Martiri della tecnica – parte seconda:
la riduzione a cosa

jacopo nacci, 26 marzo 2010
Clemente Susini, Statua di giovane donna giaciente

Clemente Susini, Statua di giovane donna giaciente, 1782

Qui la prima parte.

Un discorso che tratti come una cosa quella parte di me che è una cosa non mi sembra una riduzione a cosa. Per esempio rispetto alla biologia io sono una cosa, e se un biologo nel suo discorso mi tratta come una cosa per ciò che concerne l’ambito della sua materia, io non avverto alcuna mancanza di rispetto da parte sua nei miei confronti. Quando il biologo userà il mio nome, lo userà per riferirsi non propriamente a me, alla mia identità, ma alla cosa che ha le mie caratteristiche biologiche. Diversamente, rispetto alle mie emozioni e alla mia capacità di decidere, sono una persona, che è anche una cosa, nella sua base biologica, ma non è solo una cosa.


La riduzione a cosa non corrisponde nemmeno al discorso di chi compia l’esercizio della politica (“politica” nel senso di un’attività relativa alla polis, l’attività di chi persegua, nello spazio della polis, fini inerenti alla polis) per fare giurisprudenza o proporre una legge e così facendo realizzare un valore: secondo la giurisprudenza io sono una persona in una determinata condizione, nel senso che chiunque si trovasse nella mia stessa condizione sarebbe, in un certo senso, secondo la giurisprudenza, la stessa persona che io sono. Se la persona che agisse nella polis o nel foro usasse il mio nome per via dell’esemplarità della mia condizione, ecco che usando il mio nome non si riferirebbe alla mia identità, bensì alla condizione esemplare nella quale io mi sono venuto accidentalmente a trovare, alla paradigmaticità del mio caso. Benché sicuramente doloroso, questo uso del mio nome non mi sembra irrispettoso, perché non riguarda, realmente, la mia persona, ma una persona qualsiasi in determinate condizioni, cioè in condizioni identiche alle mie: attraverso di me il caso, verificandosi, scopre agli occhi della comunità la possibilità che una persona venga a trovarsi in una determinata condizione, e chi agisce nella politica agisce affinché la giurisprudenza o la legge tengano d’ora in poi conto di questa eventualità.
Insomma, un conto è un discorso che si limita a una parte dell’oggetto, un altro conto è un discorso che riduce un oggetto intero alla sua parte. Il discorso biologico e il discorso politico (e non solo questi) non sono discorsi che mi riducono a cosa, perché rispetto al mio corpo e alla mia condizione legale io sono una cosa.

Ma rispetto alle mie emozioni – magari in merito alla mia condizione esemplare – e alla mia capacità di decidere per ciò che io voglio, io non sono una cosa: sono una determinata persona oltre la biologia, questa persona qui, con il mio corpo, la mia mente, le mie relazioni, il mio cuore, il mio nome, e, al di là del piano della giurisprudenza e della politica, nessuna altra persona è me tranne me: questa emergenza, nel senso di ciò che dalla cosa emerge, della mia persona è irriducibile alla mera cosa. Quando si ignora questa emergenza riducendo tutto il mio essere a cosa oppure quando si tratta questa stessa emergenza come una cosa, ovvero quando questa emergenza – data la natura intrinseca del nostro rapporto con le cose – la si usa, lì c’è una strumentalizzazione. E una riduzione a mera cosa, avviene, di fatto, con il discorso ideologico e con il discorso affettivo, perché questi due discorsi fanno uso della mia identità, cioè della mia persona.

(Sia chiaro: io posso dare l’avallo alla strumentalizzazione, posso anche per primo offrirmi alla strumentalizzazione, in cambio di qualcosa, quando sono nelle condizioni di poterlo fare. Sia chiaro: gli esempi di strumentalizzazione non si esauriscono nella strumentalizzazione dell’identità; sebbene il mio corpo sia una cosa, esso è inscindibile dalla mia persona e soprattutto la mia persona è inscindibile da lui, quindi fare uso del mio corpo o sottoporlo a qualsivoglia trattamento senza il mio permesso o contro la mia volontà, benché noi si intenda con il termine “strumentalizzazione” l’uso a proprio vantaggio di un episodio o di una persona nel suo intero, è di fatto una riduzione della mia persona a strumento)

La strumentalizzazione ideologica avviene prendendo possesso della persona, del suo nome, o del suo caso, se non delle sue parole, per realizzare un fine che non sia quella persona o il valore di quella persona o il volere di quella persona o il senso di quelle parole, ma altro (per esempio: usare la vittima di uno stupro per una campagna razzista non ha certo come fine la vittima).
La strumentalizzazione affettiva del soggetto, che mi sembra essere un atto anche peggiore, simula ciò che, se ci fosse realmente, impedirebbe, mi sembra, la strumentalizzazione stessa: simula la percezione del valore del soggetto. Se il valore del soggetto fosse percepito, infatti, non sarebbe tollerato l’uso della sua identità, e quindi non sarebbe possibile la strumentalizzazione stessa. A sua volta, e di contro, la strumentalizzazione affettiva mi sembra escludere la possibilità, da parte della persona che la compie, di accorgersi di compierla, cioè: essa dà alla mente della persona che la compie una barriera cui appoggiarsi per non vedere ciò che sta facendo; del resto, come spiega Demetrio Paolin nella sua nota di chiusura a Corpo morto e corpo vivo, io non posso dire dell’emozione di dolore di cui una persona fa pubblica professione che essa non sia vera, perché non ho nessuna prova diretta per provarlo. Ma, se basta una prova indiretta, a me sembra che il fatto stesso che questa emozione di dolore sia resa pubblica dimostra che questa emozione di dolore non è.

La situazione è la stessa di quell’esponente dei movimenti No Tav che cercava di mandare via gli elementi che usavano la mobilitazione per puro ribellismo: alla richiesta di andarsene e di lasciare l’iniziativa a chi amava quel territorio e nulla faceva senza avere il territorio come finalità, quei ragazzi in vena di protesta rispondevano con un accento improbabile “Anche io amo queste montagne, quante volte ci sono stato, io, su queste montagne, sapessi!”, e il povero montanaro rimaneva senza argomenti, ma l’argomento, io dico, è l’uso capriccioso a proprio consumo che quei giovani ribellisti facevano delle montagne che per il montanaro erano il fine, e non il mezzo, di una battaglia.

Se per quanto riguarda la condizione del corpo parliamo consuetamente di dominio della tecnica, a maggior ragione mi sembra si debba parlare di dominio della tecnica per ciò che riguarda la condizione dell’identità, perché l’epidemia comunicativa che si viene a creare, la proliferazione del nome e del nominare e la conseguente strumentalizzazione affettiva dell’identità, è figlia del dominio della comunicazione nella forma delle tecniche e delle tecnologie che la potenziano e che alla comunicazione danno un’impronta, un’impronta che in qualche modo rivela l’essenza della comunicazione stessa. Se di fronte alla condizione del corpo parliamo di martiri della tecnica, la stessa cosa dovremmo dire di fronte alla condizione dell’identità.

Di fronte a questo tipo di martirio, ovvero il martirio dell’identità, accade di provare il dolore che non accade di provare di fronte al martirio del corpo, per il semplice fatto che il martirio dell’identità accade davanti a noi quando ascoltiamo e vediamo i modi in cui viene strumentalizzata l’identità, mentre il martirio del corpo è distante dai nostri occhi e dalle nostre orecchie. In secondo luogo, di fronte a questo tipo di martirio, ovvero il martirio dell’identità, accade di provare rabbia, perché, mentre sul martirio del corpo si possono avanzare ragionevolmente dei dubbi di giustizia e ingiustizia, di dovere e non dovere, di bene e di male, insomma dubbi di intervento e immobilismo, la strumentalizzazione affettiva dell’identità appare gratuita e deliberatamente perpetrata da parte di chiunque si trovi nella rete della comunicazione mediatica: nella mano di chiunque la tecnica pone una pietra, e nessuno esita a scagliarla.

Vai alla terza parte.

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8 commenti a “Martiri della tecnica – parte seconda:
la riduzione a cosa”

  1. chik67 ha detto:

    E’ una sensazione strana quella che mi prende di fronte a queste righe che trovo esattissime e con cui non posso concordare fino in fondo. Le trovo feroci, anche, in un senso che proverò a spiegare.
    Sulle premesse concordo totalmente. E’ l’intera comunicazione, oggi, ad essere schiacciata su di un piano di strumentalizzazione emotiva [leggete gli slogan nei manifesti elettorali ancora appesi “il coragio della novità”, “la forza della speranza”, “al tuo fianco” – un richiamo esclusivo all’empatia affettiva; non “più lavoro per tutti”, “meno tasse per tutti” che, pur nella falsa semplicità di uno slogan avevano ancora la pretesa di trasmettere un contenuto politico].

    Concordo anche sul ruolo della “appropriazione del nome”, della spettacolarizzazione del nome, come arma impropria necessaria per creare la falsa vicinanza della falsa emozione [e noto che siamo passati dai cognomi ai nomi, dal caso Montesi degli anni ’50, attraverso Emanuela Orlandi negli anni ’80, per arrivare a Meredith nel nuovo millennio].

    Aggiungo un terzo indizio che credo vada nella stessa direzione; la necessità sempre più evidente della narrativa, nelle sue varie forme (letteratura, cinema, anche canzone) di presentare storie vere. Ricordo il film “La tempesta perfetta”, un classico della catastrofe in arrivo, una storia di mare. Nulla di strepitoso, nulla di indegno. E, però, la commozione in sala arrivò con la certezza della “storia vera”, con le note sulla musica melensa, sui titoli di coda, che rammentavano, certificavano, testimoniavano che era realmente avvenuto. Come se turbarsi per il capitano Achab fosse mistificazione mentre turbarsi per George Clooney a bordo dell’Andrea Gail fosse socialmente accettato.

    Non sono sicuro, però, di voler sottoscrivere in pieno come unica uscita l’afasia. Certo: nominare poco e bene, evitare di cadere nella trappola della strumentalizzazione emotiva. Ma mi sembra un’arma di difesa povera, solitaria, esclusiva. Come se davanti alla mercificazione del corpo si scegliesse di non vedere il proprio partner nudo; porta da qualche parte? Non è solo un’espressione di dissenso, una presa di distanza vuota? Il montanaro dovrebbe scegliere di non combattere la sua lotta? Mi sembra feroce nel modo in cui ci chiede di rinunciare alla naturale (io direi biologica) tendenza umana alla empatia.

    A me viene naturale (e in questo, quindi, capisco la tua “presa di distanza antropologica” ) procedere nella direzione opposta; quella di continuare a cercare di trasmettere una parola più reale, quando si parla di reale, più fittizia quando si parla di fiction. Il montanaro cerchi di spiegare a qualcuno, meglio, l’essenza montagna; si raccontino gli odori ed i rumori di una stanza in cui si reifica il fine-vita, si contestualizzino, problematicizzino, complessifichino queste narrazioni asettiche che ci circondano, tutte già compiutamente morali.
    Può darsi che nel frastuono della strumentalizzazione affettiva entrambe queste forme di difesa siano perdenti, è possibile che una sia più perdente dell’altra. Ma non è meglio cercare di colpire la simulazione (con la fatica che comporta anche il riconoscerla in se stessi) che l’oggetto?

  2. Jacopo Nacci ha detto:

    Buongiorno Chik.
    Grazie.

    noto che siamo passati dai cognomi ai nomi, dal caso Montesi degli anni ’50, attraverso Emanuela Orlandi negli anni ’80, per arrivare a Meredith nel nuovo millennio

    Vero. E’ una cosa cui ha accennato anche Giulio Mozzi agli incontri.

    Ma mi sembra un’arma di difesa povera, solitaria, esclusiva.

    Il fatto, Chik, è che non è un’arma di difesa, è semplicemente una reazione: come tale è emotiva, dopodiché la ragione può rendersi conto, a posteriori, che è l’unica possibile (se è l’unica possibile, a me pare di sì).

    Come se davanti alla mercificazione del corpo si scegliesse di non vedere il proprio partner nudo.

    M. Non mi pare. Mi pare che somigli più a non mettere le foto del proprio partner nudo su facebook. Ma non calza ancora, perché, appunto, con il partner si ha un rapporto intimo, e non lo si porta nell’agorà mediatica; mentre la persona che si trascina nell’agorà mediatica non la si conosce personalmente, almeno non tutti coloro che partecipano alla spartizione dell’identità, anzi: ho motivo di credere che chi la conosca personalmente e la ami non voglia proprio portarcela, e nemmeno vedercela, nell’agorà mediatica (a meno che non sia un compromesso necessario come quello di cui parlavo in merito all’attività politica, nel qual caso è comunque difficile sostenere che la si voglia vedere nell’agorà mediatica).

    Mi sembra feroce nel modo in cui ci chiede di rinunciare alla naturale (io direi biologica) tendenza umana alla empatia.

    Non vedo nessuna rinuncia all’empatia (rinuncia che comunque mi sembra praticabile quanto una rinuncia al dolore se mi cavo un occhio). Al massimo potrebbe esserci una rinuncia alla manifestazione pubblica dell’empatia (ma, come ho detto, penso che quando c’è la manifestazione pubblica, non c’è l’empatia). Ma in verità non vedo nemmeno rinuncia alla manifestazione del sentire: infatti non rinuncio a dire “Smettetela di parlare di una persona di cui non vi frega nulla solo perché vi frega di manifestare in pubblico”.

    Sull’ultimo paragrafo invece convengo in pieno, e sarà l’argomento del prossimo post di questa serie. Ma ecco, sì: quella di cui parli tu è una strategia, tutta la tua prospettiva mi pare strategica (parli di “un’arma di difesa povera, solitaria, esclusiva”); quella di cui parlo io non è una strategia: è uno stato dello spirito. Quindi la mia prospettiva sarà: in questo stato dello spirito e rispettando la verità che questo stato dello spirito rivela, è possibile comunque una strategia? E se sì, quale?

  3. asophia ha detto:

    mh…serve riflettere qui.
    ho un amico laureato in filosofia che per approffondire le sue conoscenze e dubbi in merito a cose/persone si è iscritto in biologia.
    mh…penso.

  4. Jacopo Nacci ha detto:

    Ciao cara,
    io sono uno di quelli ancora convinti che il campo specifico in cui approfondire conoscenze e dubbi su quella differenza sia proprio la filosofia, e la fenomenologia in particolare.

  5. Anarcadia ha detto:

    Mi è piaciuto molto, questo post, che mi fa provare la stessa strana sensazione che ho quando leggo Pasolini.

    Sono infatti d’accordo con lo spirito del post, nonostante la sua confutabilità, così come sono d’accordo con Pasolini nonostante la sua confutabilità: confutabilità proprio sul piano dei fenomeni che riscontro.

    Pasolini individua uno “spirito dei tempi” che, sul piano delle singole persone, si rivela una enorme generalizzazione, tanto vasta e tanto generale da chiedersi se e quale sia ila sua pertinenza con ciò che in effetti esiste.

    Il montanaro NO TAV ci campa, dei suoi monti; il ragazzotto che vien dalla città, no. Se io ho nella vita guidato l’automobile per un certo periodo, mi sarò fatto un’idea del valore attribuibile all’automobile sia come strumento, sia come proiezione di me, sia come bell’oggetto, eccetera: partendo dalla mia esperienza, potrò spendere una qualche parola in difesa dell’automobile di qualcun altro, nonostante io non sappia neppure di che modello si tratti. Se ho avuto esperienza della vita di montagna, sarò capace di riconoscere in un certo qual modo il valore di ogni montagna, nonostante la differenza che separa una montagna da ogni altra; se ho avuto modo di scoprire il valore di una o più persone, sarò in grado di spendere parole sul valore delle persone in quanto tali, anche non conoscendole tutte, io credo. E’ questa la mia esperienza.

    Nonostante ciò, io credo che Jacopo abbia colto comunque nel segno con lo spirito della sua analisi, appunto. Sul silenzio e sul dolore, invece, ho già scritto.

  6. Anarcadia ha detto:

    Nota:

    “Il montanaro NO TAV ci campa, dei suoi monti; il ragazzotto che vien dalla città, no.”

    Intendendo con questo dire: potrebbe a tutti gli effetti essere, in alcuni casi di confronto tra un montanaro reale ed un ragazzotto reale, che sia il primo a strumentalizzare i monti per il proprio vantaggio, e che sia il secondo ad amare i monti in quanto tali. Chiedo scusa alla vostra perspicacia qualora fosse risultata superflua questa mia precisazione! ^^

  7. asophia ha detto:

    Passo di sfuggita.
    Si Jaco, concordo pienamente sulla fenomenologia come risposta, o meglio dire, come ricerca più che come risposta. aggiungo che anche l’antropologia può essere rilevante.
    riguardo al post avrei diverse cose da sottolineare in merito alla strumentalizzazione, oggetto/soggetto e via discorrendo, sono campi molto delicati e il tempo a disposizione è breve non avendo il mio pc ora.

  8. jacopo nacci ha detto:

    Quando vuoi, cara. ^__^
    (Scusa il ritardo nella risposta, son stati giorni convulsi)

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