Questo e niente è parente (detto pesarese)

Jacopo Nacci, 26 agosto 2005
Con ‘causa’ si intende ciò che muove, nel doppio senso di causa efficiente, come il calcio che fa rotolare la pietra, o di causa finale, come il comunismo che brucia nel cuore del marxista e lo spinge ad agire al fine della realizzazione della società dei pari. Tuttavia, esistono cause – tra le quali, spesso, la Causa – che sono interamente prodotte dal cerebro umano, sono, per così dire, un fenomeno ecologico: un disordine mentale produce tali cause in luogo di ragioni per l’azione, quanto un disordine intestinale produce peti particolarmente fraidi in luogo delle normali espulsioni. Il fraido, in entrambi i casi, non deriva tanto dai contenuti quanto dalla (mancanza di) forma propria del disordine. Avrete avuto anche voi l’impressione, chiara, netta, distinta che un qualcuno che era di fronte a voi incazzato contro qualcuno o qualcosa non fosse realmente incazzato bensì stesse facendo quello che è incazzato con qualcuno o qualcosa; avrete certamente avuto la nitida, splendente certezza che non fosse incazzato, che fosse semplicemente vuoto e che non fosse terrorizzato da quella vacuità, bensì infastidito dal nulla, dall’impressione di non essere se non agendo di fronte al teatro degli altri e di se stesso. Vi sarà sicuramente capitato di sapere oltre ogni dubbio che la persona che stava lamentando malinconia e suicidio di fronte a voi non avesse la benché minima idea, almeno in quel preciso istante, di cosa fosse la tristezza. Ho visto esemplari umani pigliare a calci tavoli di bar per partite di calcio delle quali non poteva fregar loro meno. Ho visto laureandi in archeologia calati in branchi di neodamsiani bestemmiare la vecchiezza delle cose e prendere a pedate pietre miliari, terrorizzati dal silenzio della propria immagine, scegliendo la più democratica e demagogica tra le incazzature. Di fronte a certe manifestazioni dell’umanità io mi trovo sempre sgomento, senza parole, tanto meno la capacità di spiegare a chi ho davanti che ho perfettamente compreso che non sta provando assolutamente nulla. Dinnanzi a questi fenomeni io sento, profondo e intenso, il senso della vaghezza, della dispersione, di ciò che non è esprimibile né arginabile attraverso il linguaggio perché del linguaggio è aborto e delirio, in altre parole avverto il non-essere. Questo non-essere non è nemmeno un qualcosa, perché un qualcosa è quel qualcosa, e se sono triste sono davvero triste, e se sono arrabbiato sono davvero arrabbiato. Questo non-essere non è nemmeno il nulla, perché il nulla è chiaramente nulla e se non sono triste non dirò di essere triste comportandomi da caricatura del triste, e se non sono arrabbiato non dirò di essere arrabbiato comportandomi da caricatura dell’arrabbiato. Questo non-essere è più sconvolgente del nulla, ne è un parente geneticamente degradato.

Sì perché la causa, questo tipo di causa inesistente, è la sovrastruttura ecologicamente prodotta da due variabili che si combinano tra loro: il bisogno di appartenenza, a un gruppo, a una categoria, anche solo quella di coloro che sono incazzati, e l’incapacità o la mancanza di volontà di manipolare se stesso per imparare a manipolare i materiali della realtà in modo creativo. Chi nutrisse il bisogno di appartenere a una categoria di artigiani per accedere alla quale è necessario un lavoro durissimo annullerebbe la variabile della pigrizia, cioè si sbatterebbe, in preda non a cause inesistenti ma a ragioni per l’azione. Ora, dato che più la categoria è determinata, definita, distinta, tanto più occorre manipolare i materiali della realtà per appartenervi, è ovvio che il non-manipolatore pigro preferirà una categoria quanto più vasta e vaga possibile: l’incazzato, il malinconico. Di queste categorie vaghe fanno parte anche quelle che appartengono all’area dello spirito, riguardo alle quali, come ben si sa, sarebbe opportuno essere perplessi e non credere di sapere, e, riguardo alle quali, come si sa altrettanto bene, abbiamo la tendenza a non essere perplessi e a credere di sapere, come dimostra questo post. Ad esempio, io potrei voler appartenere alla categoria degli angeli, tanto da cominciare a credere che già le appartengo, visto che è difficile dimostrare che è vero o meno che le appartengo, e comunque non serve un duro lavoro per essere angeli, basta crederlo, generando cause per le mie azioni che sarebbero azioni alla meglio bizzarre, alla peggio maledettamente dannose, come manipolare la vita degli altri credendo di avere il potere di fare il bene e credendo di avere una chiara nozione di quale sia il bene dell’altro. Conosco persone così, conoscete sicuramente persone così. Vanno bene anche i wanna-be-magos, i wanna-be-filosofos e i wanna-be-psicologos, dato che in qualunque momento si può dire di non aver bisogno di una valutazione esterna da parte dell’esperto perché se ne mette in discussione l’autorità. Oh, ma che bel giochino.

Ho in mente queste cose perché quest’estate ho avuto modo di meditarvi sopra e perché ho letto in giro che oggi gli scrittori non sanno raccontare la nostra realtà. Una volta, nell’epoca del nichilismo, i narratori raccontavano il vuoto, l’apatia. Oggi questo vuoto è stato ricoperto dal sottile strato delle cause autofraintese, che possono anche uccidere chi ne è vittima o chi è vittima di chi ne è vittima. Credo che oggi un narratore dovrebbe muoversi sulla consapevolezza personale e la chiarezza narrativa di questi due piani: mettere in scena su un piano la realtà dei processi educativi o del loro fallimento, o quanto meno la realtà dei processi cerebrali disordinati associati a un’endemica apatia, e sull’altro piano mettere in scena le esternazioni e le manifestazioni delle cause inesistenti, i sentimenti solo detti che non si sentono. Questo facendo, senza necessariamente colpevolizzare o attribuire responsabilità personali che, vale la pena di ricordarlo, non stanno quasi mai nell’individuo, perché anche alla riflessione si deve essere educati. Questo non-essere ha certamente uno statuto ontologico più degradato rispetto a quello generato dal nichilismo, perché la coscienza del niente è qualcosa che è di più dell’incoscienza del niente accompagnata alla credenza di sentire qualcosa. Una volta si diceva che il fatto che qualcuno si sacrifichi per un sentire non significa che questo sia un giusto sentire. Si dovrebbe aggiungere che il fatto che qualcuno si sacrifichi per un sentire non significa che questi lo senta.

Ecco. Un’ecologia delle causa sarebbe già un buon modo di cominciare a vivere nella verità. E sarebbe anche una buona causa per la quale lottare.

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2 commenti a “Questo e niente è parente (detto pesarese)”

  1. Twentythird ha detto:

    Sono le 7.45 di sabato mattina, non ce la posso fare a rileggere tutto per la seconda volta e trarne un senso…:-)

    Quindi 1] bentornato 2] alè per la laurea 3] ci vediamo stasera?

    Au revoir

  2. jacopo nacci ha detto:

    E’ lunghetto e spesso, ma non è difficile. In ogni caso:

    1] grazie
    2] grazie
    3] nella sezione poveri… :-)

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