Molosso e forme di vita – parte seconda

jacopo nacci, 17 maggio 2010

Il molosso. Passato e forme di vita. Il nostro presunto realismo, che è reale senso comune, non solo tende a ignorare la possibile natura aliena delle forme di vita passate (che poi in realtà il nostro presunto realismo tende semplicemente a ignorare il passato), ma tende anche ad accorciare il passato. Il molosso no: il suo passato è enorme, sconfinato. Dopo un breve capitolo, ambientato in epoca a noi quasi contemporanea – che sfocia in un finale visionario e ci ricorda, come Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci, che dal nostro mondo la magia è scomparsa, se è scomparsa, solo l’altro ieri –, la leggenda del cane sacro è ripercorsa attraverso i racconti di persone appartenute alle più diverse civiltà, otto capitoli: dal giovane superstite d’una razza d’uomo estinta a un guardiano di porci stanziato presso le paludi a ridosso dell’Appennino: Carabba ci rammenta che quelle che noi chiamiamo preistoria, protostoria e antichità sono periodi lunghissimi, rispetto ai quali l’arco di tempo che va dall’antichità classica al nostro presente è brevissimo: dunque quante vite, quante civiltà, quanti modi di vedere il mondo si sono succeduti?


Non solo, poi, è vasta la forma di vita persona, incommensurabilmente vasta rispetto alla vita media di una persona, ma anche sono vaghi i suoi confini genetici, ché la persona non è necessariamente homo sapiens: narra il protagonista del secondo racconto:
Quando il mondo era una distesa gelata il mare era più basso e si poteva andare ovunque, camminando sul ghiaccio. Glielo avevano detto le vecchie che non morivano. Il mondo era attraversato dai sentieri bianchi. Animali enormi facevano tremare le montagne e sbriciolavano i sassi con un barrito. Bisognava stare nascosti. A quel tempo uomini diversi, incredibilmente forti e potenti, vagavano sulla terra. Loro li avevano sostituiti, spingendoli con l’astuzia verso regioni dove era impossibile vivere.
Io sono uno dei vecchi uomini, pensava. Un sopravvissuto. Chissà perché non si accorgono e non mi uccidono.
Sua madre l’aveva generato con uno dei vecchi uomini. Oppure suo padre durante una spedizione a caccia di mogli lo aveva trovato appena nato e l’aveva portato al villaggio per allevarlo.

Il molosso. Relatività e realtà. Talvolta la relatività delle percezioni del mondo sfiora il nucleo della realtà, per esempio ribaltando l’estetica del senso comune:

È sempre bello un porco luccicante di fango e argilla al chiaro di luna. Ma decine e decine di porci di ogni dimensione, indole, età, che sorgono dai cespugli grufolando seri e felici, sono davvero uno spettacolo maestoso e pieno di grazia.

Tuttavia né l’indipendenza della realtà esterna dagli stati mentali dei protagonisti né la possibilità, sempre data alla persona, di cogliere verità eterne sono mai messe in discussione. Anzi, è proprio la solidità del reale e della sua struttura a permettere combinazioni paradossali: il mercante dei tempi di Re Dario dice del suo compagno di strada: “È volgare, ributtante. Gli voglio molto bene”, dove “volgare” e “ributtante” sono giudizi più morali che estetici. Così Carabba insedia nella mente del protagonista ciò che a noi appare come il germe di una dissociazione, e ciò, paradossalmente, proprio grazie al fatto che il protagonista ha una corretta percezione morale: perché il suo compagno è davvero volgare e ributtante, né è da malati voler bene a qualcuno che sia volgare e moralmente ributtante, ma l’accostamento del giudizio e della confessione d’affetto è un campione significativo del modo in cui Carabba opera la sua particolare traduzione.

Il molosso. Trascendente. Al centro del vortice delle forme di vita si staglia il molosso, e nemmeno tutto l’umano, nella molteplicità dei suoi sguardi, sembra riuscire a esprimere l’essenza dell’animale che è sempre uguale attraverso le ere, l’animale che è addirittura sempre lo stesso animale, immortale, lui davvero intraducibile, solo contemplabile. Il molosso è un trascendente, benevolo e giusto eppure incomprensibile, simbolo di tutto ciò che, infinitamente semplice e identico a sé, è rimasto, rimane e rimarrà strutturalmente fuori dalla portata della comprensione umana e però all’umano mostra il suo volto. Di fronte e attorno a questo monolite animale, nel succedersi di stati mentali così differenti, il senso che gli uomini tentano di attribuire alle azioni appare irrimediabilmente compromesso dalla vaghezza e dall’arbitrarietà.

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