Platania e Borges

jacopo nacci, 28 agosto 2010

In questi ultimi vent’anni Borges l’ho letto e riletto, ho messo ordine nel mio Eldorado separando anche la meraviglia da ciò che mi interessava meno (sì i racconti sul labirinto e sui paradossi temporali, no quelli sui guappi e sugli accoltellamenti nelle bodegas, sì le poesie metafisiche, no quelle ultraiste). E ovviamente in tutti questi anni non ho potuto fare a meno di dirmi: che darei per poter rileggere questi racconti come se non li avessi mai letti. Riavvicinarmi, vergine, a un capolavoro come Finzioni. Poter leggere, di nuovo per la prima volta, l’incipit di quel racconto che venti anni prima mi aveva fatto innamorare di questo scrittore. Beh, l’altro giorno ho riletto per l’ennesima volta Tlön, Uqbar, Orbis Tertius e altri racconti e mi sono chiesto: ma come ha fatto a scoccare, allora, il colpo di fulmine?

Mi sono stupito nel pensare al me stesso di venti anni fa che leggeva un racconto simile e che… non si annoiava. Un racconto così impermeabile, pieno di parole che allora sicuramente non conoscevo (eresiarca, aporie eleatiche). Poi sono andato a rileggermi L’Aleph ed è stato peggio: prima di arrivare al cuore fantastico del racconto bisogna passare per una decina di pagine che, beh, non sono proprio emozionanti.

Qui l’articolo di Federico Platania.

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