One day one trip 2

Jacopo Nacci, 13 giugno 2007

15:57
Capo: -Adesso mi devi spiegare perché non stai eliminando i dati del primo giro ora che stai facendo il secondo.
Jago: -Perché mi hai detto di lasciarli, ché ti servivano per l’archivio.
Capo: -Sì, infatti te l’ho detto. E con questo cosa vuoi insinuare?
Jago: -Niente. Che sto facendo ciò che mi hai detto di fare.
Capo: -Ma adesso ti sto dicendo di toglierli!
Jago: -Va bene, allora comincio a toglierli.
Capo: -Insomma, devi fare quello che dico io!

Segui il rizoma

Polli, gente, tempo (con fuga) E’ mattina e Lan Tze sta andando al mercato. Porta due polli piccoli in una gabbia di bambù. Subito dopo il ponte sopra il ruscello Keng, la strada gr...
Civitas DA: sain.tjago@gmail.com A: ministero@ministero.it Gentili Responsabili del sito del Ministero, vi informo che il sito xxyyzz (www.xxyyzz.it), che ...
Delitti familiari -Fatto buon viaggio? -Direi di sì, posto a sedere, finestrino aperto, dai. -Insomma il solito schifo. -No, pa'. Ti sto dicendo che è and...
Golden Hours (sul culto degli dèi) Ricordi cosa successe a quei due che non siamo più noi, quest’estate? Estate? La loro seconda estate insieme, no? Senza inverni: non hann...

34 commenti a “One day one trip 2”

  1. anarcadia ha detto:

    Benvenuto nel mondo del lavoro dipendente.

  2. jacopo nacci ha detto:

    E’ effettivamente incredibile. Nelle mie (pochissime) esperienze mi sorge sempre una domanda: come diavolo fa quest’azienda ad andare avanti?

  3. jacopo nacci ha detto:

    A parte l’evidente stato di stress cui è sottoposto il sottoposto, se l’azienda funziona vuol dire che il capo non è incompetente.
    L’inetto è abituato a usare la logica perché crede che sia un modo per comprendersi tra persone anche molto diverse. E’ altresì portato a credere che gli altri sistemi non funzionino perché sembrano ai suoi occhi del tutto arbitrari e singolari: ognuno c’ha il suo, che non è compatibile con quello degli altri.
    E invece lo è, perché le aziende funzionano quindi significa che sono coerenti rispetto al mondo, sia nella comunicazione sia nella lettura della realtà.

  4. Alessia7 ha detto:

    La tua domanda è la setssa che ci poniamo tutti.
    Come fanno aziende importanti ad andare avanti con degli incompetenti come capi.

    Cmq il capo ha ragione, io avrei cominciato dal fondo. ^_^

  5. lilith979 ha detto:

    vedi, la cattiveria ha una forza auto-propulsiva che rende più semplice alle aziende di merda di rimanere in piedi.

  6. jacopo nacci ha detto:

    Insomma, come al solito secondo voi il padrone è cattivo, mentre il padrone è buono: a volte tollera la tua inettitudine e ti manda a casa con un pezzo di pane. Ingrate.

  7. lilith979 ha detto:

    per qs ultimo commento ti rimando alle vignette su aramcheck.splinder.com, molto esemplificative.
    un bacione per aver ritirato fuori il discorso sull’inettitudine, che come sai coltivo sempre con cura (sia la mia inettitudine che il discorso)
    a proposito della logica, ciò che ho capito in pohi mesi di prigionia, è che se non si conosce il modo in cui bisogna procedere (ovvero non c’è una specie di iter consolidato) NON si deve assolutamente andare con la logica, ma possibilmente cercare di trovare il percorso contrario: in caso contrario, lasciar perdere e chiedere agli “anziani”. Inutile sperare che lo spirito d’iniziativa venga premiato.

  8. lilith979 ha detto:

    chiedo venia per le ripetizioni

  9. jacopo nacci ha detto:

    Percarità Lilith. Mai fare di testa propria e sempre seguire gli ordini, questo è assodato e non c’è nemmeno bisogno di ricordarlo.
    Il problema, semmai, – ma solo per l’inetto – è ciò che io chiamo “l’eraclitismo del capo”: se il capo in T1 dice X e tu fai X, non è detto che il capo in T2 voglia ancora che tu faccia X, e ok; il fatto è che in T2 fare X è diventato una tua libera iniziativa: il dio dei cristiani può risanare l’imene di una fanciulla e restituirle la grazia, ma non può fare in modo che ciò che è stato non sia stato; il capo sì.

  10. DuRoy ha detto:

    Jago è malmostoso (speriamo solo temporaneamente), ma decisamente irresistibile nell’acume della sua osservazione.

  11. anarcadia ha detto:

    @Jago#5-9, funziona così anche una dittatura. Solo che sul posto di lavoro ci si convince che, essendo una libera scelta, non ci si possa lamentare nel momento in cui si accètta “spontaneamente” quel posto di lavoro. E il meccanismo funziona perchè le qualità richieste al capo non riguardano il contesto della relazione umana, se non di quella che non èsula dall’àmbito venditore-compratore (ruffianeria, insomma). Quando mandai affanculo il mio capo (quello per cui ancora lavoro) perchè non sono disposto ad accettare cose simili a quelle che descrivi se pretende poi con quelle di giustificare una cazziata (mentre se la cosa muore lì, muore lì anche per me), lui mica si incazzò: rimase semplicemente stordito come uno che si sveglia per via di una sberla. Non si rendono conto sul serio, mica sono cattivi: sono scimmie ammaestrate a far bene UNA cosa. Che, magari, fanno effettivamente bene.

  12. jacopo nacci ha detto:

    Anarcadia, due cose:
    sul fare bene una cosa non sono d’accordo; mandara avanti un’azienda è una faccenda complessa. Puoi fare i migliori braccialetti di denti di baganello del mondo, ma se non calcoli – per dirne quattro – che sul mercato non sei solo, che ci sono tecniche che rendono il processo di produzione meno costoso e/o più veloce, che i gusti cambiano e gli animalisti si incazzano, che non avere un sito può tagliarti metà del mercato, chiudi.
    Sulla libera scelta nemmeno sono d’accordo: non è una libera scelta accettare un posto; sono loro che accettano te.

  13. jacopo nacci ha detto:

    E lo “spontaneamente” tra virgolette rende ironica tutta l’affermazione? Ma allora è vero che il poveraccio non si lamenta, ma non perché era libero di scegliere e ha accettato di sua sponte, bensì proprio perché libero non era e non è.

  14. lilith979 ha detto:

    Ma dai.
    Braccialetti di denti di baganello.

  15. anarcadia ha detto:

    @Jago, voglio dire che ciò che porta una persona a SAPERE guadagnare sono le stesse caratteristiche che, di solito, rendono la stessa un’incapace nei rapporti: ottimizzazione dei tempi, calcolo e fede cieca nella propria condotta (per banalizzare).

    Per il resto, io parlo inbase alla mia esperienza, né posso fare altrimenti: quanti anni di lavoro avrò davanti a me, da ora: diciamo 40? Beh, non ci saranno 40 padroni, in tutto il mondo? Il mio capo lo sa bene: se mi rispetta io lo rispetto, sennò gli tocca il vaffanculo e se lo tiene. Lui mi dà soldi e io gli dò il mio tempo, da brava puttana: è uno scambio “alla pari”. Ho un contratto da precario da sette anni ed una volta che si azzardò a pretendere la ragione per il fatto solo di essere il “capo” io gli risposi: “tu sei il titolare dell’azienda ed io sono registrato come collaboratore…non puoi trattarmi da collaboratore quando devi pagare le tasse e poi pretendere che mi comporti invece da dipendente quando vuoi la ragione senza discutere”. Poi è ovvio che i motivi per porsi a muso duro debbano valere il rischio (lì lo valeva) e che la mia politica generale è di “legare l’asino dove vuole il padrone (dell’asino, non mio)”, ma rinuciare a prescindere a difendere la mia dignità per il ricatto di perdere il lavoro non lo voglio accettare, almeno finchè dal mio lavoro non dipende nessun altro che me.

  16. jacopo nacci ha detto:

    40 anni di lavoro sono un pensiero atroce, la condizione umana è terrificante, ti prego di non ricordarmelo.
    Comunque, facendo un paio di calcoli sui 40 anni, ci vorrebbero (con contratti standard da tre mesi) 4 padroni l’anno per un totale di 160 padroni da trovare in giro per il mondo, che già deve essere difficilissmo; ma poi come viaggi tra un padrone e l’altro? e chi ti dà i soldi tra un padrone e l’altro? e come fai a trovare sempre il padrone che ti accoglie proprio quando l’altro ti abbandona? e come fai a metterci un giorno a trovare l’altro e farti assumere?

    Questo abbiamo e questo ci teniamo. Stretto. E tifa per l’azienda: se crolla sei nella merda più di loro.

    Venendo alla… dignità? Ma secondo te passare la vita a fare qualcosa di cui non ci frega nulla non è già di per sé la morte della dignità? Oppure – discorso nemico del primo – come fai a vivere la tua dignità se non lavori e muori di fame?

  17. jacopo nacci ha detto:

    @Anarcadia:
    @Jago, voglio dire che ciò che porta una persona a SAPERE guadagnare sono le stesse caratteristiche che, di solito, rendono la stessa un’incapace nei rapporti: ottimizzazione dei tempi, calcolo e fede cieca nella propria condotta (per banalizzare).

    Torno su questo punto e purtroppo non leggerò la tua risposta perché sarò fuori tutto il giorno. Il dialogo da me riportato nel post è solo secondariamente un esempio di incapacità nei rapporti, lo è solo come conseguenza. Di per sé assomiglia a un’incapacità di comprendere la forma della realtà, (nella fattispecie, mi pare, la struttura del tempo e l’attribuzione delle azioni a un soggetto): è di questo che si potrebbe pensare che vada in contrasto con il successo dell’azienda, e non dell’incapacità nei rapporti, della quale non mi preoccupo affatto, almeno in questa sede.
    Contrasto apparente, perché nei fatti l’azienda funziona.

  18. anarcadia ha detto:

    @Jago#16

    “ma poi come viaggi tra un padrone e l’altro?”

    Ho l’ottimismo dalla mia, anche perchè in questa società è impossibile che ti lascino morire di fame: se ti trovano moribondo ti portano all’ospedale e ti fanno una flebo forzata, ahahah! E poi alla più puttana uno dà uno schiaffone a una guardia e si fa mantenere dallo stato, no? In carcere ci sono anche i libri, potrei studiare le cose che amo molto più di ora e visto che sono in Italia, probabilmente ogni tanto riuscirei anche a trovare il modo per farmi qualche mignottone :DD

    “Ma secondo te passare la vita a fare qualcosa di cui non ci frega nulla non è già di per sé la morte della dignità?”

    No, secondo me no. Il lavoro è un’esigenza, quindi sarebbe come definire umiliante l’andare al cesso. Secondo me non si ha più dignità quando la pagnotta diventa da esigenza a motivo di servilismo. Potrei accettarlo solo se avessi responsabilità più ampie verso, ad esempio un figlio mio che non aveva chiesto di nascere.

    continua…

  19. Viator74 ha detto:

    Incapacità di comprendere la forma della realtà..

    Personalmente mi pare più verosimile interpretare la comunicazione del tuo capo come una serie di tentativi volti a non dare mai ragione all’interlocutore,per un motivo o per l’altro.

    Poi è ovvio che una cosa non esclude l’altra.

  20. mrsme ha detto:

    io mi son chiesta, avendo letto il post sull’inettitudine, se per caso il capo non ha un qualche motivo per sentirsi “minacciato” nella sua autorità – veri o presunti, eh

  21. anarcadia ha detto:

    Mah, Mrsme, a me pare evidente che il mio capo perlomeno sia del tutto in buona fede: una volta il suo stesso collega lo ha minacciato di ridursi a parlar con lui solo se munìto di registratore, quindi è una cosa che fa presumibilmente con tutti a seconda del livello. Ora, il mio capo è uno di quelli che accentra tutto su di sè pretendendo di ridurre gli altri a suoi meri strumenti: di per sè la cosa potrebbe a qualcuno anche stare bene…lavoro pigro, routinàrio e squisitamente esecutivo può far comodo a taluni. Il problema è che quando tu fai ciecamente SOLO quello che ti ordina di fare (c’è stato un periodo in cui, per puro esperimento, volli non muover paglia senza prima chiedergli cosa fare), lui se la prende facendo appello alla tua inespressa capacità di intendere e di volere. Sono giunto appunto alla conclusione che sia una persona che vede gli altri funzionalmente a sè stesso e che quindi utilizzi -magari inconsciamente- come unico parametro di analisi della realtà la corrispondenza della stessa alle sue esigenze del momento. Non che con questo egli non si rapporti al futuro, anzi, il futuro è la sua casa ideale: ma proprio perchè ogni mutata condizione di ogni istante influisce diversamente sul futuro, egli si relaziona al futuro resettando di volta in volta il passato, fondandosi ESCLUSIVAMENTE sulla situazione che si trova innanzi. Questa mentalità, credo, si riflette su tutto, anche sulle relazioni.

    Il mio capo è poi mooolto permaloso ed assolutamente incapace di ammettere uno sbaglio, se non funzionalmente al recupero di una situazione di favore verso qualcuno (ruffianeria): questo non fa, ai miei occhi, che confermare le mie tesi precedenti.

  22. anarcadia ha detto:

    Ah, ovviamente il suo valutare esclusivamente col “qui ed ora” in relazione agli effètti futuri ed a prescindere da tutti e da tutto ciò che pè trascorso, rende la sua capacità d’iniziativa esremamete dinamica e di conseguenza la sua impresa commerciale vincente.

  23. jacopo nacci ha detto:

    Intanto benvenuta a Mrsme . ^___^ .
    Dopo leggo tutti i commenti.
    Ciauz!

  24. jacopo nacci ha detto:

    @Anarcadia#18:
    Anche io ho sempre pensato che in fondo c’è la galera.

    @Viator#19:
    non credo, perché l’interlocutore non ha ragione, come non ha torto. Esegue gli ordini. In caso potrei pensare alla voglia di attribuire ad altri ciò che appare improvvisamente come un errore. Ma non ha senso: sia tu sia io sapremmo che non è così. In realtà credo che lui non lo sappia, che l’amnesia sia reale. Ma non dimenticare che è fiction. Ritrae la realtà, anche quella che non cè.

    @Mrsme#20:
    Anarcadia#21 è molto vicino al mio vedere. Inoltre: l’inetto non è una minaccia per nessuno tranne che per se stesso, e questo, secondo me, lo sa anche il capo.

  25. Viator74 ha detto:

    Sarei d’accordo con te se il tuo capo avesse studiato filosofia e amasse adeguare la sua comunicazione al contesto tramite acute osservazioni e strumenti concettuali(in questo caso piuttosto spuntati)..beh,forse è così.

    Se non lo è,ribadisco la mia opinione:non concede spazio all’interlocutore e,di fronte ad una risposta adeguata,cerca di incastrarlo modificando e/o aggirando man mano le sue stesse affermazioni onde confermare il suo intento iniziale:riprenderti perchè tu stai sbagliando qualcosa.

    E’un procedimento comunissimo di mantenimento del ruolo e dell’autostima.

    P.S.:questo mio commento vale solo per i brevi dialoghi che hai riportato.Quell’uomo non lo conosco.

  26. jacopo nacci ha detto:

    @Viator:
    Sarei d’accordo con te se il tuo capo avesse studiato filosofia e amasse adeguare la sua comunicazione al contesto tramite acute osservazioni e strumenti concettuali(in questo caso piuttosto spuntati)..beh,forse è così.

    L’eventualità più probabile è che io non abbia capito cosa hai scritto. L’altra è che tu non abbia capito me. Da nessuna parte ho detto che il capo del racconto compie sottili ragionamenti. Al contrario: ho detto che non riesce a mantenere le basi dei più elementari. Per farlo non bisogna aver studiato, basta essere persi.

    Detto questo e facendo finta che io abbia detto il contrario di ciò che ho detto e che sto dicendo: prova a fregare il salumiere, poi vediamo se il fatto di non essere laureato in matematica gli impedisce di fare due conti. Noi tutti facciamo del tutto intuitivamente operazioni filosofiche meno complesse, ad esempio sapere che se vado in bagno adesso e poi torno e nessuno entra in casa mia, il computer permane; o sapere che il dopo viene dopo il prima. Non c’è bisogno d’aver studiato.

  27. Viator74 ha detto:

    Credo di capire cosa intendi.

    Ho specificato questo perchè nel tuo #24 supponi che il capo non abbia voluto la ragione tirandola per i capelli(come ipotizzo io),poichè l’interlocutore non ha ragione ne torto ma esegue solo gli ordini.

    Ritengo che per avanzare questa tua supposizione devi allo stesso tempo riconoscere al tuo capo la capacità di formulare e condividere un simile ragionamento.

    Ora,non dico sia impossibile che il tuo capo sia un po filosofo,ma mi pare più plausibile,poichè maggiormente diffusa,semplice e popolare,una semplice difesa del suo ruolo cercando di coglierti in fallo.

    Quasi certamente il salumiere farà i suoi due conti..che sono altra cosa dal capire velocemente e situare in un contesto i concetti di ragione,torto ed esecuzione di ordini.

  28. Viator74 ha detto:

    Correggo e specifico:

    Molto probabilmente il tuo capo HA la capacità di capirlo quel ragionamento..che l’abbia PRESENTE(quindi abbia speculato-in senso filosofico-) magari è meno probabile statisticamente di un bell’intestardimento da capoccione!^^

  29. jacopo nacci ha detto:

    No, no, Via’… Io credo che il capo non abbia ragionato, pur producendo un capolavoro di antirealtà degno di un finissimo artigiano.
    Comunque non disdegno, effettivamente, l’ipotesi di un suo voler attribuire l’errore ad altri, perché qualcuno dovrà averlo commesso. Il punto è che credo che in quel momento lui creda davvero che l’errore sia attribuibile all’interlocutore. Cioè, come dicevo, è perso.
    In questo caso, la questione da te posta sull’autostima diventa darwiniana: non finge per salvaguardare l’autostima, dato che saprebbe di fingere e quindi il giochino non funzionerebbe, bensì è perso, per cui l’autostima resiste.
    Dunque: an t’ha da pensé.

  30. Viator74 ha detto:

    Minchia.. se è come lo descrivi sta messo bene!^^

    A proposito di difese dell’autostima,tra le più semplici da applicare ci sono le più grossolane:una di queste è l’intestardimento acrobatico di cui ti scrivevo.

    Una persona durante un discorso può proteggersi da un senso di fallimento semplicemente continuando a dare torto ad un altra persona attaccandola da più lati,man mano che l’altro le mostra l’inconsistenza delle sue affermazioni.Il sapere di fingere passa in secondo piano di fronte a certi meccanismi prevalentemente emotivi(generalizzo).

    Non per nulla buona parte della psicoterapia dei problemi emotivi agisce sul potenziamento dell’esame di realtà.

    Il piano dei pensieri e il piano delle emozioni sono necessariamente interrelati ma non simmetrici.Ergo ad un sapere non corrisponde inevitabilmente un sentire:sapere di fingere non invalida inevitabilmente la soddisfazione di non aver ceduto di un solo passo.

    PS.:’Piano dei pensieri/emozioni’ è una grossolana comodità concettuale.

  31. jacopo nacci ha detto:

    Capisco, o almeno credo di capire, boia d’un mondo.
    Per l’ennesima volta rimanderò un discorso che ho promesso di affrontare, eoni fa, a WHS, e sul quale ho poi ripromesso che sarei tornato: il non sapere pseudo-volontario.
    Te la metto così: tu sai che la vergogna necessita di uno sguardo su di sé per essere provata; sai anche che per molte persone non è tanto importante essere in fallo rispetto al socialmente e cognitivamente rispettabile, quanto il non essere còlte in fallo rispettto al socialmente o cognitivamente rispettabile.
    Ora, la stragrande maggioranza di noi, come saprai, sviluppa il pensiero, che è un dialogo interiore con sé stessi, cioè: ciò che noi chiamiamo “riflessione” è di fatto uno sdoppiamento per cui, oltre a poter pensare, noi vediamo noi stessi. Tanto basta alla maggior parte di noi per essere capaci di vergognarci di fronte a noi stessi.
    Ma il fatto è che chi invece non tiene insieme i propri pezzi, mediante lo sguardo dell’altro-sé, non si conosce: questo suo non conoscersi è di fatto un’ignoranza, e come tale è involontaria.

    Chi riflette è spinto a farlo dalla sua necessità di vedersi integro (cognitivamente, socialmente, moralmente), ed egli avverte questa necessità per il fatto che è costretto a vedersi, ma è costretto a vedersi perché è uno che riflette, ed è uno che riflette perché è spinto a farlo dalla sua necessità di… e giù giù lungo le cause degli effetti.

    Costui avverte come un elemento di volontarietà nel “non voler” vedere di chi non vuole riflettere.

    Ma quell’altro, diversamente, se non riflette è perché non è spinto a farlo, e non è spinto perché non avverte il problema dell’integrità (sociale, cognitiva, morale) della sua identità, e non lo avverte perché non si vede, e non si vede perché non riflette, e non riflette perché non è spinto a farlo, e non è spinto perché non avverte il problema delle… e giù giù lungo le cause degli effetti.

    Quindi il non voler vedere del secondo è involontario quanto il voler vedere del primo. Non so se quello del secondo si possa chiamare “sapere di fingere”, quindi, perché di fatto è una forma di ignoranza, la salvaguardia dell’identità, dell’immagine dell’identità, deriva solo da questo, ne è una conseguenza, non una causa finale. Cioè il quadro è strappato, ma tu non entri nella stanza e resti convinto che è in ottimo stato.

    Però comincio a considerare anche questa tua questione dell’opposizione sapere/sentire, anche perché forse può essere pertinente rispetto a un altro discorso. Infatti sto notando che il nostro mondo si sta inesorabilmente trasformando in una dittatura della comunicazione da talk-show nella quale il proclama è sintomo di libertà, mentre l’argomentazione e la dimostrazione, in quanto mi costringono a guardare la realtà, sono percepite come una violenza indebita che viene a mettere in discussione la “mia” verità.

  32. Viator74 ha detto:

    Quindi per te quella stanza con all’interno il quadro strappato è sbarrata per pura ignoranza e insensibilità alla percezione della propria integrità..se ho capito bene.

    Con questo intendi che un processo etico è anzitutto un processo conoscitivo(per conoscenza intendo i vari livelli dei pensieri,delle emozioni etc.)?

  33. Viator74 ha detto:

    Ho parlato di ‘processo etico’ perchè la questione dell’integrità posta in questi termini mi pare assuma una prospettiva valoriale e non solo descrittiva.

  34. jacopo nacci ha detto:

    Esatto: secondo me il processo etico è solo un processo conoscitivo.
    Quanto alla questione dell’integrità invece credo che risponda solo a una prospettiva descrittiva, nel senso che la necessità di integrità, per chi riflette, è come la necessità di mangiare per uno che ha fame. Credo entri in gioco qualcosa di insopportabile a livello di sopravvivenza psichica. Insomma: se di valore si tratta, non è un valore sentito, ma un valore come risultante, come quello dell’acqua-quando hai sete, non come quello dell’altro-sempre.

    In questo senso userei il termine “etica” in senso fortemente intellettualistico, prudenziale, egoistico, come modo di vivere senza casini.

    L’etica che invece nasce dalla percezione del valore altrui mediante le emozioni non l’ho nemmeno considerata in questo caso.

    Caro Viator, spero di essermi spiegato, sono ucciso dal lavoro.

Pubblica un commento