Molosso e forme di vita – parte prima

jacopo nacci, 14 maggio 2010

Il molosso. La traduzione. Noi continuiamo a tradurre la Fisica di Aristotele e, in qualche modo, capiamo quello che c’è scritto; ma è possibile che noi non siamo – né possiamo far rivivere in noi – la stessa forma di vita dell’uomo che viveva ai tempi di Aristotele: lo stato cognitivo, lo stato emotivo, il linguaggio, le credenze, la biologia formano una complessità organica dalla quale appare impossibile separare uno o più elementi. Ora, le credenze sul mondo espresse nella Fisica di Aristotele sono per noi incondivisibili, dunque lo stato mentale dell’uomo che viveva ai tempi di Aristotele ci è precluso, però di fatto noi traduciamo la Fisica di Aristotele: capiamo il significato delle parole che vi sono scritte e il significato delle connessioni tra quelle parole. Procediamo in uno spazio di traducibilità, un sottoinsieme comune tra noi e Aristotele, un sottoinsieme probabilmente molto esiguo, sia rispetto alla nostra totalità antropologica sia rispetto alla totalità antropologica di Aristotele.

È su questo spazio di traducibilità che lavora Il molosso. La leggenda del cane di Enzo Fileno Carabba: traducendo nella nostra lingua la parte traducibile di un tutto per lo più intraducibile, Il molosso ci lascia intuire la natura della parte intraducibile, e insieme la sua naturale intraducibilità, ovvero Il molosso evoca stati mentali e sentimentali di forme di vita diverse dalla nostra. In tutto questo, la caratteristica più interessante del lavoro di Carabba è, ovviamente, che Carabba non sta traducendo da un testo: Carabba immagina una forma di vita complessivamente intraducibile e ne progetta la possibile traduzione parziale; forse è effettivamente esistito l’uomo che pensava e sentiva così, forse no; in ogni caso lui, per renderlo, è costretto a inventarlo.

Il molosso. Che è. Il molosso è dunque (anche) un’esplorazione delle possibili percezioni del reale. Ma non un’esplorazione delle possibili future percezioni del reale: è un’esplorazione delle possibili passate percezioni del reale. Enzo Fileno Carabba sembra interessato, infatti, ad affermare l’esistenza della concreta possibilità di altre forme di vita, e questo fattore di concretezza è ottenuto proprio ricordandoci che ci sono già state, realmente, concretamente, altre forme di vita.

Ora, è chiaro che niente ci assicura che quella precisa forma di vita tra le tante che compaiono nel libro, quella forma di vita che vede il mondo in quel dato modo, sia realmente esistita: da questo punto di vista l’esplorazione di possibili forme di vita future e l’esplorazione di possibili forme di vita passate hanno lo stesso valore: sono ipotesi, si tratta in entrambi i casi di invenzioni.

Eppure la differenza c’è, e sta nella forza persuasiva con cui una narrazione ambientata nel passato piuttosto che nel futuro si abbatte sul nostro senso comune, sul nostro presunto realismo: perché è vero che il passato è stato; è vero che la Fisica di Aristotele ci appare incondivisibile; è vero che abbiamo alle spalle decine di migliaia di anni di forme di vita umane plausibilmente diverse dalla nostra. In definitiva, ciò che sembra interessare di più all’autore, anche in questo frangente, è la folgorazione della coscienza più che la stimolazione di una riflessione interna alla mera meccanica della conoscenza: la precisione del chi è e del che cosa è è secondaria rispetto alla potenza del che è, alla meraviglia dell’esserci dell’essere, alla sua concreta possibilità di realizzazione.

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