Ritorno alla terza meditazione in settembre

jacopo nacci, 25 settembre 2008

L’intera vita emotiva viene piuttosto vista come un caos di eventi totalmente ciechi che si svolgono in noi al modo di un qualsiasi processo naturale, di eventi che devono essere caso mai orientati con una qualche tecnica per ottenere un vantaggio oppure per evitare un danno, ma a cui non si deve affatto prestare ascolto, magari facendo attenzione a capire che cosa “intendono”, che cosa ci vogliono dire, che cosa ci consigliano o sconsigliano, qual è la loro mèta, che cosa indicano! È possibile stare in ascolto di quanto un sentimento ci dice quando sentiamo la bellezza di un paesaggio e di un’opera d’arte, oppure quando sentiamo le qualità peculiari di una persona che ci sta davanti; intendo dire che è possibile percorrere questo sentimento stando in ascolto e accettare in modo sereno l’esito a cui tale percorso ci conduce. In tal senso stare in ascolto significa avere finezza d’udito per ciò che ci sta di fronte e verificare in modo rigoroso se quel che noi esperiamo come chiaro, evidente e determinato, è veramente tale. È allora possibile una cultura che sappia discernere in modo critico ciò che in un determinato sentimento è “autentico” e ciò che è “inautentico”, ciò che appartiene al semplice puro sentire e ciò che è invece solo un aggiunta del desiderio, della volontà orientata verso determinati fini, oppure della riflessione e del giudizio. Tutto ciò è andato costitutivamente perduto per l’uomo moderno. Fin dal principio egli non ha fiducia in ciò che nel sentimento potrebbe udire, né dimostra di prenderlo sul serio.

Max Scheler, Ordo amoris

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2 commenti a “Ritorno alla terza meditazione in settembre”

  1. jacopo nacci ha detto:

    Il destino di un lettore: mi sono imbattuto per la prima volta in questo passo ieri, venti minuti dopo aver postato la terza meditazione.

  2. anarcadia ha detto:

    D’altra parte, è il “rovescio positivo della medaglia” del trovare ciò che si è orientati a cercare.

    Il lato negativo, ovviamente, consiste nel pericolo di far dire alle cose ciò che vorremmo dicessero.

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