Persona e personaggio

jacopo nacci, 18 agosto 2010
Orfeo e Euridice

Camille Corot, Orfeo guida Euridice fuori dall’Oltretomba, 1861

Qualcuno disse che Orfeo il cantore abbia preferito perdere la “persona” Euridice, labile esistenza transeunte, in nome del “personaggio”, soggetto eterno di trasfigurazione poetica. Ritenendo magari, chissà, che la fama imperitura val bene una morte precoce. Non la pensa così il greco Achille però: ad Ulisse che lo consola negli Inferi rammentadogli come la sua morte in giovane età sia il presupposto di una gloria senza fine, risponde che un’eternità di gloria non vale un minuto di vita trascorsa alla luce del sole, fosse anche da schiavo. Meglio persona viva, anche per poco, che personaggio.
Oggi la questione è ancora più complicata. Il reality sta facendo saltare paletti ed equilibri faticosamente costruiti tra realtà e poesia, verità e rappresentazione. La stessa figura dell’artista e dello scrittore ne risente, perdendo l’ultima parvenza di “aura”.

Qualcuno, ad esempio, non esita a chiamare i propri personaggi, tratti brutalmente dalla vita di tutti i giorni, con il loro nome di persona, riportando esattamente parole, riflessioni, confidenze tali e quali furono ingenuamente affidate all’orecchio avido dello scrittore.
Altri, poiché la scrittura è terapeutica, utilizzano le loro pagine per beffeggiare nemici, ex amanti, concorrenti. Nomi e circostanze possono mutare, ma i segni perché qualche accorto lettore possa riconoscervi i soggetti storici ci sono. Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è insomma ammesso e anzi suggerito. Di solito è la scrittura di chi simula sotto un’apparenza di sdegno il puro risentimento. La rappresentazione distorta dell’altro è vissuta come curativa e appagante. Uno sfogo cattivo. Oggi però si chiama Reality book.
L’artista, insomma, è in generale uno con il pelo sullo stomaco? E l’arte è di sua natura spudorata?

L’articolo Scrittori e Vampiri di Roberta Borsani si trovava su Doctor Blue e Sister Robinia.

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3 commenti a “Persona e personaggio”

  1. federica sgaggio ha detto:

    Questo è il motivo per cui ora non riesco a scrivere cose autobiografiche (che secondo me non hanno grande relazione con il vampirismo, perché si dichiarano per ciò che esse sono). Ci ho provato per mesi con serietà, passione e costanza. Pensavo che ci fossero cose che premevano da dentro per uscire.
    Ma invece no. Non posso.
    E per fortuna le cose che sono uscite non mi piacciono, non suonano, non riescono ad avere un loro registro stabile: così mi sono per ora liberata perfino dalla tentazione di insistere.
    Non è il momento, probabilmente; non ancora. Magari quel momento non arriverà mai, chissà.

    Non sono d’accordo, affatto, con chi annette alla scrittura un valore «terapeutico».
    Io credo che, al contrario, le cose riescano a tradursi in scrittura solo quando ciò di cui esse ci parlano pescano, nel mare della nostra anima (non mi viene niente di meglio, scusate), pesciolini liberi, leggeri, non appesantiti dai gravami dei quali pretenderemmo di alleggerirli scrivendo di loro.

    (Ho scritto cose un po’ confuse…)

  2. Jacopo Nacci ha detto:

    Federica,
    scriverò cose ancora più confuse.
    Vorrei dire anch’io che le cose autobiografiche non hanno grande relazione con il vampirismo, ma poi succede che penso alle mie cose meno autobiografiche e allora mi rendo conto che molte esibiscono, almeno in un primo tempo, un certo pallore.

    Tralasciando ora le scelte di chi decide di fare nomi e cognomi, l’urgenza di riportare situazioni a volte è potentissima, inarginabile (qui forse vedo del terapeutico, ma bisogna mettersi d’accordo su quale sia l’idea di guarigione e quindi l’idea di sanità sottintesa da questa terapia); negli ultimi anni, concentrandomi sugli scampoli di dialoghi che emergono dal sociale attorno a me, ho scritto decine di scambi reali o possibili; innanzitutto, a mio sentire, veri. In questo senso ho fatto denuncia, e ciò in qualche modo mi ha sgravato.

    Tuttavia, col tempo, mi sono reso conto che ciò che ho gran bisogno di rappresentare, insieme ai dialoghi, sono le visioni, i miei immaginari (anche così comunque non si sfugge: sono certo che le persone reali che hanno ispirato certe figure siano perfettamente in grado di riconoscersi in quelle figure, anche se quelle figure pilotano droidi da guerra o saltano sui tetti in cerca di criminali; penso anche che molti si vedano anche dove non ci sono, ma questo è un altro discorso, pur se vicino di appartamento).
    Ma la domanda, banalissima, che mi pongo a questo punto è: cosa vuol dire autobiografico?
    Comunque vada, queste mie figure cercano il sangue della realtà nelle relazioni logiche, nel rapporto con i valori, dentro o contro una cultura; cerco di non trasporre separazioni meramente modellate su un caso concreto, corna meramente modellate su un caso concreto, e così via licenziamenti, malattie, suicidi (o magari non me ne rendo conto e lo sa Freud che cosa faccio).

    Però – e qui vado in direzione contraria rispetto ai pesciolini liberi – credo nella creazione, nel senso religioso del termine. Vedo che, stesura dopo stesura, i personaggi che finiscono – ma forse dovrei dire “cominciano” – sul foglio diventano se stessi, vanno dove vogliono, fanno le scelte che sono loro proprie; il pallore generato dal primo estraniamento dal contesto, dalle prime variazioni rispetto ai modelli, scompare, e loro si saziano d’altro, qualcosa che quando c’è assomiglia a un soffio che fa volare; stesura dopo stesura non posso non amarli, sviluppare per ognuno di loro una pietas che scongiura quel risentimento iniziale da cui talvolta erano scaturiti, una pietas che rende loro una giustizia diversa da quella appiattita sul contingente e limitata nello sguardo. Alla fine – detto in soldoni – finisce sempre che nessuno è colpevole e la bestia è il sistema.
    E mi trovo a domandarmi se forse ciò che volevo era questo: dare a quei personaggi una vita, perché pensavo fosse bella, e forse – che arroganza, mamma mia – dare ai loro modelli reali una giustizia, perché pensavo se la meritassero. Forse l’urgenza originaria stava qui.
    Un altro modo per vederla è che, come si dice che accada nei sogni, tutti i personaggi sono me. E non sono affatto sicuro che le due cose – ricerca di giustizia e l’essere tutti me, i personaggi – non vadano insieme.

  3. federica sgaggio ha detto:

    Per autobiografia intendevo la narrazione di casi effettivamente accaduti a me e riferiti per tali, per quanto in un’ottica necessariamente soggettiva e – per questo – di sicuro deformante, ammesso (ma io credo di no) che una realtà oggettiva e storica di una vita effettivamente esista, e che in natura sia possibile che i ricordi abbiano facoltà di conservarsi incontaminati.

    Per autobiografia intendevo proprio quelle narrazioni in cui il personaggio non ti prende la mano guidandoti esattamente dove vuole lui, perché la tua pretesa è raccontare pezzi della tua storia «vera» (coi limiti di cui dicevo prima).

    Sono sicura che da sé si parte sempre, ma credo che un romanzo cominci quando da sé nasce un personaggio che rivendica una sua autonomia.
    Tu cominci a immaginarlo fisicamente, magari; oppure mentre ne senti solo la voce senza sapere com’è il suo corpo; oppure mentre fa qualcosa che nemmeno, chissà, ti piace.
    E poi via, lui-personaggio parte da solo, ti tira di qua e di là.
    Tu dormi e lui pensa a dove andare il giorno dopo, e la mattina dopo ti dice «ehi, guarda che devi portarmi là», e tu lo porti là, e solo dopo molte e molte parole capisci perché te l’ha chiesto: perché la trama la conosce lui-personaggio, mica tu.
    E tu non sei veramente lui, né lui è veramente te.
    Vi stupite l’un l’altro.
    Vi piacete per quanto possiate detestarvi, perché vi riconoscete dignità.

    Ecco. Per me questa non è autobiografia.
    Si parte da sé stessi ma ci si lascia andare via, qui.
    Nell’autobiografia – anzi: nel memoir – ci si tiene al guinzaglio, penso.

    Perlomeno, a me succede così, ma io non so se McCourt o Nuala O’Faolain (per citare gli autori di due dei migliori memoir che ho letto, e guarda caso entrambi irlandesi) abbiano tenuto se stessi al giunzaglio o si siano lasciati portar via da qualche personaggio, di modo da prender distanza da sé anche se raccontavano la propria storia…

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