Pensare a voce troppo alta

Jacopo Nacci, 9 febbraio 2008

Il pensiero più innovativo si fa strada nelle scuole? È circondato da un clima di riconoscimento generale? Raggiunge l’orecchio interno, anche se il processo uditivo è spesso ostinatamente lento e carico di volgarizzazione? O invece il pensiero autentico e la sua valutazione ricettiva sono impediti, perfino distrutti (Socrate nella città dell’uomo, la teoria dell’evoluzione tra i fondamentalisti), da un rifiuto a pensare di stampo politico, dogmatico e ideologico? Quale meccanismo sordido, ma comprensibile, di panico atavico, di invidia subconscia alimenta la «rivolta delle masse» e, oggi, la brutalità filistea dei media che hanno reso derisoria la stessa denominazione di «intellettuale»? La verità, insegnava il Baal-Shem Tov, è in esilio perpetuo. Forse deve esserlo. Laddove diventa troppo visibile, dove non può rifugiarsi dietro la specializzazione e la crittografia ermetica, la passione intellettuale e le sue manifestazioni provocano odio e derisione (questi impulsi si intrecciano con la storia dell’antisemitismo; gli ebrei hanno sempre pensato a voce troppo alta).

George Steiner, Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero

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2 commenti a “Pensare a voce troppo alta”

  1. anarcadia ha detto:

    Approvo le immagini didascaliche di nuova introduzione su NCW. Per il resto, stavo giusto pensando a un post sul tema, vedremo: probabilmente è che chi sa di non sapere si mette alla ricerca, e chi per mille motivi crede di sapere, sta fermo. Forse, così, il mondo si divide tra chi sa coltivando il dubbio, e chi muore nella cecità delle proprie false certezze (che se anche si dimostrassero vero, la cosa rientrerebbe nella casualità).

  2. anarcadia ha detto:

    E non dimentichiamo il principio di inerzia: il neutro non esiste, o avanti, o indietro…come tra vizi e virtù.

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