Principi di devozione II (parte 3 di 3)

Jacopo Nacci, 4 luglio 2007

Ricordi quando uscì Songs Of Faith And Devotion? Avevi tirato fuori di nuovo, chissà da quale cassetto, quel fermaglio per i capelli a forma di conchiglia. Io ero ancora capace di avvertire i contorni netti dei simboli, rileggere distintamente le storie del passato, attribuire correttamente memorie e suggestioni perché la vita era stata ancora breve, fino a quel momento. Arrivai sotto casa tua, ti aspettai all’ombra del pino marittimo, proprio davanti al negozio di dischi. Sando aveva comprato Songs Of Faith And Devotion, che era appena uscito, saremmo andati da lui ad ascoltarlo. Noi avevamo visto solo il video di I Feel You, il singolo che lanciava il nuovo album. Io ero rimasto incollato allo schermo del televisore. Mi faceva impazzire il modo in cui Dave alzava la gamba e batteva le mani. A te piaceva, il singolo, ma non lo reputavi l’evento del secolo. Chissà per quale motivo eri già grande. Certo, anche io di qualcosa mi ero accorto, I Feel You mi diceva che erano cominciati gli anni ’90, più sporchi, più eccitati, più disperati. Guardandolo avevo capito che ero cresciuto e che prima o poi sarei morto. Però pensavo fosse bello, perché pensavo che sarei morto con te. Ancora una volta, per l’ennesima volta, il futuro non voleva presentarsi problematico al cospetto della mia coscienza che, da parte sua, era ancora ben lungi dall’allestire un tribunale. Tutti a casa propria, tutti in pace, i muri belli dritti. Nothing to fear.


Sando ci fece entrare, in casa sua c’era l’odore di casa sua, sempre quello, forte. Mi accorsi che era l’odore di Sando, un odore di uomo che, o aveva sempre avuto, o aveva assorbito dalla casa. Era a torso nudo, con la cicatrice che gli attraversava il torace dal cuore alla scapola. Lo avevano operato: gli avevano infilato un pezzo di plastica nel cuore. Era raggiante, aveva comprato il vinile, ci fece accomodare sul divano, con cura tolse il disco dalla sua busta, lo pose sul piatto e accompagnò la puntina alla seconda traccia.
-Scusa se salto la prima- disse, -tanto hai già visto il video. Piuttosto senti questa.
Non mi sono più ripreso, ma tu volevi andare al mare.

Quell’anno lo spazio e il tempo e tutto l’universo erano giusti, e io diedi loro appuntamento al concerto di Firenze per vivere appieno un’irripetibile alchimia che ancora ero convinto fosse il corretto dover-sempre-essere del cosmo. Come aveva profetizzato Sando, i Depeche eseguirono Fly on the windscreen, un pezzo a sorpresa che risaliva a due tour prima. Morte è ovunque, cantava Dave, ci sono mosche sul parabrezza a ricordarci che potremmo essere spazzati via stanotte. Quell’anno lo spazio e il tempo e tutto l’universo erano giusti e un mese dopo mi avevi chiesto silenziosamente di mettermi nei tuoi panni, ma in quel momento io stavo ascoltando un altro silenzio e non avevo capito, non mi ero spiegato, non avevo accettato perché nulla c’era da accettare, e a rinunciare non avevo ancora imparato. Quell’anno è stato un massacro e tre mesi dopo ero spaesato a Bologna, senza il mare e con il libretto universitario nella tasca. Il mio vagare per Bologna con i Depeche negli auricolari pare sia diventato un topos, ed è difficile descriverlo meglio di come hai fatto quando eri giovane. Non solo pensavi che esprimersi equivalesse a cagare, ma anche non eri stitico. Credo di sapere, comunque, quand’è stato che mi sono morso la lingua.
In via Indipendenza c’era un negozio di dischi dove con mia enorme sorpresa del mondo capitavano le ristampe in cd dei singoli. Non passava giorno che non ci andassi: l’innegoziabile era divenuto di colpo negoziabile, la compulsione aveva di che vivere. La copertina di See You, quella vecchia, mi fece piangere, e il tizio del negozio mi odiava, credo che abbia smesso di far arrivare i cd dei DM perché non sopportava più di avere lì ogni giorno un autistico depresso col cd portatile e la maglietta del Devotional Tour comprata a Firenze. La vita breve mi permetteva anche di provare mistica nostalgia dell’anno prima come fosse una remota età dell’oro. Il paesaggio era cambiato, Construction Time Again era sempre nelle mie orecchie, ogni album uno scrigno preciso di ricordi, internamente coerente. Comprai tutti i singoli che trovavo con il loro bottino di remix, strumentali, meravigliosi inediti. See You, Leave In Silence, Little 15, Enjoy The Silence versione nera e versione blu, The World In My Eyes e molti altri. Riempivo tutto il vuoto che avevo con note che non facevano altro che allargarlo. Comprai tre dei quattro singoli speciali con i live ’83-’84. Poi il negozio chiuse per fallimento, lasciandomi ingiustificatamente senza lo speciale Blasphemous Rumours con i live e la versione di Icemachine dell’84: il disco con nove volte le mani degli equilibristi dei quali l’uno non permetteva all’altro di cadere, che non era mai arrivato. Lo accettai.
Un sabato di primavera tornai a Pesaro, e tornai a CristoRe. Non so cosa mi spinse verso casa tua, una perdita di tempo, un guardarsi avere ricordi, tutto il tempo che ho perso sempre nello stesso modo. Tutto era immerso nella quiete che attende placida l’estate. Il portone si aprì improvviso come un salto del cuore, e uscisti tu. Con te c’era un ragazzo che ti faceva essere radiosa e lontana. Non sapendo che fare del mio panico, non volendo incontrare i vostri sguardi, mi voltai a cercare posticcio rifugio nella vetrina del negozio di dischi. Il cuore mi batteva all’impazzata, mi sentivo la faccia bollente. Constatavo che dal mio cervello era di colpo sparito ogni concetto. Dalla vetrina del negozio un quadrato giallo con dentro un quadrato nero si prestò gentilmente a far da nascondiglio alla mia vista. Vi vidi ripetuta nove volte la foto delle mani degli equilibristi. Il primo dato che riapparve nella mia mente resettata fu che avevo trovato Icemachine, versione live, riarrangiata nell’84, in occasione del tour di Some Great Reward.

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8 commenti a “Principi di devozione II (parte 3 di 3)”

  1. chik67 ha detto:

    Bello.

  2. anarcadia ha detto:

    Scrivi da dio. Per il resto tàccio, ché andare O.T. sui D.M. con te significa volersi fare del male.

  3. jacopo nacci ha detto:

    andare O.T. sui D.M. con te significa volersi fare del male.

    Ah ah ah ah ah. Vero.

    Grazie.

  4. utente anonimo ha detto:

    Bravo.

  5. utente anonimo ha detto:

    beh, questo pezzo è finalmente un pugno allo stomaco.

  6. chik67 ha detto:

    Ore 21, mi fermo all’ultimo autogrill per comperare una birra, che mi aspettano luci spente e frigo vuoto, la cena ormai salta. Fammi guardare i cd in offerta. Loredana Bertè, Mariah Carey, compilation di Fiorello, Tiziano Ferro a prezzo pieno, la 456esima compilation di Vasco, Depeche Mode the best of. Non ho niente dei Depeche e Jago, sembra ci tenga. Fatta, Moretti e Depeche. Casa, doccia, apro la bionda e metto il cd.

    Just can’t get enough, cazzo, in disco al Kaos. Come balla Gahan nei video su YouTube? Ballavamo tutti cosi, cloni, and I just can’t seem to get enough la lalla lalla la
    la la mi ricordo una biondina cogli scaldamsucoli rosa. Scaldamuscoli, sembrava non potessero farne a meno, patetico. Mai trovato il coraggio di chiederle il nome. Enjoy the silence, si proprio, per una sera silenzio nella testa, sono gli anni ’80 a casa mia. Com’è che si dice: avevo il mondo ai miei piedi. Da non crederci, a 18 anni pensi che farai tutto tu, sarai tutto tu. Luoghi comuni, padrone del mondo. Un grumo di insicurezza, altro che storie. Manco reggo più l’alcol, basta una Moretti a stomaco vuoto adesso. It’s no good. No, non lo è per niente. E non fa neanche ridere, non tanto, non più. No, non li ascoltavo tanto i Depeche Mode, li ballavo. Alla Dimar cercavo i Cd di gruppi anni 70 di cui non sapevo niente; gli Yes, i Jethro Tull, gli Ultravox, quant’è che non sento gli Ultravox? Jazz e musica etnica erano le due aree che giuravo non avrei mai toccato. No, non io, come cazzo si fa a sentire musica così pallosa, mi chiedevo? Suffer well. Non c’è dubbio. Comunque anche ‘sto baffo l’abbiamo messo orizzontale. Basta, vado a dormire. Domani mi sveglio presto. Metto su Cesaria Evora mentre faccio la barba. O Brad Mehldau. Dopo culo seduto: ho una montagna di lavoro alta così. E poi corro al mare, cazzo, oggi al telefono manco la capivo, non si può stare tre giorni lontano da una bimba di tre anni. Tre e tre. E da tua moglie, bella come quindici anni fa, anche se adesso son più i giorni che si litiga che quelli che ci si perdona. E da un frugoletto di un mese. Gli anni ’80. Cazzo. Quand’è successo tutto questo? Walking in my shoes.

  7. utente anonimo ha detto:

    Ascoltate questo alla mattina, no Cesara.

    http://www.youtube.com/watch?v=gkTEfrmqxws

  8. jacopo nacci ha detto:

    Enorme Mingus.

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