Resa di un recensore di Candida (parte prima)

jacopo nacci, 31 marzo 2011

Marco Candida, Il bisogno dei segreti

Come ho scritto nell’intro, dentro la mia testa c’è un lungo tavolo, e su questo tavolo sono dispiegate le cartine geografiche che riproducono – o che io credo che riproducano – l’universo di Marco Candida. Eppure, come ho scritto sempre nell’intro, mi sono arreso: non recensirò Il bisogno dei segreti di Marco Candida, a meno che non si voglia considerare una recensione questa serie di post; di certo non è la recensione che immaginavo di fare. E, come ho scritto nell’intro, non ho scuse. Non ho scuse perché, nel Bisogno dei segreti, il Candida delle cartine geografiche dispiegate nella mia mente c’è: è nel mondo fatto di messaggi e paranoie; nel reale in cui si crea uno squarcio su un altro mondo che a sua volta determina una distorsione del reale; nel tema della vergogna; nei tratti del grottesco; nelle storie che stanno dentro altre storie.

E poi ci sono variazioni di temi ricorrenti: lo squarcio nella realtà qui è voluto e lucidamente aperto dalla protagonista Connie, e potrebbe essere confrontato con altri squarci dei romanzi passati, generati piuttosto dalla mania, dal sogno, dalla paranoia; lo squarcio qui è sì su altri mondi, ma su mondi la cui alterità è data dall’essere mondi privati, dal loro essere mondi segreti rispetto a un mondo sociale e pubblico, e non dall’essere mondi onirici rispetto a un mondo condiviso; sono mondi nascosti che vengono rivelati, mondi talvolta manomessi, talvolta allucinati, ma non generati dal delirio, anche se sono in grado di generare il delirio; c’è un superamento della vergogna, nel disegno della protagonista, perché la realtà è brutale e pesa più del narcisismo e delle relative dinamiche di autodifesa e autodenuncia.
Poi ci sono gli elementi caratteristici di questo romanzo: la potenza dei segreti, che sta nel loro sembrare piccole cose quando sono segreti e nel loro diventare, invece, mostri inarginabili quando vengono allo scoperto; e se, attraverso uno squarcio, pezzi di decine di mondi privati entrano nel nostro mondo pubblico, si può generare una nuova, diversa, terribile lettura di ciò che accade nel mondo pubblico; ci sono poi mondi possibili che sono i luoghi del nostro mondo che Connie potrebbe visitare e che invece non visita, preferendo a un’esplorazione estensiva un’esplorazione intensiva, dentro di sé, nelle sue possibilità e nelle sue relazioni; c’è l’impressione di un dilagare della tecnologia contemporanea, c’è l’idea della sua immediatezza e pervasività, del pericolo sempre presente di essere ripresi, intercettati, registrati, che accresce la tensione durante la lettura; scompare la dimensione meta- dei romanzi precedenti, scompare l’usuale consistenza ontologica delle dimensioni oniriche, delle allucinazioni, scompare la narrazione in prima persona: qui siamo completamente nella fiction, e quindi, proprio per questo, il mondo di cui si parla è il mondo reale, non si scappa, è l’unico mondo: c’è un corpo maledettamente credibile, c’è la lucidità di un progetto distruttivo, c’è una malattia del corpo e c’è, sì, una tristezza palpabile, vera; anche nel Diario dei sogni c’era una tristezza palpabile, nella rappresentazione del disagio psichico di Verino Lunari; ma, diversamente da quanto accadeva nel Diario dei sogni, qui tutto è solido. Eppure, tutto, come sempre, è lieve, e spesso divertente, anche nel senso del divertere, nel modo tipico di Marco Candida, che annida racconti dentro racconti.
Ma non riesco a produrre alcuna cartina in base al permanere dei motivi ricorrenti rimasti e alla comparsa di nuovi motivi, alla scomparsa dei motivi scomparsi o alle loro nuove incarnazioni; non riesco a produrre nessuna cartina, nessuno schema dei concetti, nessuna costellazione esaustiva dei significati di questo romanzo, nessuna composizione coerente delle sparse aggregazioni locali che abitano la mia mente da quando l’ho letto. Riesco a fermare l’occhio su aspetti parziali della sua struttura, ma l’insieme mi sfugge sempre; tengo ferma un’aggregazione, due aggregazioni, ed ecco che una terza mi sfugge, è dietro di me, o sotto, o sopra, perché Il bisogno dei segreti è avvolgente; e più lo esploro, più – nella sua rapidità, nella sua levità – mi pare senza fondo.
Perché poi c’è un’altra cosa, che mi sembra importantissima: mai come questa volta un romanzo di Candida ha assunto la fisionomia di un campo di indagine morale, e il finale – e attenzione, lettore, ché nei post successivi, o quanto meno nel prossimo, parlerò del finale del Bisogno dei segreti, che è un finale che cambia il senso di ciò è stato raccontato prima di giungere al finale; ma devo anche dirti, lettore, che il romanzo è talmente intrigante che forse, anche se leggerai i prossimi post, quando aprirai il libro, te lo godrai ugualmente; forse, addirittura, quando aprirai il libro e comincerai a leggere, dimenticherai ciò che sto per dirti nei prossimi post – e il finale, dicevo, è un finale che non so definire se non con l’aggettivo difficilissimo. E ne parlerò nella seconda parte della Resa del recensore di Candida.

Prosegue qui.

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