Martiri della tecnica – parte terza:
la battaglia dei pianeti

jacopo nacci, 8 aprile 2010
Raffaello, La trasfigurazione, 1518-20

Raffaello, La trasfigurazione, 1518-20

Qui e qui la prima e la seconda parte.

Il silenzio è una reazione emotiva spontanea, ma è possibile opporre un discorso al discorso imposto dalla tecnica? L’analisi razionale della condizione antropologica. Il discorso biologico. Il discorso politico. Ma in questo modo è persa la dimensione squisitamente umanistica, la sola che davvero può illuminare un’assiologia.
In Corpo morto e corpo vivo (Transeuropa 2009) Giulio Mozzi ripete continuamente la formula: «la povera ragazza Eluana Englaro»: non lo fa quando parla del caso scientifico o del caso giuridico di Eluana Englaro: la formula entra nel testo quando al centro del testo è l’emergenza della persona dalla persona biologica e dalla persona giuridica, cioè laddove, in altri tipi di cornici e discorsi (telegiornali, social network, forum), ci si attende ormai automaticamente la strumentalizzazione affettiva nella forma dell’appropriazione dell’identità: la perdita dei cognomi, la moltiplicazione dei possessivi “mio” “mia” “nostro” “nostra”, fino alla manifestazione, nei pronomi del me e del noi, di pretese ripercussioni: «mi mancherai».1 Nella formula «la povera ragazza Eluana Englaro» non vi sono solo il nome e il cognome, che già allontanano il lettore da quell’assunzione di un’intimità indebita, ma anche un sostantivo e un aggettivo, come un distendere le braccia e le mani e le dita da parte dell’autore per porre tra sé e l’identità del soggetto la maggior distanza possibile.


Questa formula – che è, insieme, un’alternativa in atto e, nel suo mostrarsi e richiamare l’attenzione sulla propria costruzione, una critica illuminante alla comunicazione degradata – è la pietra angolare del libro: la prima parte di Corpo morto e corpo vivo è una proposta di beatificazione e di canonizzazione di Eluana Englaro, martire della tecnica, affinché le venga affidata la protezione di chi si trovi nella condizione che fu di Eluana Englaro o nelle condizioni che furono di coloro che hanno amato e assistito e combattuto per Eluana Englaro. La formula «la povera ragazza Eluana Englaro» richiama il decoro di una forma di vita popolana, discreta e rispettosa: usare questa formula nella richiesta di beatificazione – e poi di canonizzazione – è un accorgimento retorico che fa parte di una più vasta operazione: opporre un immaginario popolare, l’immaginario della religione cattolica, a un altro immaginario popolare, quello della tv, che ha in larga parte sostituito il primo (tesi che si integra perfettamente con gli altri motivi del libro: la strumentalizzazione che Berlusconi fa della Chiesa, la volontà da parte di Berlusconi di distruggere la Chiesa).
A ben guardare, come la singola formula, l’intero libro è insieme un’alternativa attiva e una critica illuminante alla comunicazione degradata: Giulio Mozzi sottrae l’identità di Eluana Englaro dalle mani e dalle bocche della piazza mediatica, strappa il corpo all’orizzontalità cui la macchina lo ha ridotto e che permette a chiunque di disporne, gli restituisce un’immagine verticale, nello specifico quella in ascensione, l’immagine dei santi: il soggetto, divenuto santo, sta in alto come una persona vigile e non in basso come un corpo esanime, ed è distante e non alla portata delle mani di chicchessia. La tecnica, medica e mediatica, ha trasfigurato la persona in una cosa, Giulio Mozzi restituisce alla persona la sua emergenza.

Ora, su un piano strettamente razionale, la prima parte di Corpo morto e corpo vivo risponde all’ovvia obiezione «Se Eluana Englaro ha vissuta per diciassette anni una vita di totale inazione, come può aver agito virtuosamente?» con l’argomento «Se sono “beati” gli “ultimi”, non potrà essere beata la persona che è la “più ultima” di tutte, sprofondata com’è nella più completa passività, incapace di sopravvivere senza il continuo accudimento?». Incapace, si può aggiungere, persino di darsi la morte: gli schiavi di Aristotele avevano almeno la possibilità di sfuggire al loro destino. In altri termini: finora il santo è stato modello attivo, paradigma da imitare, e in Eluana Englaro non c’è stata volontà, e quindi non vi sono le condizioni di paradigma che la santità deve rispettare; ma la forza della mossa di Giulio Mozzi sta nel legare, con Luca, il concetto di beatitudine al concetto di ultimità, e mediante questo legame mostrare come oggi l’avvento della tecnica abbia permesso di scoprire uno stadio dell’ultimità più avanzato, quindi più ultimo: lo stadio dell’assenza di volontà e coscienza, lo stadio della passività totale, che Giulio Mozzi impone come nuovo paradigma, e con il quale necessariamente dobbiamo fare i conti. «Il martire non si limita a testimoniare qualcosa che c’è; il martire, con il suo martirio, costringe il male a manifestarsi».

Ma al di là del piano più strettamente dialettico-razionale, è nell’immagine dispiegata a sostegno della proposta di beatificazione, l’immagine di un pantheon di beati e di martiri, di santi e di angeli, che ha al suo vertice il dio della religione cattolica, è nel modo in cui l’immaginario cattolico riesce a modificare olisticamente, durante la lettura, e lettura dopo lettura, lo stato mentale e la prospettiva del lettore, che si esprime la vera potenza di Corpo morto e corpo vivo; Giulio Mozzi chiede al lettore, implicitamente ma con forza, di scegliere questa immagine e questo immaginario in luogo del pantheon di veline e tronisti, di avvocati e imprenditori, che ha al suo vertice la figura divina del Presidente del Consiglio: in Corpo morto e corpo vivo Giulio Mozzi mette in pratica ciò di cui aveva scritto in «Coro» (Il male naturale), dove aveva opposto la vecchia televisione democristiana alla televisione nichilista contemporanea, e dove aveva sostenuto che «la redenzione è la più giusta e la più buona delle immagini che la nostra persona produce insieme a tutte le altre persone». Al posto della «mia Eluana», dunque, «la povera ragazza Eluana Englaro»; al posto del corpo orizzontale ed esanime, la santa vigile e verticale nella gloria; al posto del circo telegovernativo, il maestoso pantheon cattolico.2

Giulio Mozzi, che si autodefinisce cattolico tentato dal protestantismo, confessa di non essere in grado di condividere questa immagine del Cielo come un apparato burocratico nel quale ai santi venga delegata la cura di diverse categorie di persone. Ciò rende l’immagine una mistificazione? Nel Teeteto, il fantasma del sofista Protagora sgrida il razionalista Socrate: «E sono tanto lontano dal negare che esista sapienza e uomo sapiente, che, al contrario, chiamo sapiente proprio chi, ad uno di noi, al quale appaiono e per il quale certe cose anche sono cattive, scambiando le posizioni, le fa apparire, ed anche essere, buone. […] Uno che per una cattiva condizione della sua anima abbia opinioni ad essa affini, con una buona disposizione d’anima si può far sì che abbia opinioni diverse e valide: sono queste, appunto, le rappresentazioni che alcuni, per inesperienza, chiamano vere, mentre io dico che le une sono migliori delle altre, ma per niente più vere. […] I retori, quelli sapienti e buoni, fanno sì che alle città sembrino essere giuste le cose vantaggiose al posto di quelle dannose». Non si tratta meramente di sostituire un’immaginazione con un’altra immaginazione, come se le due immaginazioni fossero indifferenti rispetto alla verità: ponendomi, mediante un’immaginazione, in una determinata prospettiva, un libro può permettermi di vedere elementi costitutivi della realtà che, se posto in altra prospettiva, non posso vedere o posso non vedere.3

 

1 Come è possibile che mi manchi qualcuno della cui esistenza, prima che questo qualcuno morisse, non sospettavo nemmeno? Come è possibile che mi manchi qualcuno che non ho mai conosciuto se non attraverso la televisione, e se non nel momento della sua incoscienza, nel momento della sua assenza? È possibile leggere in affermazioni come queste un “mi mancherà il tuo nome quando sarà scomparso dai telegiornali”? E gli “io la conoscevo” che chi, conoscendo evidentemente di persona Eluana Englaro, non ha esitato a lanciare nell’arena mediatica con i mezzi che aveva a disposizione – e quindi, nella stragrande maggioranza dei casi, sui social network –, questi “io la conoscevo”, dato che si può nominare il soggetto solo in virtù del suo essere stato trasformato in oggetto pubblico – altrimenti nessuno saprebbe di chi si stia parlando –, non hanno evidentemente l’unica funzione di informare il pubblico dello status di conoscente della star di cui può avvalersi la persona che lancia il messaggio”?

2 Dopo aver terminato la parte sull’obiezione della volontà, Giulio Mozzi, a pagina 36, per la prima volta separa «Eluana Englaro» da «la povera ragazza»: scrive, da una parte, delle «ultime settimane della vita di Eluana Englaro»; dall’altra, della conoscenza effettiva che medici e studiosi delle «condizioni della povera ragazza». A pagina 37, di nuovo, mentre la condizione di «Eluana Englaro» è «indescrivibile» e inaccessibile alla scienza, medici e studiosi ammettono di «non sapere nulla di preciso della condizione della povera ragazza». E poi subito dopo: «Se non si sa nulla di che cosa senta e di che cosa provi una persona nella condizione in cui era Eluana Englaro, non si può escludere che la povera ragazza non provasse nulla». In tutti questi casi, la condizione oggettiva è connessa a Eluana Englaro, i discorsi, le supposizioni, gli autorevoli pareri e le chiacchiere sono connessi alla «povera ragazza». In fondo a pagina 37 la formula si ricompone perdendo l’aggettivo «povera»: «Come non si può escludere che quella condizione, anziché una disgrazia mondana, fosse un dono elargito dal dio alla ragazza Eluana Englaro»: Mozzi, citando Giovanni della Croce, immagina che la luce divina disponga l’anima per unirla a sé comportandosi come il fuoco on il legno, e conclude: «Immaginare la ragazza Eluana Englaro come un tizzone ardente e luminoso […] mi sembra una cosa bellissima». Di fatto Mozzi, da pagina 37, ha separato l’identità di Eluana Englaro dalla povera ragazza, l’ha fatta passare attraverso il fuoco della luce divina, restituendole infine il suo essere una ragazza, ma non più «povera» ora, ora luminosa nella gloria.

3 Questo sembra essere il motivo dell’importanza dell’educazione umanistica per la fioritura dell’individuo. La deriva legalista che l’opposizione politica in Italia sta prendendo rischia l’impoverimento umano, fino al nichilismo assiologico, perché sembra voler ridurre – persino nei nomi dei partiti – la morale alla legalità. Dovrebbe muovere a preoccupazione la parallela riduzione dell’oggetto libro a libro-di-un-giornalista o libro-di-un-economista.

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2 commenti a “Martiri della tecnica – parte terza:
la battaglia dei pianeti”

  1. Anarcadia ha detto:

    “opporre un immaginario popolare, l’immaginario della religione cattolica”

    Mozzi utilizza il primo, e non il secondo. Il suo libro è un testo di narrativa, di nessuna valenza teologica (per sua stessa ammissione) nel caso pretenda di muovere dagli asserti del cattolicesimo. Il tuo discorso propone consapevolmente un’indebita assimilazione tra la narrativa di Mozzi e la dottrina cattolica, che evidenziando un aspetto letterario che non è (perché, se invece la pretesa di Mozzi fosse in effetti quella di descrivere il cattolicesimo e non un immaginario fantasioso che prenda spunto dalla vulgata popolare di questo, Mozzi stesso sarebbe un ciarlatano, che parla di ciò che non sa. Per fortuna invece, Mozzi fa per sua stessa ammissione narrativa, ed è solo il tuo post a promuovere una identificazione che non sussiste. Giusto?), squalifica il “valore di cronaca” del post, per così dire.

    Jacopo, tu scrivi questo articolo dopo avere appreso le ragioni (accolte personal mente dall’autore stesso peraltro) delle mie obiezioni di cui sopra, ma lo scrivi come se così non fosse: non ne comprendo il motivo, francamente: avresti potuto sviluppare il tuo affascinante discorso, che come sai mi ha sinceramente edificato, anche facendo le debite distinzioni del caso.

  2. Jacopo Nacci ha detto:

    Anarcadia,
    non ho parlato di “dottrina cattolica”, ho parlato di “immaginario cattolico”.

    La definizione del sostantivo “immaginario” fornita dal Devoto-Oli è:

    ciò che appartiene all’immaginazione o è prodotto da essa ♦ Il repertorio delle immagini elaborate da una cultura, da una scuola, da un singolo artista: l’i. allegorico; l’i. di Baudelaire; i. collettivo, il complesso delle immagini e dei simboli che ciascuna cultura (o comunque un gruppo o una collettività) elabora per rappresentare il proprio sistema di valori: i paesi esotici descritti da Salgari sono entrati nell’i. collettivo dell’infanzia italiana ♦ Secondo J. Lacan (1901-1981), una delle tre dimensioni (insieme al reale e al simbolico) del campo psicoanalitico.

    Il tuo discorso propone consapevolmente un’indebita assimilazione tra la narrativa di Mozzi e la dottrina cattolica.
    Non mi sembra che il mio discorso proponga una tale assimilazione.
    Peraltro, considerare Corpo morto e corpo vivo “narrativa” mi sembra improprio.

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