Martiri della tecnica – parte prima:
del non nominare

jacopo nacci, 23 marzo 2010
Ferruccio Mengaroni, Medusa, 1925

Ferruccio Mengaroni, Medusa, 1925

Sul caso relativo al finevita andato in onda in Italia negli anni appena trascorsi e in particolare l’anno scorso, non ho saputo trovare, per quello che rientra nelle mie capacità, alcuna alternativa al non nominare il nome della persona più di ogni altra coinvolta con il suo corpo e con la sua identità. Il nominare, in tutte le forme che mi sono venute in mente e in quasi tutte le formule di cui ho fatto esperienza, lo sento ricadere nel campo gravitazionale di un’antropologia che intuisco e che ancora non sono forse in grado di definire con precisione, ma che mi terrorizza. In tutte le forme che mi sono venute in mente e in quasi tutte le formule altrui di cui ho fatto esperienza, il nominare lo sento essere, in modo chiaro e distinto, uno strumentalizzare. Di tutte le strumentalizzazioni, quella ideologica mi sembrava e mi sembra il male minore. La strumentalizzazione che sento essere il male maggiore è quella che per ora, senza molta precisione, chiamo la strumentalizzazione emotiva, la quale avviene, mi sembra, per mezzo dell’appropriazione del nome e dell’immagine, ovvero dell’identità, e quindi, in un qualche modo, della persona.

Mi sembra che l’appropriazione dell’identità sia resa possibile dal proliferare del nome e dell’immagine, ma che essa non sia questo proliferare, anche se questo proliferare mi sembra renderla possibile ed esserne una condizione necessaria. Questo proliferare, mi sembra, rende possibile e pensabile che chiunque pronunci il nome o mostri l’immagine si attenda che pressoché chiunque altro sappia a chi il nome e l’immagine si riferiscano. L’appropriazione dell’identità mi sembra resa possibile da questo attendersi che l’altro sappia, ma non mi sembra essere questo attendersi che l’altro sappia, anche se questo attendersi che l’altro sappia mi sembra rendere possibile l’appropriazione dell’identità e ne è una condizione necessaria. Attraverso l’appropriazione dell’identità io sento avvenire la strumentalizzazione emotiva, che fortemente intuisco sottostare alle leggi della società dello spettacolo: il suo modo è quello della simulazione pubblica di emozioni, che, se fossero provate, si proverebbero verso qualcuno che non si conosce personalmente ma che si è veduto in televisione o su altri media (ma, ho il sospetto, almeno in televisione deve essere stato veduto); oppure simulazione pubblica di emozioni, che, se fossero provate, si proverebbero verso qualcuno che si conosce personalmente ma del quale si può parlare pubblicamente perché, per via del proliferare, ci si attende che l’altro sappia; o, detto in altro modo, simulazione pubblica di emozioni, che, se fossero provate, si proverebbero verso qualcuno che, a causa della televisione, è ormai conosciuto da tutti.

La strumentalizzazione ideologica non va confusa con l’esercizio della politica (“politica” nel senso di “azione relativa alla polis”), la quale di suo richiede un compromesso inevitabile da parte di chi, cittadino oltre che uomo, ritiene per esempio che un caso di coscienza debba fare giurisprudenza o legge, o meglio: che il porsi alla coscienza di una condizione fino a quel momento non prevista debba essere l’occasione per precisare o rivoluzionare o ampliare la giurisprudenza o la legge. Non sono nella condizione di poter comprendere del tutto chi si senta cittadino, perché il mio sentire civico è debole e a corrente alternata, ma razionalmente vedo che chi compie l’esercizio della politica allo scopo di realizzare il diritto di una persona o più persone a essere legalmente e alla luce del sole condotte a una fine dignitosa o a una fine secondo ciò che le loro coscienze dettano o hanno dettato, chi compie questo esercizio, dicevo, sta tentando di realizzare un valore. A conferma di ciò, benché io non avverta alcuna emozione particolarmente forte in risposta al valore che l’esercizio della politica tenta di realizzare, posso dire di non provare disgusto di fronte a esso: nessun indicatore di malacoscienza viene dunque a segnalarmi un errore morale, e visto che questa intera meditazione si basa solo su un sentire, nell’ambito di questa meditazione ciò è per me sufficiente. La strumentalizzazione ideologica, dal canto suo, per quanto orribile, ricade in ciò che già conosciamo: lo schiacciamento del soggetto sotto la griglia dell’ideologia. Se essa è distinguibile dall’appoggio al cittadino che tenti di realizzare un valore nell’esercizio della politica, mi pare si possa scorgere questa distinzione nei toni e nella sintassi dei discorsi. Il nuovo tipo di strumentalizzazione, invece, ovvero la strumentalizzazione emotiva, mi sembra consista nell’usare un soggetto per credere e raccontare di provare un’emozione verso quel soggetto, e forse, mediante questo credere e questo raccontare, senza che ciò sia necessariamente lo scopo perseguito di questo credere e di questo raccontare, sentire di appartenere alla comunità di chi crede e manifesta di provare quella stessa emozione verso quel soggetto.

Credo che l’unica forma di dolore reale, qui, oggi, sia il dolore che si prova nell’assistere all’uso di un soggetto, alla riduzione di un soggetto a oggetto: tanto più dolore quanto meno il soggetto è in grado di difendersi, tanto più dolore quanto meno il soggetto è in grado di parlare. Credo che l’unico modo, paradossale, per riconoscere la verità di un dolore, qui e oggi, sia il silenzio: credo che l’unico modo, paradossale, per riconoscere la verità di un dolore sia che questo dolore, paradossalmente, non sia espresso.

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2 commenti a “Martiri della tecnica – parte prima:
del non nominare”

  1. Anarcadia ha detto:

    “chi compie l’esercizio della politica allo scopo di realizzare il diritto di una persona o più persone a essere legalmente e alla luce del sole condotte a una fine dignitosa o a una fine secondo ciò che le loro coscienze dettano o hanno dettato, chi compie questo esercizio, dicevo, sta tentando di realizzare un valore.”

    “La strumentalizzazione ideologica, dal canto suo, per quanto orribile, ricade in ciò che già conosciamo: lo schiacciamento del soggetto sotto la griglia dell’ideologia.”

    Io credo, per ora parlando semplicemente delle due citazioni qui sopra, che l’ambito sociale dell’agire personale permetta, anzi richieda, di allargare il discorso sul “tentativo politico di realizzare un valore” dall’ambito della coscienza personale a quello della coscienza collettiva, restando altro dalla strumentalizzazione ideologica.

  2. Anarcadia ha detto:

    “Credo che l’unica forma di dolore reale, qui, oggi, sia il dolore che si prova nell’assistere all’uso di un soggetto, alla riduzione di un soggetto a oggetto”

    Credo anch’io. Probabilmente la seconda parte di questa serie di post, che ancora non ho letto, affronterà pure le domande: “reso oggetto Di che cosa e/o DA che cosa, o da chi?”

    “credo che l’unico modo, paradossale, per riconoscere la verità di un dolore sia che questo dolore, paradossalmente, non sia espresso”

    Io non credo. Parlando fuori di ogni caso specifico, direi che il dolore che pretende di nascere dall’osservazione di un’ingiustizia che si afferma, come quella della riduzione di un soggetto ad oggetto, sia reale in special modo quando si traduce in carità, ossia in impegno operativo contro l’ingiustizia stessa. Il resto, io lo chiamo sentimentalismo.

    Poi certo, il silenzio può essere una scelta circostanziale di come attuare la carità qui ed ora: ma scelta appunto, ponderatamente circostanziale, e non tassativa e necessaria per identificare il vero. Non è sempre possibile, da un effetto, risalire alla causa: anche l’esperienza, che tanto aiuta in tal proposito, non concede di ricondurre la coscienza degli uomini al proprio “già visto”, io credo.

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