Solaristica (1)

jacopo nacci, 25 maggio 2012

Stanislaw Lem, Solaris

«Nella prefazione Gravinski divideva in periodi i sessant’anni iniziali di attività solaristica. Durante il primo, che cominciava con la ricognizione preliminare di Solaris, nessuno aveva formulato esplicitamente ipotesi. Sulla base del “buonsenso”, si riteneva allora, intuitivamente, che l’oceano fosse un conglomerato chimico senza vita, un’immane massa gelatinosa che circondava il globo, che produceva per attività “quasi vulcanica” creazioni stupefacenti e che stabilizzava la propria orbita instabile in virtù di un processo meccanico autogeno, così come il pendolo, una volta messo in moto, mantiene immutato il proprio piano di oscillazione. A dire il vero, già poco tempo dopo Magenon aveva fatto cenno alla natura di essere vivente della “macchina colloidale”; ma Gravinski faceva cominciare il periodo delle ipotesi biologiche nove anni dopo, quando il parere di Magenon, precedentemente disatteso, cominciava ad avere numerosi seguaci. Gli anni successivi avevano conosciuto un’intensa fioritura di interpretazioni teoriche dell’oceano vivente suffragate daanalisi biomatematiche. Il terzo periodo era quello del marasma delle opinioni scientifiche, fino ad allora più o meno unanimi.

Erano gli anni che avevano visto nascere una quantità di scuole in aspra lotta fra loro. Il tempo in cui furono attivi i Panmaller, gli Strobli, i Freyhousse, i Le Greuille, gli Osipowicz. Tutta l’eredità di Giese fu sottoposta a revisione. Nacquero i primi atlanti, i primi cataloghi, le prime stereografie degli asimmetriadi, ritenuti inesplorabili fino a poco prima (nel frattempo nuovi strumenti teleguidati erano stati introdotti all’interno di quegli spaventosi colossi che esplodevano da un momento all’altro). In margine alle tempestose discussioni si cominciarono a elaborare dei programmi minimali inun primo momento sdegnosamente scartati, fondati sull’idea che, se pure non si riusciva a stabilire il famoso “contatto” col “mostro raziocinante”, valeva pur sempre la pena di studiare le città cartilaginose e le montagne gonfiate, create e subito distrutte e riassorbite dall’oceano, per l’ampliamento di conoscenze fisiche e chimiche che se ne sarebbero ricavate e per l’arricchimento delle esperienze nel campo delle macrocellule; ma con i sostenitori di questi surrogati di programma nessuno si abbassava a discutere. Era il periodo nel quale furono redatti i cataloghi, validi ancor oggi, delle metamorfosi tipiche. Frank sviluppò la sua teoria bio-plasmatica sui mimoidi che, per quanto abbandonata in seguito perché riconosciuta erronea, continua a rappresentare uno stupendo esempio di arditezza intellettuale e di costruttività logica.
Questi “periodi gravinskiani” furono l’ingenua giovinezza, il romanticismo irresistibilmente ottimistico della solaristica, e finirono col primo annuncio dell’età matura, contrassegnata dallo scetticismo. Intorno ai venticinque anni dagli inizi degli studi, le lontane ipotesi colloido-meccanicistiche avevano trovato una progenie nella teoria sulla natura apsichica dell’oceano. Con opinione quasi unanime si ritenne aberrante la posizione di tutta una generazione di studiosi i quali avevano creduto di scorgere le manifestazioni di una volontà cosciente, dei processi teleologici, un’attività motivata da qualche necessità intima dell’oceano. Refutandone le tesi con grande zelo pubblicistico si preparò il terreno al gruppo Holden, Eonides e Stoliwa, le cui lucide speculazioni si concentravano, con solido fondamento analitico, su un esame minuzioso dei dati instancabilmente radunati; fu il tempo in cui si gonfiarono e sovraccaricarono a dismisura archivi e microfilmoteche, e in cui le spedizioni, composte talvolta da più di mille persone, partivano attrezzate di tutta la migliore strumentazione, registratori automatici, rilevatori, sonde, che la Terra potesse fornire. Tuttavia, mentre l’ammasso di materiale procedeva con ritmo sempre crescente, il vero spirito di ricerca andava disperdendosi; venne così il vero e proprio inizio della fine di quella fase eminentemente ottimistica delle esplorazioni solaristiche.
Era stata una fase caratterizzata da personalità grandissimee audaci sia nell’affermazione sia nella negazione di un concetto teorico, come quelle di Giese, di Strobel, di Sevada, l’ultimo dei grandi solaristi, scomparso in circostanze misteriose nei pressi del Polo Sud del pianeta, vittima apparentemente di un’imprudenza che nemmeno un novizio avrebbe commesso. Planava a bassa quota sull’oceano quando, sotto gli occhi di un centinaio di osservatori, aveva gettato il proprio apparecchio nella voragine di un agilante. Si parlò allora di improvvisa debolezza, di svenimento, di guasto ai congegni di guida; io credo che si trattò in realtà del primo suicidio, di uno scoppio improvviso di disperazione».

Stanislaw Lem, Solaris. Traduzione di Eva Bolzoni.

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