Oltre Ultra

Jacopo Nacci, 10 aprile 2007

Ci ho messo dieci anni a digerire Ultra. Considerando che quest’estate festeggerò i miei primi diciott’anni di devozione non è poco. Quando ebbi terminato il primo ascolto non ci misi molto a decidere che la decadenza era arrivata. Mi domandai, addolorato, ciò che mi domando da allora ogni volta che esce un nuovo album: per quale assurdo motivo avete deciso di farci questo? perché non vi siete sciolti dopo Songs Of Faith And Devotion, lasciandoci una carriera devastante, un mosaico di capolavori al quale era impossibile aggiungere alcunché, un’eredità di cui andare fieri, camminando a testa alta? perché ora devono venirci i brividi ogni volta che viene annunciato un nuovo album o, anche solo, qualche rockettaro vi infila tra i suoi gruppi preferiti?
Oggi Ultra è un album che, a volte, mi fa quasi venire voglia di ascoltarlo. Riesco a perdonargli quella specie di chitarra alisincéins che disturba la godevole fruizione di Useless, riesco a non pensare ai CSI quando in Home compare la stessa – evidentemente indispensabile – chitarra. Riesco a rendermi conto che It’s No Good, Barrel Of A Gun, Useless e Home sono delle buone canzoni dei DM. Riesco a rendermi conto che sospettare che la stupenda Sister Of Night sia uno scarto di Violator equivale, coi tempi che corrono, a tirarsi pugnalate al cuore da soli.


Ricordo, nel ’97, amici impazziti, rockettari estasiati, mentre noi vecchi amanti della wave e devoti rimanevamo perplessi. Le chitarre c’erano anche prima, in Violator si erano ritagliate un ruolo importante. Non era quello. Era qualcosa che assomigliava a una spersonalizzazione, a una commercializzazione, ma nemmeno. Forse e semplicemente, a quelle ballad di rock-pop elettronico, per la prima volta in sedici anni – ma mai quanto sarebbe accaduto negli album posteriori – cominciava a mancare un po’ di anima: quelle canzoni cominciavano a essere metà accademia DM e metà semplicemente pop-rock alternativo (etichetta che non vuole dire praticamente nulla, almeno quanto il genere cui la si applica), e di fatto qualcosa doveva essere accaduto al motore sentimentale dei dischi dei DM, se solo allora e proprio allora i rockers uscirono allo scoperto per dire che anche loro avevano un "gruppo elettronico", oppure, al contrario, per poter finalmente ammettere che i DM a loro piacevano.
Ricordo un tristissimo tour della raccolta dei singoli, con i DM che prendevano se stessi per i Pink Floyd o i Queen: grande band, affermata, arrivata, indiscutibile, gente che da quel momento in poi non avrebbe dovuto dimostrare più nulla. E si è sentito.
Su Exciter non sono mai riuscito a cambiare idea. Sto aspettando di farlo su Playing The Angel. Playing The Angel ha una quantità maggiore di bei pezzi rispetto a Exciter, che è come dire che ha una quantità minore di pezzi imbarazzanti. Ma non basta avere dei pezzi buoni su un disco per farne un album dei DM, altrimenti Ultra, che di pezzi buoni ne ha, non continuerebbe comunque a traballare sul confine che decide se un disco è un album dei DM o un album. Né basta avere solo pezzi buoni seppur con qualche istante di stanca al loro interno per essere un album dei DM, altrimenti un estratto di Ultra sarebbe un album dei DM. Il punto è che ci sono dei "se" e dei "ma", il punto è che prima del ’93 nessuno si sarebbe sognato di avere dei "se" e dei "ma", dei pezzi minori, alti e bassi, momenti di noia, di imperfezione, di poca cura, qualcosa di inutile, di non urgente, su un album dei DM. La seconda cosa più terrificante, dopo il fatto che le cose stiano così, e che quei "se" e quei "ma" stanno probabilmente decretando – pregi ad altre orecchie – l’odierno successo del gruppo.
Oggi ho amici che, ogni volta che esce un album e io perdo dieci anni di vita a causa del dolore, continuano a dire: «Perché dici che è brutto? Dai, non è proprio brutto…» Come se fosse accettabile un album che non è proprio brutto, come se fosse accettabile un album “bello” solo perché è meglio di tutto ciò che c’è sul mercato pop odierno, orrendo. Come se fosse accettabile girare per recensioni su sbavanti siti rock, che vent’anni fa ai DM («i fighetti col sintetizzatore») avrebbero fatto volentieri il culo, e che puntualmente si ricredono quando c’è di mezzo una chitarra, poca creatività, poco cuore e qualche etto di sound industriale. Come se fosse accettabile attribuire fondamentale importanza al suonare strumenti “veri”, e chi se ne frega se il compositore non si trova la vena. Come se fosse accettabile sentir parlare di tutto ciò che c’è stato tra l’’81 e il ’93 come di una preparazione alla grande era di Exciter. Come se fosse accettabile il fatto che i DM abbiano smesso di sentire, che abbiano smesso di avere assolutamente bisogno di dire qualcosa, e che ciononostante ritengano di dover produrre dischi.
In certi giorni mi domando semplicemente se, invece che essere privi d’anima i nuovi dischi, non sia obsoleta la musica, non sia assurdo fare musica del genere nel 2007, o se non siamo noi a non essere più disposti ad appendere catene d’emozioni a dischi che magari a 16 anni ci sarebbero anche piaciuti, se non siamo semplicemente noi a essere emotivamente devastati da oceani di mp3 che non permettono più la vera devozione. Non lo so, davvero non lo so. Ma tutto sommato rimango abbastanza persuaso dell’idea che se i DM uscissero nel 2010 con un album dei DM me ne accorgerei.
Rimango con il ricordo della data di Firenze del Devotional Tour: le ballerine con il becco da crociere che attraversano il palco, i brividi che salgono dalla schiena, Martin estasiato dal suo stesso genio che alza le braccia al cielo, gioisce della rivelazione ricevuta da se stesso, il pianto disperato della sua chitarra dopo il secondo ritornello, mentre sale la catarsi.

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