Radio Genica 1. Informazione e formazione

jacopo nacci, 25 settembre 2010
Pesaro, foce del Genica, particolare

Pesaro, foce del Genica, particolare

Da dove sto chiamando: se mi baso sulle orecchie – ovvero ciò che sento in giro, al bar, in rete – mi sembra che le manifestazioni di un disagio italiano e pesarese rispetto alla più o meno reale esistenza di un regime si esauriscano nella denuncia dell’illegalità e di una presunta censura dell’informazione. Questo lo dico da un punto di osservazione particolare: un’inespugnabile roccaforte della sinistra (si fa per dire), dove a un pds-ds-pd, che da anni alimenta una considerevole percentuale di berlusconismo nel proprio dna e che oggi assomiglia ogni giorno di più alla Lega, si oppone (si fa per dire) una sinistra che di sinistra ha poco, con radici grilline, perennemente impegnata nel diffondere «l’informazione» e nell’indignarsi per l’illegalità in prospettiva sia locale sia nazionale.

Illegalità e censura dell’informazione. Credo che l’eventuale prova dell’esistenza di qualcosa che forse si può definire un regime non sia tanto la censura dell’informazione – che c’è, ma è parziale – quanto la denuncia stessa di una censura dell’informazione; questa denuncia mi fa pensare che in Italia vi sia piuttosto un problema di formazione, intesa come percorso orientato alla fioritura dell’individuo; credo che possa esservi, addirittura, un pervertimento graduale della formazione, posto in atto in diversi decenni da diverse entità, impersonali, personali e più o meno coscienti di compiere questa operazione.
Innanzitutto la censura reale è minore della censura percepita: in Italia e dall’Italia qualsiasi informazione è reperibile, basta saperla e volerla cercare; è vero che i telegiornali tacciono su molto e molto distorcono, ma è anche vero che mettendo insieme giornali, libri e web si raccoglie il più plurale informare e opinare su qualsiasi cosa. Mi dicono: ma la gente guarda la televisione. Infatti, dicevo, c’è un problema di formazione e una conseguente incapacità di interagire con media diversi dalla televisione, di rapportarsi all’idea stessa di approfondimento, di sostenere criticamente l’input televisivo: un problema di formazione è forse più grave di una parziale censura dell’informazione, perché, oltre a presentare l’inconveniente generico di trasformarci in creature abiette, rende l’informazione, ancorché reperibile, inutile.
Ma non è tutto qui. Spostiamo l’accento da «censura» a «informazione». Che valore ha oggi questa parola? Riempie vuoti? Il fatto di totalizzare un problema di informazione laddove è ben più diffuso un problema di formazione non è esso stesso il sintomo di una mancata formazione? Il fatto di ritenere che ogni dimensione morale, estetica, logica e spirituale della vita sia politicamente irrilevante rispetto all’esigenza di legalità e all’attività di informazione, non è ciò stesso il risultato di una deficienza formativa, che non solo celebra il funerale delle ideologie senza riflettervi, ma soprattutto, sul versante del sapere, si esaurisce nel modello Ansa, ignorando la possibilità di un’interpretazione e di una riflessione, e, sul versante dell’agire, si esaurisce nell’invocazione del tribunale, ignorando la possibilità di una morale interiore e condivisa? Il successo della letteratura informativo-legalista quanto contribuisce alla fioritura di un sentimento morale e quanto invece lo esaurisce nel legalismo stesso?
Contemporaneamente alla riduzione della concezione della vita a informazione e legalità, le attività di pensiero e azione sono sparite dalla scena. La prima a scomparire è stata l’attività del pensiero: negli ultimi anni da queste parti si è assistito all’emersione di un nuovo attivismo, legalista e informativo, privo di complessità che non fosse tecnica, e che in passato ha fatto dell’abbandono – a volte della stigmatizzazione – della riflessione e del sapere la sua bandiera, salvo poi recuperare riflessione e sapere recentemente, su vendoliana scorta, senza riuscire a far altro che trasformare “pensiero”, “cultura” e “scuola” in nuovi slogan, ennesime parole magiche, quelle che basta pronunciarle. Insieme al pensiero è scomparsa l’azione: l’esclusione del pensiero, considerato alla stregua di un ostacolo, non ha giovato allo sviluppo di strategie efficaci, e contemporaneamente ci siamo trasformati in un popolo di firmatari di petizioni online e di riproduttori di informazione: oggi la riproduzione dell’informazione sembra un rituale che trova la sua ragione in sé, come se l’atto di copiare e incollare Ansa esaurisse la sfera dell’attività politica; e a fare le veci dell’approfondimento è ormai spesso uno scambio di insulti tra tifoserie nei commenti alla riproduzione di una notizia.
Le parole d’ordine “questi devono andare a casa” risuonano da più di dieci anni contro il governo nazionale e da almeno quattro anni contro l’amministrazione locale, eppure “questi” sono sempre lì: di fronte alle narrazioni che “questi” hanno costruito, lo sventolamento delle bandiere di informazione e legalità appare del tutto inutile, anzi, organico alle narrazioni stesse. Il terrore che mettersi a ragionare fosse una perdita di tempo ha prodotto un presente eterno dal quale oggi è difficile uscire, anche in buona fede, anche volendo, perché gli strumenti, nel tempo, si sono arrugginiti, e gli automatismi si sono radicati; in compenso la ripetizione degli slogan è un oppiaceo che da sedici anni sembra funzionare perfettamente contro l’acquisizione della consapevolezza dell’inutilità della ripetizione degli slogan.

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