft horror anni ottanta, mi domandavo donde venissero i Manufatti, che sono terribili, straniti, e toccano qualcosa di più profondo. Sì certo, è chiaro: anch’essi provengono da una sedimentazione, non può essere altrimenti; oggetti arrugginiti, probabilmente oggetti d’altro tempo che riemergono dai giardini e dai cortili nel secolo della cementificazione a tappeto, della sistemazione asettica, della pulizia edilizia. Simboli del rimosso, del preistorico rispetto-a-noi, della trasgressione antica, i Manufatti sono forse (forse) l’incarnazione generazionale di un eterno riemergente universale.
La terza, forse, cosa è relativa alla questione dell’immaginario, cioè degli immaginari, ed è parte di un discorso cui ho accennato alla presentazione di WebSite Horror a Firenze, per chi c’era, e che vorrei trovare il tempo di sviluppare anche qui, e che è, in breve, un discorso sull’imposizione dei propri immaginari senza una presa di distanza ironica da parte di una generazione che, per una disgraziata congiuntura storica, fatica a considerarsi ed essere considerata adulta, e nelle storie della quale la presa di distanza ironica rispetto al proprio immaginario ha spesso svolto il ruolo di uno scusarsi, è stata la voce di un babbo-da-bar introiettato che, da dentro l’autore, prende le distanze da tutte quelle cose-da-bambini che si stanno descrivendo.
Ora, l’adolescenza è, temo, quel periodo in cui si passa dalla prima adolescenza alla tarda adolescenza, e ho il sospetto che il transito avvenga quando ci si assume la responsabilità di quello che si dice, in un processo che – da un lato – conquista il discorso veritiero e rigetta il discorrere fantastico spinto dal timore della vergogna che proviene dall’essere còlti in contraddizione (Socrate insegna) e – dall’altro lato – dà valore alla coerenza perché ad essa danno valore i nostri coetanei che crescono intorno a noi, e che tendono a individuare nel discorso coerente rispetto alla realtà la caratteristica peculiare e la condizione necessaria dell’età adulta. L’adolescenza è il processo attraverso il quale, insomma, viene rigettato il discorso fantastico, ed è forse per questo che è il periodo in cui l’orrore sembra più affascinare: rientra da ogni foro, artiglia dal buio, fa resistenza, fa paura.
Wunderkind fa due cose diverse e collegate: afferma con forza un immaginario e prende sul serio l’adolescente. Quindi l’imposizione dell’immaginario del terrore è non solo il frutto (o la voglia) di una scelta estetica, ma anche un tema: l’immaginario del terrore viene imposto, ed è rappresentato un adolescente che vede quello che nessuno vede. Nel romanzo, le paure dell’adoloscente – l’autore fa una scelta – si dimostrano più reali del reale, più reali del senso comune degli adulti. Dunque Wunderkind non solo fa una cosa, e cioè impone un immaginario, ma mentre lo fa, parlando dell’adolescente, dice che lo sta facendo.

Indicazioni di ricerca: ammissione della differenza tra i due ambiti: da un lato il patto di sospensione dell’incredulità richiesto dalla narrativa e dall’altro lato il patto di coerenza richiesto dalla realtà adulta extranarrativa; possibilità della narrativa, d’altro canto, che è possibilità di forza politica e sociale, di dire cose sul mondo più vere di quelle dette dal senso comune laddove il senso comune è incancrenito e dunque in ritardo rispetto alla realtà, d’ostacolo alla comprensione dei fenomeni e al riconoscimento della reale divisione del continuum; degradi pop e crescite zero; possibile contraddizione: pretendere il riconoscimento della maturità mediante l’affermazione forte di qualcosa che (forse) rivendica il diritto a un carattere non adulto.

Segui il rizoma

Federico Platania, Il primo sangue Andrea vive con i suoi genitori in una casa minuscola e lavora in una mensa tirando su novecento euro al mese. Trascorre la sua vita in una periferi...
L’altro me (parte tredicesima) Pubblico, in una serie di post, l’intervento al Pesaro Comics & Games 2014.(La prima parte, la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, ...
Resa di un recensore di Candida (parte terza) La via mistica. Forse di fronte a un mondo, a un corpo e a una morte che reclamano la propria realtà, di fronte alla coscienza piena della nostra tr...
L’altro me (parte diciannovesima) Pubblico, in una serie di post, l’intervento al Pesaro Comics & Games 2014. (La prima parte, la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta...

9 commenti a “Manufatti”

  1. Luckyna ha detto:

    sei di Pesaro??? Ma daiiii!!!! Hola conterraneo..

  2. jacopo nacci ha detto:

    Ciao Luckyna,
    sì. ^___^

  3. utente anonimo ha detto:

    Due topiche centrali sulle quali riflettere e che, a me personalmente, interessano molto: l’ironia e l’adolescenza. Con Dostoevskij(vedi un suo poco conosciuto, per fortuna, romanzo dal titolo “l’adolescente”, appunto) ed un pizzico di Hegel(che dell’adolescenza fa scempio),direi viva l’adolescenza lunga!: il modo più convincente per ‘starsi vicino’,per fare scelte il meno possibile ironiche, ovvero adulte. Caro Jacopo, Nietzsche c’aveva visto lungo: Socrate è quel genio malignio che con ironia e pretese scientifche ha distrutto per sempre lo spirito dionisiaco, se vuoi fantastico, dei Greci e di tutto l’Occidente.
    Bellissima recensione: ho sempre un sacco da imparare da te, sempre tanti spunti interessanti sui quali applicarmi.

  4. utente anonimo ha detto:

    Ho dimenticato la firma (commento # 3). Ah l’ossessione della firma, dell’identità e del soggetto proprietario, speriamo arrivino tempi migliori :).
    Forse avresti capito da solo di chi si trattava, in attesa di un riscontro saluto te, in particolare, e ,in generale, tutti i lettori di questo blog.
    Evelina

  5. jacopo nacci ha detto:

    Ciao cara.

    Socrate era un filosofo.
    Nietzsche no.
    ^___^

    Al di là di ciò, mi interessa molto il discorso su adolescenza, ironia, Socrate e Nietzsche. Ti sarei grato se approfondissi e/o sciogliessi.

  6. jacopo nacci ha detto:

    Ciao Asophia!

  7. asophia ha detto:

    uh…interessante, si anche io voglio sapere…[scusate l’intrusione]

  8. utente anonimo ha detto:

    Spunti interessanti per un libro il cui titolo è a metà tra un reggipetto ed un wurstel. Caro Jacopo, Tu sei davvero troppo bravo. Perchè non recensisci anche Dante Alighieri o Shakespeare o Dio ?

    Pane Arabo

  9. jacopo nacci ha detto:

    Oh, vara chi si vede. Bentornato.
    ^___^

Pubblica un commento