Polli, gente, tempo (con fuga)

Jacopo Nacci, 16 gennaio 2005

E’ mattina e Lan Tze sta andando al mercato. Porta due polli piccoli in una gabbia di bambù. Subito dopo il ponte sopra il ruscello Keng, la strada grande accoglie la strada piccola che arriva da destra (perché la strada grande è l’unica che possa entrare nel villaggio nel giorno del mercato). Lan Tze, che cammina sulla strada grande, vede arrivare la bella Mao Chang dalla strada piccola. Mao Chang è vestita di un abito rosso, di tela fina, che svolazza nell’aria del mattino. In mano ha una gabbia con una grossa tacchina. Da lontano saluta Lan Tze alzando la gabbia, sorridendo mentre fa ballare la tacchina. Lan Tze si ferma per aspettarla.
– Buongiorno Mao Chang. Come stai?
– Sei ancora arrabbiata con me Lan Tze? – dice Mao Chang con il volto inespressivo.
– No, non sono arrabbiata con te, perché ti voglio bene, Mao Chang – dice Lan Tze guardando la gabbia nella mano di Mao Chang. La tacchina osserva attorno ruotando di scatto la testa e l’occhio.
– Però mi hai ferita – dice Lan Tze – tu non sai molto di me e delle mie cose. Mi hai chiesto perché fossi triste, ti ho rivelato che è a causa di un amore finito. E dopo che ho fatto questo, tu mi hai detto “eh capirai, Lan Tze! Per una storiella da nulla! Allora cosa dovrei dire io, che mi è morto il marito dopo cinque anni?”
– Ma è vero – dice allora Mao Chang, – è proprio così. Guardami: non vesto il lutto, io non ho parlato a nessuno di ciò che mi è successo, non me ne vado in giro con quella faccia. Questa è dignità, Lan Tze, si vede proprio che sei una zotica e vieni dalla parte più campagnola del villaggio. Io ho aspettato per vedere se ti accorgevi di qualcosa riguardo a me, se magari ti accorgevi che stavo soffrendo, ma tu eri così presa dalla fine della tua storiella che nemmeno ti sei accorta di quello che mi era capitato.
– No, Mao Chang, – Lan Tze scuote la testa, poi guarda la tacchina e di colpo sogghigna, un ghigno sterile, – no, sei tu che metti lo schifo addosso. E ora so anche perché facevo bene a non metterti a parte delle mie cose.
Mao Chang spalanca gli occhi e comprime le labbra a buco.


– E ora – prosegue Lan Tze, – se non ti dispiace ti prego di andare avanti. Io aspetterò qui, in riva al Keng. Così avrò il tempo di farmi andare via questa faccia che, come tu dici, rivelando il mio dolore rivela anche che io sia una zotica.
Con la tacchina nella mano destra Mao Chang se ne va. Lan Tze scende lungo il pendio accanto al ponte, nel piccolo sentiero tra i bambù che i pescatori hanno creato semplicemente camminando lì da generazioni. Appoggia la gabbia con i polli a terra e si siede sull’argine. La prima volta, quando Mao Chang le aveva detto quella cosa si era semplicemente arrabbiata. Ora invece trema e le salgono agli occhi le lacrime. Mao Chang è proprio una vanitosa, pensa Lan Tze, è proprio testarda come un mulo cieco. Lan Tze respira profondamente per un po’ di tempo, poi con un soffio si alza e con le mani si pulisce il vestito dietro, si china e prende i polli, risale l’argine fino alla strada grande.
Ora il sole si sente, sulla pelle. Lan Tze riprende a camminare verso il mercato. C’è più gente, adesso, per la strada. Alcuni vanno al mercato, altri ne provengono e ritornano al di là del Keng. Lan Tze vede il vecchio Chen Fon, accompagnato dalla piccola Lin, che si sbraccia dal fondo della strada, rischiando di far cadere il bilancere ai lati del quale stanno appese due brocche. Lo vede affrettare il passo, quasi correre lasciandosi indietro la piccola Lin, gobbo com’è, sulle gambette magre che escono dai pantaloni corti, col bilancere di legno che traballa sul collo.
– Buongiorno bella Lan Tze. Te ne vai al mercato anche tu?
– Sì, Chen Fon, vado a vendere questi polli.
– Ho appena visto la nostra Mao Chang. Mi ha detto che avete avuto un diverbio perché un tuo uomo ti ha trattata male e tu la stai facendo tanto lunga, mentre mi ha detto che suo marito, sai quello che abita nel villaggio giù a sud verso il distretto Fang, è morto da una settimana, per il morbo dei topi d’acqua, e lei non lo dice a nessuno.
– Nessuno mi ha trattata male, Chen Fon.
– Oh no, certamente – dice Chen Fon, – e chi ti tratterebbe male, piccola Lan Tze?
Lan Tze accarezza le rughe bruciate dal sole di Chen Fon. Sorride e dice:
– Non sono piccola, Chen Fon.
– Oh no, certamente – dice Chen Fon, – e chi dice che sei piccola, dolce Lan Tze?
– Buona giornata a te, Chen Fon.
– Buona giornata, piccola Lan Tze.
– Lan Tze! Lan Tze!
– Ciao piccola Lin.
– Non sono piccola, io – dice Lin. Tiene in mano una specie di grosso pulcino dal colore spento.
– Guarda questo, – dice alzando le mani per far vedere meglio il pulcino a Lan Tze, – me lo ha regalato Gin Feng del banco dei polli, nemmeno lui capisce che razza di pollo sia, sempre che sia un pollo. Bisogna aspettare che cresca e poi magari viene fuori che è un mostro, – Lin sorride, – sai, Lan Tze? Ho appena visto Mao Chang, era anche lei da Gin Feng: cercava di vendere una tacchina o di farsi dare qualcosa in cambio. Mentre Gin Feng discuteva con altra gente e aspettavamo che avesse tempo per noi, Mao Chang mi ha detto che lei è più brava di te perché il suo uomo è morto e lei non lo dice a nessuno e non si mostra affranta anche se sta soffrendo molto, mentre tu hai avuto un’avventura che adesso è finita e fai vedere a tutti che sei nervosa e triste. E ha detto che sei un’amica cattiva, che non ti sei accorta che lei stava male perché eri presa dalle tue cose.
Il pulcino dei matti si puntella esagitato tra le mani di Lin, in quel suo colore spento e malato.
– Ora devo andare, – dice Lin, – devo chiedere alla mamma cosa dobbiamo farne. Magari vuole cucinarlo subito, ché il mio fratellino piccolo ha fame, ché si mangerà pure st’affare. Anche se a me piacerebbe vedere cosa ne viene fuori. Ma perché non mi hai detto che avevi un uomo, Lan Tze?
– Perché non avevo nessun uomo, Lin.
– Ciao Lan Tze.
– Ciao piccola Lin.
Lan Tze ora pensa che i bambini non hanno schifo di nulla, nemmeno di ciò di cui dovrebbero. Lan Tze riprende il suo cammino sulla via del mercato. All’entrata della piazza del mercato ci sono due guardie: qualche volta i ribelli si travestono e provano a entrare nel mercato. Lan Tze passa tra le guardie a testa bassa, concentrandosi sui polli: guarda gli occhi dei polli. L’occhio di un pollo la fissa, ma il pollo è di profilo, e proprio per questo l’occhio la fissa. Il pollo per fissarla meglio si è girato di profilo, come quando la disposizione degli organi del nostro corpo ci costringe a pose che sembrerebbero inutili ma che non lo sono. Lan Tze alza lo sguardo. Proprio lì accanto all’entrata, al banco dei polli, vede Mao Chang che gesticolando parla con Gin Feng. Lan Tze si gira su se stessa di scatto e i polli ciarlano. Comincia a ripercorrere la strada grande in senso opposto, speditamente, percorre il ponte e sente l’odore del Keng quando il sole sale alto e tutto ciò che vive attorno al ruscello fermenta e brucia, percorre l’ultimo tratto della strada grande fino al sentiero stretto nel canneto, poi percorre il sentiero nel canneto  fino alla radura dove sta la sua capanna. Entra e lancia la gabbia coi polli sul tavolino. Pensa a sua madre che la metteva in guardia: non bisogna farsi rubare il tempo dalla gente. Lan Tze ha ottenuto il risultato di attivare Mao Chang, e aveva ottenuto solo quel risultato, non avendo venduto i polli
– Adesso state lì – dice.
E li guarda mentre loro le rivolgono il becco minaccioso. Ma un istante dopo entrambi voltano i becchi l’uno contro l’altro, e la inchiodano coi loro occhi tondi e identici, uno per uno, e Lan Tze si ricorda che è quello il modo che hanno i polli di guardarti, e che prima si erano guardati da soli e ora stanno guardando lei.
In quel momento qualcuno batte con veemenza sulla porta della capanna. Lan Tze va ad aprire. Sono le due guardie che stavano all’entrata del mercato.
– Cosa volete?
Una guardia estrae una foto sgualcita da un taschino.
– Stiamo cercando quest’uomo – dice – ha ucciso tre guardie, e crediamo che tu ne sappia qualcosa.
– Chiedete a Mao Chang – dice Lan Tze. Sbatte la porta, attraversa la capanna, apre la porta sul retro, e comincia a correre.

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8 commenti a “Polli, gente, tempo (con fuga)”

  1. achillepetulante ha detto:

    ricevuto ottime referenze.
    boll.
    leggerò tuo impaginato.
    se lo trovo.
    altrimenti me lo procuri?

    A.

  2. jacopo nacci ha detto:

    Dunque.
    Impaginato cartaceo: ne ho una copia sola, che in realtà è della mia mamma, che l’ha pure pagata. Sconsiglio la libreria, ma se uno vuol spendere…
    Direi che la soluzione migliore sia *otoco*iare la copia di Boll.
    Altro materiale è reperibile in pdf scrivendo a genicasocialforum@hotmail.com. e sarò lieto di spedirti tanta roba. Spero comunque di rendere presto disponibili i pdf ai pellegrini del blogg. Torna presto.

  3. achillepetulante ha detto:

    ok.
    grazie.

    A.

  4. utente anonimo ha detto:

    “Questo fratello, Proprio non lo capisco” Uno sconsolato Cafiero alla decisione dell’anarchico Andrea Costa di intraprendere la strada riformista
    (Parlamento).
    Togli il contesto rimane la frase, questo racconto mi è oscuro.
    P.s. Nel 1882 eletto unico fra i deputati socialisti , a Ravenna, Costa entrò in parlamento acclamato dalle masse proletarie e dai “Socisti”( si disse:”Piantò la Bandiera rossa in parlamento”) giurò fedeltà al re -PTUH!- e intraprese una serie di riforme UTILI per il popolo, fu l’inizio della fine dell’anarchismo associazionista(sindacalista e rivoluzionario) e linizio dell’individualismo insurrezionalista.
    L’anarchica Anna Kulisciov, sua ex -amante, ( Il dio dei disertori l’abbia in gloria e sopratutto ce ne mandi un’altra ) così commentò: “Dunque sei deputato? Me ne congratulo teco”. Cafiero fu internato in manicomio: crisi maniaco depressiva e ivi morì. C’è chi dice volesse intraprendere la stessa strada di Costa.
    A me piace far la storia con i “se”: se Cafiero, durante l’esilio in patagonia, avesse trovato la falda aurifera con la quale sperava di finanziare l’anarchismo? Avrebbe convinto Costa a ritirarsi dal parlamento?
    ….Io TEMO che oggi vivremmo un paese migliore.

  5. utente anonimo ha detto:

    Ovviamente ero io…
    Rah-Tut( per sovversione sovvertito)

  6. jacopo nacci ha detto:

    …”Questo, fratello, proprio non lo capisco”…

  7. utente anonimo ha detto:

    Ok per “mew” ha ragione “mao” chang e il marito gliel’ha ammazzato il ribelle che si è scopata lan-tze che come una fessa s’è fatta illusioni e che non sa che il ribellle nn ha casa ne pace ne donna; non solo dirò di più il marito di Mao era un povero disgraziato che stava sulla strada:è stato investito dal cavallo in corsa di Jin Feng..il fetuso ribelle; nonno chen fon si è dato agli asciugacapelli che rendono di più dei bilancieri e lui, che è saggio, mi ha sempre detto di evitare gli tze, di sparare ai bambini coi pulcini e di non guardare i polli nei loro occhi incantatori.
    :-)

    Tut-Rah.

  8. jacopo nacci ha detto:

    per zeus…

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