Radio Genica 2 e ½. Reverenza e disprezzo

jacopo nacci, 16 novembre 2010
Pesaro, ultimo ponte sul Genica

Pesaro, ultimo ponte sul Genica

Si è parlato di due atteggiamenti diffusi, manifestazioni di un unico pensiero: se questa cosa, la “cultura”, (-A) non ha regole, non ha logica, non ha complessità (e non preclude l’autoproclamazione attraverso il sostantivo magico: io sono un artista! io sono uno scrittore! io sono un poeta! io sono un filosofo!), e (-B) è astratta, vale niente più del suono delle parole che enuncia e sta, come si dice, cagata, allora è una cosa bellissima e tutti la onoriamo. Ma se la “cultura” non solo (A) rivendica la sua complessità (escludendo dal novero degli artisti, degli scrittori, dei poeti, dei filosofi chi desidera liberamente annettervisi), ma pretende anche di (B) dire la sua nelle questioni reali, davvero importanti, quotidiane, pratiche, ecco che chi (ha deciso che) non ha i mezzi per accedere alla complessità, e se ne sente escluso, nega rilevanza pratica alla “cultura”, perché ciò significherebbe ammettere che in lui o in lei manca qualcosa di rilevante (in alternativa c’è chi vede nella “cultura” una devianza, e negli “intellettuali”, cioè nei pervertiti, i fautori di un oscuro complotto ordito per sostituire la “cultura” alla normalità).*

Se il risentimento di chi si sente escluso (e talvolta l’idea del complotto) è ciò che si avverte nelle dichiarazioni di Brunetta o della Lega, in un partito che ha qualche ascendenza a sinistra, come il PD, è facile rinvenire la reverenza nella quale si è trasformata la vocazione culturale del partito una volta venute meno la formazione e le radici: la cultura da sostanza è divenuta nome, da cultura “cultura”.
A Pesaro si sono verificati due episodi esemplari: la decisione da parte del partito/comune di Pesaro (a) di costruire un megabar nel giardino degli Orti Giulii e (b) di allestire la Festa dell’Unità nel centro storico.

In entrambi i casi la mossa è stata dettata da un’autofraintesa volontà di invogliare i cittadini a frequentare luoghi che abitualmente non frequentano: gli Orti Giulii sono un giardino perfetto per leggere e meditare, tendono a ispirare un ossequioso silenzio, di conseguenza sono stati abbandonati da tempo dalla stragrande maggioranza della popolazione pesarese salvo quando vi vengono organizzati eventi di cultura e spettacolo; il centro di Pesaro è infestato dai franchising di giorno ed è deserto di sera, e presumibilmente chi abita fuori, e deve prendere l’auto, la sera preferisce dirigersi altrove.
L’unica soluzione immaginata dai dirigenti è stata allora quella di svuotare il senso dei luoghi: il giardino degli Orti Giulii è votato per sua natura alla riflessione, al non monetizzabile, a ciò che letteralmente non si mangia; con l’imposizione del bar, la sua natura è esorcizzata, neutralizzata: il bar riduce un luogo di ascesi a griffe architettonica del bar; allo stesso modo il centro storico è ridotto dal partito/comune a griffe per la Festa dell’Unità, né si vede come si possa “valorizzare” il centro per due settimane all’anno. “Centro storico” è ridotto a nome, “Orti Giulii” è ridotto a nome, così come “artista”, “poeta”, “filosofo” e “cultura”.
Ma non è semplicemente tutto qui. Ciò che più colpisce in entrambi i casi è stata la frase che ho sentito spesso pronunciare dai cittadini, cittadini genericamente pesaresi nel caso degli Orti Giulii e residenti in periferia nel caso della Festa dell’Unità: «Così anche noi potremo andare agli Orti Giulii/in centro».
Ora, se l’intenzione fosse stata quella di segnalare l’aver finalmente un buon motivo per frequentare quei luoghi, una frase come questa non avrebbe avuto alcun senso: a nessuno è stato mai fatto divieto di recarsi agli Orti Giulii o in centro. L’impossibilità è la stessa cosa di una mancanza di motivi? A me pare di no, mi pare che per poter parlare di impossibilità sia necessario che qualcosa – un ostacolo fisico o mentale – impedisca di accedere a un luogo, e, dato che ostacoli fisici non ve ne sono, l’ostacolo deve essere necessariamente mentale.
La domanda allora è: che ostacolo pone la mancanza di un bar, la mancanza di una festa? che ostacolo pone la nudità di quegli spazi? di cosa ha paura chi non si reca in centro se non c’è la festa? della storicità del centro storico quando non è soverchiata dai tendoni degli stand? del fatto che il centro storico non somigli (ancora del tutto) a un nuovo centro d’aggregazione, cioè a un’ipercoop? di cosa ha paura chi non va agli Orti Giulii? di trovarsi in un luogo la cui fruizione implica interessi che non ha e attitudini che non crede di avere? in un luogo che metta chi vi si rechi di fronte a una propria inadeguatezza? La frase sulla finalmente conquistata possibilità di frequentare luoghi altrimenti inaccessibili fa sorgere il dubbio di un’allarmante – per chi ne è vittima – incapacità di identificarsi con il senso del luogo. Se ciò che spaventa della “cultura” e, di conseguenza, di ciò che è percepito come “culturale” è la percezione della propria inadeguatezza “culturale” e della possibilità che la “cultura” sia effettivamente rilevante in ciò che è pratico e quotidiano, questa rilevanza va negata: la “cultura” va confinata nell’iperuranio (termine che ha assunto una valenza per lo più negativa, legata appunto alla presunta irrilevanza dell’iperuranio), la “cultura” va rispedita nell’astrazione nobiliare della griffe: così come una giacca non firmata può essere identica dal punto di vista pratico ed estetico a una giacca firmata sulla quale la firma si limita ad aggiungere una nota di prestigio, allo stesso modo la “cultura” è irrilevanza prestigiosa.
Prima ho parlato di “autofraintesa volontà di invogliare i cittadini a frequentare luoghi che abitualmente non frequentano”. Ma che significa qui “autofraintesa”? È possibile che la volontà sia piuttosto quella, probabilmente non conscia, di possedere spazi con la forza? È possibile che si reagisca a una mancanza di familiarità e a una conseguente paura della propria inadeguatezza con l’impulso a conquistare al proprio stile di vita e alla propria estetica spazi alieni al proprio stile di vita e alla propria estetica? Che come la reverenza si trasforma in disprezzo, così la griffe si trasforma in trofeo? Non sembra insignificante, a riguardo, che gli elementi di spicco e la maggioranza degli elettori del partito, a Pesaro, provengano dalla periferia e dalle zone limitrofe alla città. Nei giorni in cui si allestiva la prima Festa dell’Unità, camminando in piazza, sono passato dove evidentemente – benché non fosse segnalato – non dovevo passare; un volontario che stava montando un tendone lì accanto mi ha urlato: «avete rotto i coglioni di camminare lì, adesso si fa come vogliamo noi, lo volete capire?».
È possibile che al di sotto della reverenza il PD nasconda il disprezzo? Nel momento in cui nei confronti della costruzione del bar agli Orti Giulii si sollevarono critiche che rivendicavano una specificità anche estetica del giardino, e una sua alterità, quanto meno parziale, rispetto alla sfera del consumo, il comune lasciò trasparire quasi un senso di rivalsa nei confronti di ciò che è “culturale”: «una struttura come gli Orti Giulii ha bisogno di essere ammodernata» ebbe a dire Piga della Margherita (Messaggero 3 gennaio 2006), «una struttura non antica ma antiquata e che, a conti fatti, non interessa a nessuno» dove con “nessuno” ci si riferiva evidentemente a chi aveva sollevato le critiche, anzi: a chiunque effettivamente fosse interessato a quella struttura; sempre difendendo la costruzione del bar, l’allora assessore alla cultura Bartolucci affermò (Resto del Carlino 16 e 17 marzo 2006) che lui faceva «il politico, non l’intellettuale», che la “valorizzazione” prodotta dalla costruzione del bar non era condivisa da chi concepiva «la cultura come differenza, o peggio esclusività» e che si stava lavorando per riconsegnare gli Orti Giulii «alle funzioni umane», che evidentemente Bartolucci riduce o riduceva, da buon assessore alla cultura, al mercato della ristorazione.
Mesi fa mi sono permesso di criticare, su facebook, un’iniziativa del partito/comune: una festa pseudomedievale inventata dal nulla; ho fatto notare che il partito/comune responsabile di questa operazione degna dei Lego Castello era lo stesso che umiliava le radici reali della città con il cemento, i non luoghi e i tendoni da stand; ha risposto una volontaria del partito: «se non ti piace puoi andare via…».


* Con ciò non intendo assolutamente dire che non ci sia chi abbia un atteggiamento al contempo consapevole della propria ignoranza e per nulla livoroso, ma confesso francamente che un tale tipo umano – benché ne abbia conosciuti – mi sembra in estinzione, mi sembra appartenere piuttosto ad altra epoca e ad altra – alta – cultura; immagino, forse un po’ miticamente, una sensibile differenza, se non un’irriducibile opposizione, tra la profonda comprensione intellettuale e assiologica, la nobile semplicità dello spirito da un lato, e la psicologia dell’ultimo uomo dall’altro, tra il tipo del contadino, insomma, e l’homo televisivus.

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4 commenti a “Radio Genica 2 e ½. Reverenza e disprezzo”

  1. federica sgaggio ha detto:

    Ci devo pensare. Mi convince molto, ma non mi torna la questione centro-periferia.
    Sempre, quando ti sento dire di Pesaro, c’è questa questione che faccio fatica a capire; e allora ci devo pensare.
    Non riesco a capire se il criterio tiene in senso generale; o se – in caso contrario – esista una categoria più grande in cui ricomprendere la dicotomia che tu vedi funzionare.

  2. jacopo nacci ha detto:

    Io ho il sospetto che esista una categoria più grande, almeno idealmente anche se magari non ve n’è un’occorrenza contingente allo stato attuale; e probabilmente la dinamica centro-periferia, se c’è e non è invece la dicotomia generale quella che vedo, partecipa di questa categoria più generale. Bisognerebbe fare mente locale, isolare i diversi aspetti e vedere se le condizioni necessarie e peculiari sussistono al di fuori della dicotomia centro-periferia (e anche cosa si intende con “centro” e “periferia”, visto che posso immaginare una periferia più “storica” di un centro, mettiamo, bombardato e ricostruito).

  3. chik67 ha detto:

    Non so se riguardi la dinamica centro-periferia. Tu Jacopo la usi spesso (secondo me a volte troppo) come simbolo di una battaglia (tensione?) tra l’establishment politico-social pesarese e un would-be object, un pesarese del centro ipso facto colto e legato alle sue radici storiche. E’ soprattutto questo secondo esemplare un po’ artefatto, secondo me.

    Partendo dal particolare, dagli esempi pesaresi, è giustissimo quello che dici sulla aggressività reattiva generata dalla inadeguatezza, dalla incapacità di fruire di centro e Orti Giuli senza averli prima “normalizzati” (la musica delle radio per l vie del centro…). Non mi convince però che sia frutto di una riconquista, di una riscossa anticulturale di Villa Fastiggi sui salotti buoni, quasi una guerra tra quartieri. Se una tale guerra c’è stata a me sembra che si sia conclusa una trentina d’anni fa, senza grossi sussulti di ritorno. Quello che oggi mi sembra essersi realizzato è una fusione tra l’anticultura aggressiva, fascistoide, del meglio fare che sapere, con l’anticultura rabbiosa, di rigetto, dei truffati dal mercato culturale, i laureati in filosofia senza sapere e senza mercato, con l’anticultura smemorata dei figli di papà, in fuga da tutto e tutti. Anticulture che costituiscono un humus culturale comune, dotato di un luogo simbolo, quello che l’ipersfruttato Augé chiama il non-luogo. E che essendo la cultura dominante tenta di colonizzare i luoghi con non-luoghi. Certo, le periferie nascono non-luoghi e i centri storici luoghi, e dunque è difficile non intuire una dinamica come fai tu.

  4. jacopo nacci ha detto:

    “Un pesarese del centro ipso facto colto e legato alle sue radici storiche. E’ soprattutto questo secondo esemplare un po’ artefatto, secondo me.”

    Be’, se è un would-be-object, Chik, mi sembra abbastanza naturale che sia artefatto. Però, dai: non se ne trova quasi traccia nei miei scritti, se non la traccia lasciata da chi effettivamente, come noi all’epoca, c’era. Ma più che una guerra tra uomini vedo una guerra mossa da alcuni uomini a un territorio.

    Non so se la guerra di Villa Fastiggi ci sia stata trent’anni fa; i racconti mi raccontano piuttosto un altro PCI, con un’altra concezione della cultura, della valorizzazione e della partecipazione; ma in effetti io non ho idea di quale fosse il ruolo specifico di Villa Fastiggi in quel periodo.

    Sulla generalità dell’anticultura fascistoide sono d’accordo con te e trovo che la tua analisi delle sue componenti sia molto intelligente; come dicevo su a Federica “e probabilmente la dinamica centro-periferia, se c’è e non è invece la dicotomia generale quella che vedo, partecipa di questa categoria più generale”. Mi rendo conto che in quello che scrivo la sovrapposizione tra un’ipotetica categoria particolare e la categoria generale produca ambiguità, e però non posso fare a meno di tastare il polso delle situazioni così come mi vengono date. D’altro canto se è vero che l’anticultura del meglio fare che sapere è generalizzata, è anche vero che ognuno ha il suo modo per arrivarci, e non riesco a non vederne le radici anche in un certo pragmatismo da festa dell’Unità, almeno da queste parti.

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