Narrazioni e relazioni

jacopo nacci, 15 novembre 2011

Se uno va dal medico, sarebbe certo felice di avere solidarietà, ma ciò di cui soprattutto ha bisogno sono risposte vere sul suo stato di salute. E quelle risposte non possono limitarsi a interpretazioni più o meno creative: devono essere corrispondenti a una qualche realtà che si trova nel mondo esterno, cioè, nella fattispecie, nel suo corpo.

Maurizio Ferraris, Manifesto del New Realism

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Mi trovo a discutere qui con l’amico Max Giuliani in merito a new realism e narrazioni. Max è quello che io definireri un relativista, ma non ho mai capito davvero in quale modo lo sia – i postmoderni sono un po’ sfuggenti, si sa :). Nello specifico Max mi chiama in causa riportando un concetto che io avrei espresso durante la presentazione del suo La terapia come ipertesto, e cioè «che la convinzione per cui il cuore della nostra esperienza sia in definitiva narrativo è una pericolosa concessione a qualche premessa del berlusconismo». Io non ricordo di aver sostenuto esattamente questo, quanto piuttosto di aver rinvenuto una concezione relativista alla base dell’uso che Max fa della narrazione in terapia, e probabilmente avrò detto che è il relativismo a essere connesso al berlusconismo, cosa che i lettori di Yattaran avranno già letto in qualche forma da qualche parte su questo blog, così come avranno già incontrato da queste parti i concetti espressi dai commenti che ho pubblicato in calce al post di Max e che riporto qui sotto (lasciandoli alla seconda persona, ché so che Max ci tiene ai ponti :):

Non ho trovato traccia della parola “narrazione” nel manifesto di Ferraris. Non è puntiglio: se i fatti mi danno ragione, non mi pare cosa da poco. Una prima ragione è, come dire, filologica: le “grandi narrazioni” sono proprio quelle delle quali il postmoderno sancisce la caduta. La seconda ragione, che mi sembra meno formale, è che proprio il problema non mi sembrano le narrazioni, quanto il relativismo. Alla presentazione infatti ti dissi non che “la convinzione per cui il cuore della nostra esperienza sia in definitiva narrativo è una pericolosa concessione a qualche premessa del berlusconismo”, se non ricordo male, bensì che c’è connessione tra relativismo e berlusconismo. Né ho problemi a credere che il cuore della nostra esperienza sia narrativo. Tanto più che non ti direi mai che un’opinione va rigettata perché pericolosa: ciò sarebbe del tutto in contrasto con la mia impostazione. Rigettare un’opinione perché pericolosa è piuttosto relativismo, o quanto meno pragmatismo etico esasperato fino alla negazione (eventuale) della realtà. Quello che ho detto io era che inventare una narrazione, un’interpretazione dei fatti, che si ponesse uno scopo piuttosto che un altro sembra essere, appunto, un pragmatismo etico esasperato fino alla negazione (eventuale) della realtà. È piuttosto il collegamento che mi sembri istituire tu tra narrazione e relativismo che ti porta a interpretare il mio rifiuto del relativismo come un rifiuto della narrazione. Sinceramente io sono incapace di analizzare la natura della narrazione, ci sono troppo dentro, è un oggetto che sto ancora studiando e non è detto che ne verrò a capo. Però, come ti dissi quella sera, sono convinto che la letteratura sia al servizio non del relativismo, ma dei punti di vista.
Mi sembra che tu continui a descrivere il discorso realista sulla verità adottando la semantica del relativismo. Parli – in riferimento a Berlusconi – della sua verità. Allora già per me l’associazione di un aggettivo possessivo al sostantivo verità è un problema, perché su questa base, che è già relativista, io non posso più parlare. Quella di Berlusconi non è necessariamente la verità, lo è se corrisponde a un effettivo stato delle cose. “La neve è bianca” è vero solo se la neve è bianca. Se Berlusconi crede in una menzogna, il problema è suo (e nostro, se ha potere) ma la verità resta la verità. Il problema del relativismo, al di là dell’errore teoretico, è proprio quello di essere, di fatto, fondamentalismo: se io e te neghiamo il riferimento a una realtà esterna o alla logica del linguaggio che a quella realtà dovrebbe corrispondere, un punto d’incontro non lo troviamo – e anche qui prescindendo dal fatto che non vedo nulla di lecito nell’annichilire la realtà ontologica, logica e assiologica. Abbiamo cominciato con il tollerare le più immense cagate in nome del punto di vista, e poteva anche andare bene, ma a un certo punto è diventato illecito persino tentare di confutarle. Per il relativista la confutazione è violenza, dunque è illegittima: “Chi sei tu per?”, come se la verità fosse una cosa mia, e infatti “Credi di avere la verità in tasca”; no affatto, quello è il relativista. Non solo. Di fatto, è proprio laddove non si rinvenga un principio normativo nella realtà che si trova la scusa per imporre una legge, e in definitiva uno stato etico: l’esempio di Ratzinger, per cui senza Dio non si darebbero valori, è eccezionale: nella sua sedicente lotta al relativismo, è un campione del relativismo (ontologico, perché per lui pare che il bene non sia caro a Dio perché bene, bensì che il bene sia bene perché è ciò che Dio ha deciso essere bene; e gnoseologico, perché senza una rivelazione accettata per puro fideismo, anche se in contrasto con la realtà – di nuovo un problema ontologico – l’essere umano non è in grado di accedere ai valori). Il berlusconismo è legato senza dubbio al relativismo, e non solo perché il suo alfiere per diciassette anni ha ammazzato il principio di non contraddizione ogni due giorni, ma perché ha trasformato la comunicazione (o ne ha svelato l’intima essenza) in sloganismo, ha rifiutato l’analisi e la riflessione disprezzandole, ha fatto trolling continuamente in ogni sede possibile, ha distrutto il valore della logica riducendola a strumento della volontà di potenza e in definitiva l’ha costretta ad abdicare a vantaggio della retorica, ha fatto di ogni motivo un argomento ad hominem. Ha utilizzato tutta la strumentazione messa a punto dal relativismo da talk-show per imporre la sua versione.

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