Solaristica (2)

jacopo nacci, 26 maggio 2012

Stanislaw Lem, Solaris

«Risoltosi in fiasco completo ogni tentativo di mantenere in vita, sia pure allo stato vegetativo e ibernante, una qualsiasi parte grande o piccola del mostro separata dal suo organismo planetario, nacque la convinzione (sviluppata dalla scuola di Meunier e Proroch) che per risolvere il mistero esistesse una sola strada: trovare la chiave giusta d’interpretazione, che avrebbe chiarito tutto…
Alla ricerca di questa chiave, di questa pietra filosofale solaristica, si era gettata con grande spreco di tempo e di energia una quantità di gente digiuna di studi. Il numero di menti malate, estranee all’ambiente scientifico, che si davano alla speculazione – maniaci che per fanatismo nulla avevano da invidiare ai ricercatori del moto perpetuo o della quadratura del cerchio – si moltiplicò come per il propagarsi di un’epidemia, tanto che se ne occupò anche la psicologia. Questa fiammata, tuttavia, si estinse nel giro di alcuni anni e all’epoca in cui mi preparavo a partire per Solaris non se ne parlava più, né sui giornali né nelle conversazioni, come non si parlava più, in genere, della questione dell’oceano.

Riponendo il libro di Gravinski al suo posto, trovai, fra i grossi volumi, un opuscolo sottile di Grattenstrom, scrittore fra i più singolari della letteratura solaristica. Questa era un’opera contro l’umanità stessa, un libello sulla nostra specie compilato con matematica aridità da un autodidatta che, dopo avere pubblicato alcuni contributi assai curiosi in campi marginali della fisica quantica, aveva voluto dimostrare in quelle poche pagine che le più alte conquiste scientifiche e teoretiche costituivano appena un passettino in avanti rispetto al concetto preistorico, grossolano, antropomorfico del mondo circostante. Attraverso l’indagine sulle eventuali corrispondenze tra il corpo umano (le proiezioni dei nostri sensi, della struttura del nostro organismo e delle limitazioni e imperfezioni della fisiologia umana) e le formule della teoria della relatività, il teorema dei campi magnetici, la parastatica e le teorie unificate del campo cosmico, Grattenstrom giungeva alla conclusione finale che il “contatto” dell’uomo con qualsiasi civiltà di natura non umana, a-umanoide, non poteva né mai avrebbe potuto attuarsi. In questo libello, l’oceano vivente non veniva mai nominato; eppure la sua presenza, sotto forma di un trionfale silenzio, affiorava in ogni frase. Questa era stata, comunque, la mia impressione nei confronti dell’opuscolo di Grattenstrom. Che era, in sostanza, una curiosità e non un solarianum nel vero senso del termine. Se si trovava nella biblioteca fra i classici, doveva avercelo messo certamente Gibarian, che a suo tempo me l’aveva segnalato.
Con uno strano sentimento, quasi reverenziale, rimisi anche questo al suo posto, fra i libri stretti sul ripiano. Sfiorai con la punta delle dita i dorsi rilegati, verde bronzo, dell’Almanacco di Solaristica. Senza alcun dubbio, in seguito agli avvenimenti degli ultimi giorni, nonostante tutto il caos e tutte le miserie da cui eravamo attorniati, avevamo raggiunto alcune certezze su alcune questioni fondamentali che nel corso degli anni avevano fatto versare inutilmente fiumi d’inchiostro e alimentato discussioni rimaste sterili per mancanza di elementi determinanti.
Qualcuno, per amore del paradosso o per ostinazione, avrebbe potuto mettere ancora in dubbio che l’oceano fosse una creatura viva. Impossibile negare, però, l’esistenza di una sua “psichica”, qualsiasi cosa s’intenda con tale parola. Era comunque ovvio che fosse influenzato dalla nostra presenza… e ciò eliminava definitivamente le teorie solaristiche sull’oceano come “mondo in se stesso” o “essere introverso” che, per processo involutivo, era rimasto privo di organi sensori e che, ignaro dell’esistenza di fenomeni e oggetti esterni, girava come un prigioniero in un circolo chiuso gigantesco di correnti di pensiero, di cui era sede, cornice e fonte.
Inoltre avevamo compreso che, a differenza di noi, egli riusciva a sintetizzare artificialmente i nostri corpi e addirittura a perfezionarli ai fini dei suoi incomprensibili intenti, introducendovi delle modifiche di struttura subatomica.
Esisteva, insomma. Viveva, pensava, agiva. La possibilità di ridurre il “problema Solaris” all’assurdo o allo zero, la tesi che non avessimo a che fare con un essere e che quindi la nostra sconfitta tale non fosse non era più sostenibile. Volente o nolente, l’umanità doveva ora prendere in considerazione un vicinato che, seppure distante mezzo miliardo di chilometri di spazio e molti anni luce, era compreso nella nostra zona di espansione; un vicinato che aveva maggior peso di tutto il resto dell’universo. “Forse siamo a un punto cruciale della storia” pensai. Poteva prevalere la decisione della ritirata, del dietrofront, subito o in un prossimo futuro; anche la liquidazione della stazione non era impossibile, o improbabile. Ma non credevo che in questo modo si fosse trovato un rimedio: l’esistenza del colosso pensante non avrebbe più dato requie alla gente. Anche se l’uomo avesse attraversato galassie, anche se si fosse messo in comunicazione con altre civiltà e con altri suoi simili, Solaris avrebbe eternamente rappresentato una sfida».

Stanislaw Lem, Solaris. Traduzione di Eva Bolzoni.

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