Nella condizione irrevocabile (2.0)

jacopo nacci, 23 dicembre 2012
Go Nagai - Mao Dante

Go Nagai, Mao Dante, 1971

In questo momento mi trovo a due anni da te. È la prima volta che vengo nel futuro a fare la stagione. Fare avanti e indietro ogni giorno mi costerebbe troppo, allora rimango nel futuro anche per due o tre settimane di fila; mangio e dormo qui, nel negozio di articoli per il mare, e ti chiamo una volta durante la pausa pranzo e una volta alla sera. Qui ho incontrato tante persone che conoscevo; poi ho scoperto che alcuni che all’inizio pensavo fossero qui per fare la stagione nel futuro sono invece proprio quelli del futuro, e dopo un po’ ho smesso di chiedermi se sto parlando con il mio conoscente del passato o con quello del futuro.

Il negozio di articoli da mare si affaccia sulla parallela interna della strada che costeggia il mare; ogni mattina trascino sul marciapiede gli espositori delle ciabatte, dei palloni, dei costumi, delle retine con le palette, le formine e i secchielli; ogni sera li rimetto dentro. Per la pausa pranzo c’è un ragazzo che viene a sostituirmi: quell’ora la passo in spiaggia con gli altri. Il nostro ombrellone si trova nella zona meno affollata, a ridosso del terrapieno di cemento del limite nord; per raggiungerlo esco dal negozio e percorro la via fino a quell’altezza, poi taglio per la traversa diretta alla spiaggia, una strada corta e larga, chiusa tra due file di ville grandissime.
È lì che ieri, per la prima volta, ho visto un fuochista: era un ragazzo alto, muscoloso, con i ricci biondi tagliati corti e lo sguardo nobile; indossava vestiti eleganti. Si è mosso al rallentatore, curvo in avanti, flettendo le ginocchia; con maestria e levità, il suo corpo ha eseguito una sequenza di passi disegnando forme; al termine della sequenza, ho visto le sue mani generare una sfera di fuoco del diametro di un metro, che ha proseguito per un lungo tratto orizzontale con la medesima lentezza, e poi si è inarcata, si è innalzata fino a sei o sette metri dall’asfalto, per dissolversi in una densa nube di fumo nero. Attorno a lui ve ne erano degli altri, stillavano dalle mani piccole fiammelle, non avevano la sua perizia, né lo sdegno altero negli occhi. Con piacevole inquietudine, ho continuato a camminare verso la spiaggia.

Ho il cellulare spento da tre giorni: ho dimenticato il caricatore nel passato, e, come ti ho spiegato nel messaggio che ho mandato con il cellulare di Ludovico, preferisco aspettare il prossimo giorno libero e tornare nel passato, piuttosto che mettermi a cercare qui un caricatore ormai obsoleto. La mattina apro la serranda del negozio, la sera abbasso la serranda del negozio, e mi metto a dormire sull’amaca nel retro. Ti penso e ti parlo dentro di me mentre alzo la serranda, ti penso e ti parlo mentre i clienti provano i costumi e comprano palette, mentre scrutano le biglie colorate e pesano le battilarde con le mani, mentre i bambini corrono per il negozio ribaltando ogni cosa che sfiorano, ti penso e ti parlo dentro di me mentre abbasso la serranda, ti penso e ti parlo per ore, sull’amaca nel retro del negozio, prima di addormentarmi. In questi giorni i fuochi sono aumentati; talvolta li vedo levarsi dalla strada, tra la gente; talvolta li vedo salire sopra i tetti dei baracchini. Mi sembra che il cielo sia più scuro e che il mare sia più torbido, e che tenda all’arancione.

Il giorno libero è tra sei giorni e io non ce la faccio ad aspettare. Ho chiesto al titolare e lui mi ha detto che non c’è problema se voglio prendermi un giorno o due; ha detto che mi sostituirà il ragazzo della pausa pranzo. Quindi tra tre giorni m’imbarco sul convoglio della mattina, quello delle dieci, così vengo a trovarti direttamente. Forse non mi piace più stare qui. Questa faccenda del cellulare mi sta facendo sentire in esilio, vorrei mollare tutto, vorrei tornare e cercarmi un lavoro lì e non ripartire più.

Poi, però, la sera prima di partire, parlo con te dentro di me fino a tarda notte e ho un sacco di sonno arretrato e la mattina dopo mi sveglio tardi: sono le undici e il convoglio è già partito. Mi affaccio in strada: il cielo è scuro, l’aria è rovente, c’è gente che passeggia ma gli altri negozi sono chiusi. Decido di non aprire nemmeno io. Raggiungo gli altri al mare passando per la solita strada: nella traversa dalle grandi ville il fuochista biondo sta generando sfere di fuoco enormi, che salgono per decine di metri e poi si trasformano in fumo nerissimo; ora i fuochisti attorno a lui sono molti di più dell’altra volta, e le loro fiamme sono più consistenti. È da quando sono uscito dal negozio che mi brucia la pelle. Scendo in spiaggia; proprio accanto alla scaletta che conduce dal cemento alla sabbia, due giovani danzano generando sfere e spirali di fuoco. Mi tolgo le scarpe e raggiungo l’ombrellone. La sabbia è fredda. Ci sono fuochisti ovunque, il cielo è percorso da disegni fiammanti e nuvole nere.
All’ombrellone c’è solo Roberto. Indossa una specie di muta da sub nera, con una cerniera bianca che gli scende dal lato sinistro del collo e termina poco sopra la vita in un cursore rosso a forma di piramide. Dico:
– Ma ti rendi conto di quello che sta succedendo? – accennando ai fuochi attorno a noi, – questa situazione sta per trasformarsi in una catastrofe.
Mi accorgo che parlare è faticoso. Tossisco.
Quella cosa della catastrofe, non l’ho detta credendoci. Lo sai: sono un catastrofista che parla di catastrofi per farsi rassicurare.
– È già una catastrofe – mi dice Roberto, serio.
Dietro di lui compare uno che credo sia Paolo; non ne sono sicuro perché oltre a una muta identica indossa anche un casco, nero, a forma di triangolo capovolto, con un visore opaco; anche il casco, come la muta, ha una cerniera bianca: scende dalla tempia sinistra fino all’altezza della bocca dove devia orizzontalmente per terminare, allo zigomo opposto, in una piramide rossa.
– Devo partire il prima possibile – dico, mentre la gola mi si ostruisce.
– Non si può più tornare – fa Roberto, – l’ultimo convoglio è partito stamattina, non ce ne saranno più: è da ieri che hanno diffuso la notizia.
Niente, non mi allarmo abbastanza, non quanto ritengo sarebbe ragionevole. Sto ancora cercando di capire quanto è vero tutto ciò, perché fatico a concepire l’irrevocabile, sai che ho sempre faticato a concepirlo.
– Mi presti il cellulare? Devo chiamare mia morosa.
– Anche le comunicazioni con il passato sono bloccate.
Rimango muto, il sudore mi cola ovunque; ed è allora che il respiro mi fa ribollire un liquido nei polmoni; un istante dopo una tosse fortissima mi squassa e mi getta carponi, a capo chino, e a ogni colpo di tosse vedo comparire macchie rosse sulla sabbia, sempre più fitte.
Alzo la testa alla ricerca d’ossigeno e vedo una figura in muta e casco che cammina verso di me; sembra una donna, scorgo il rigonfiamento del seno; ha in mano qualcosa. Si ferma davanti a me mentre cerco di alzarmi e non ci riesco; con la mano libera apre la cerniera sul volto, fa scattare un gancio posteriore e si toglie il casco. Sei tu.
Sei tu, ma hai i capelli lunghissimi, li liberi con un movimento del capo. Sorridi e mi porgi l’oggetto che tieni in mano: è un libretto quadrato, grande quanto il booklet di un cd ma molto spesso, con la copertina e le pagine plastificate. La copertina è nera; a tre quarti, verso il bordo laterale, c’è una banda verticale bianca che termina quasi sul bordo inferiore con l’immagine di una piramide rossa. Sento la tosse tornare e mi porto una mano davanti alla bocca; mi inondo la mano con un fiotto di sangue; la pulisco passandola nella sabbia, prendo il booklet.
– Aprilo – mi fai.
Lo apro. Sembra un libretto d’istruzioni. Dentro ci sono testi disposti su tre colonne e corredati da disegni neri, stilizzati: omini che toccano cisterne e prendono fuoco, omini che si avvicinano a fornelli e lampade e prendono fuoco. Le istruzioni sono intervallate da capitoletti in corsivo che recano titoli come Ha senso vivere senza speranza? o Ritorno a una biologia senza felicità. Alzo di nuovo gli occhi.
– Guarda i credits – mi fai.
Giro il booklet e in basso, scritto bianco e piccolo, alla voce Testi, c’è il tuo nome.
– Lo sapevo che era andata a finire così, – dici, e scuoti il capo, sorridi, mi passi la mano sulla testa, – sei o non sei un coglione? eh?
Ti volti e te ne vai verso un ombrellone sotto il quale ti aspetta un uomo alto e muscoloso in casco e muta; e mentre ti vedo prendergli la mano, e vi stagliate sullo sfondo dei fuochi che salgono nel cielo nero, ricevo, immediata e distinta, la cognizione dell’irrevocabile.

Una prima versione de La condizione irrevocabile è comparsa su Costola n.1.

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Un commento a “Nella condizione irrevocabile (2.0)”

  1. Susy ha detto:

    BELLISSIMO e toccante

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