Solero

Jacopo Nacci, 21 gennaio 2010
Avatar

James Cameron, Avatar, 2009

Non si tratta di accusare di new age qualsiasi opera che non aderisca a un rigoroso materialismo e non si tratta di snobismo nei confronti del pop. Si tratta, più onestamente, di riconoscere la new age e un cattivo uso del pop là dove si manifestano.
Avatar. Partiamo dal dato più visibile in questo senso: i Na’vi sono terribilmente anni novanta, sono la versione in computer grafica di una brutta copia disneyana di un anime molto scarso, sembrano disegnati da un tizio che fa i cartoni animati a sei euro l’ora per la pubblicità di un gelato. È un’estetica ormai talmente diffusa – il muso piatto a leoncino, gli occhioni – che è difficile anche ricomporne le radici, ma fin da subito appare meravigliosamente mainstream. Ed è una parte coerente col tutto.

Cameron ha preso il comune denominatore di ogni storia hollywoodiana sulla scoperta, da parte di un occidentale, di una tradizione sapienziale o di una dignità delle civiltà estranee al consumismo,  ha tolto qualsiasi cosa non fosse lo scheletro base, magnificando però un aspetto: il bianco che di regola si unisce ai valorosi resistenti non si distingue qui per mero coraggio o semplicemente per la sua scelta, no: ne diventa il signore supremo, tanto che pure il signorino Na’vi china il capo stronzetto e orgoglioso con timore reverenziale. Il bianco però è un buana buono e continua a chiamarlo “fratello”.
Ma andiamo con ordine. Ammettiamo che il messaggio di questo bignami sia un messaggio valido, che sia un messaggio valido quello in cui il bianco buono diventa il capo dei poveracci che da soli non ce la possono fare e che si fanno cagare in testa mentre lui parla la lingua del nemico. Bene. Se ammettiamo questo, Avatar non esiste: Avatar ribadisce il già detto e saputo alla nausea, regala conferme facili al suo spettatore: sai già tutto quello che serve e non c’è alcun bisogno di riflettere, ora torna nel tuo mondo che tanto però va così, e sentiti migliore perché sei cosciente che è ingiusto, e che tutta la tecnologia che realizziamo ci serve solo a raccontare quanto siamo stronzi nel realizzarla.
Ora, sono d’accordo sull’importanza di essere coscienti, ma la coscienza non è un alibi. E una richiesta di innovazione non è necessariamente un corispondere all’ideologia dell’innovazione a tutti i costi: una piccola crisi del plot, anche minuscola, ti costringe a una riflessione sull’inedito, muove a una maggiore adesione emotiva, responsabilizza, si porta dietro anche il carico di già detto e saputo ormai rinsecchito: lo fa vivere, non lo lascia dormire nel suo comodo scaffale dentro l’emisfero sinistro.
Eppure, dice, se si sta qui a discuterne, appunto, qualcosa avrà variato, Cameron! Sì: ha disatteso le aspettative di un film moralmente accettabile.
Possibile che a salvare la patria non possa essere una Neytiri, uno Tsu’Tey? No, chi sceglie Eywa? Jack Sully: solo l’uomo bianco può salvare il mondo.
Obiezione: il film è studiato per un pubblico bianco americano, Jack Sully è un poveraccio, paraplegico (furbo Cameron), un marine, e oggi sappiamo come sono reclutati i marine e da quali classi sociali provengono, Sully è privo d’istruzione, tutti lo trattano come uno scemo, il fratello cervellone laureato in filosofia è morto e lui ne prende il posto perché geneticamente è il più favorito alla trasfusione nel cestista blu, ma poraccio i cervelloni lo trattano da scemo.
No. Non ci siamo.
Primo. Sully è scemo, è vero, e infatti il mondo è degli scemi. Sostenere che il mondo sia dei laureati in filosofia e che i cervelloni incutano soggezione e siano universalmente rispettati, questa è un’operazione ideologica, una falsificazione reiterata, e proprio per questo confutata di fatto, dagli strilli scomposti che i fan con l’avatar di Avatar muovono al diritto di critica e allo snobismo dei recensori. Ovviamente, come nella vita reale, lo scemo vince e, come nella vita reale, fa passare la sua vittoria – che vittoria non è, perché la gerarchia che lo vede dominante è già data nella società – come un riscatto. Ma un riscatto da che? Dai cervelloni, dagli scienziati che se la tirano, dai laureati in filosofia? Intanto quello che si apre il ristorante ai Caraibi (o che ha la villa in Costa Smeralda) è Sully. Forse negli USA gli scemi non hanno ancora imposto a tutti di essere scemi o morire, nel caso si può solo dire a Cameron che il suo film è già vecchio all’uscita, e consigliargli di guardare all’Italia, che da sempre indica la direzione della storia.
Secondo. I Na’vi fanno pensare ai pellerossa o agli indio. Sfido chiunque a rinvenirvi qualche carattere dell’iraniano o del baathista o del talebano. Ti viene voglia di pensare che agli arabi si può pure sparare: ché mica sono pacifici, mica son figli di Gaia. L’insinuazione del film è che, per dignità culturale e squilibrio nei mezzi, i Na’vi non meritino quello che gli viene inflitto. E di certo non lo meritano. Ma il punto non è che i Na’vi siano dei bravi guaglioni, il punto è che la guerra è male, che sparare a una persona è male anche se la persona è ignorante e ben armata.
Terzo. Appartenendo il mondo agli scemi, anche la gnosi, anche la sapienza segreta deve essere a portata di scemo (e possibilmente fuori dalla portata degli scienziati e dei laureati in filosofia). Naturalmente, per essere a portata di scemo, la gnosi o la sapienza deve smettere di essere gnosi o sapienza e trasformarsi in new age: puntualmente una delle cose più irritanti del film è che a un marine bastino tre mesi per apprendere razionalmente ed emotivamente un’intera forma di vita e un’intera filosofia perfettamente armonica con quella forma di vita: “vai anche tu alla coop e compra anche tu questo libro a tre euro sul buddhismo: sarai buddhista in quattro giorni”, il che, connesso al fatto che per salvare un mondo ci vuole un bianco, dimostra esaustivamente per chi lavora Cameron, e cosa voglia insegnare a grandi e piccini. Ma attenzione: gli scienziati loro no, loro non possono, sono troppo pieni: la trasfusione non funziona. Sigourney Weaver è un’attrice professionista, ha mestiere, scuola, esperienza: non va bene. Il marine, metti il marine, il riscatto, i semplici, gli umiliati, sì. E così Cameron chiude perfettamente il cerchio: ci raccontiamo che la volgarità dello stadio finale dell’occidente, l’ultimo uomo che ammicca, è la stessa cosa del buon selvaggio, spacciamo il prodotto finale dell’imbarbarimento generato dal dominio della tecnica per un’evangelica, virginale povertà in ispirito.
Quarto. No, non è un bel messaggio quello in cui il bianco buono diventa il capo dei poveracci che da soli non ce la possono fare e che si fanno cagare in testa mentre lui parla la lingua del nemico.
Vien da pensare che Terminator puntasse a lanciare il governat… Naaa, il solito cospirazionista.

L’immagine è tratta da Aida degli alberi di Guido Manuli

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10 commenti a “Solero”

  1. jacopo nacci ha detto:

    Grazie, ultimamente il passaggio NeoOffice – Text Edit – Splinder crea parecchi problemi.

  2. UnaStranaStrega ha detto:

    secondo me ti sei mangiato la chiusa del punto uno. o io sono molto stanca.

  3. TomBombadil ha detto:

    Applausi.
    Finalmente un’opinione negativa sul filmone ammmericano.
    Adesso ho il bagaglio che stavo ciecamente cercando per poter affrontare Avatar, così armato potrei pure andare a vederlo.
    Potrei.
    Poi alla fine non ci vado, perchè un film di cui ti parlano ininterrottamente per un mese ad ogni telegiornale, in ogni sito Internet e quant’altri mezzi calzetti di comunicazione di massa, mi sta già sul cazzo in partenza. Che, siccome ne parlano tutti bene, io mi predispongo automaticamente al conflitto.

    Saluti fratello.

  4. asophia ha detto:

    mh…ancora non visto…

  5. utente anonimo ha detto:

    Ué Nacci

    Secondo me ti sei lasciato prendere da un livore anti-propagandistico. Cioè: hai reagito male ai $150M spesi per la pubblicità del film. Ok.

    Però. L’hai suggerito tu stesso: Avatar è il comune denominatore di tutti i polpettoni hollywoodiani e tutte le favole disneyane messe insieme. Come puoi allora sorprenderti che abbia la stessa identica solita "morale" da favola hollydisneyana di sempre?

    (E poi invece magari 300 era figo perché almeno era estremo nel mostrare apertamente il nazismo che cova in ogni Topolino.)

    Ora, a parte il fatto che guardando il film digrignando i denti sei riuscito sia a fraintendere aspetti di un film pur così semplice (i Blu non sono per niente "pacifici"), sia a perderti gustose esche per la tua critica (come la frase: "[i marine] sulla Terra combattevano per la libertà… Ma su Pandora sono semplici mercenari"), il punto è che… Lo so che è banale, ma è appunto banale: il punto è che Avatar è un cartone animato (mirabile visu, fra l’altro).

    Un cartone animato.
    Servono a raccontare favole ai bambini i cartoni animati.
    Sì lo so c’è stato Kenshiro.
    Ma Kenshiro è stato un fraintendimento, ed era tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…

    Più in generale, credo che questo non sia il tempo per fare le pulci (a cosa poi? a ciò su cui la pubblicità ci indirizza lo sguardo?), ma per imparare, e catalogare, e raffinare le armi della vendetta.

    peterpoe

  6. jacopo nacci ha detto:

    Ué Peter, benvenuto.

    Nell’ordine. La pubblicità: ma anche no.
    Con me fatica. Io di Avatar ho sentito parlare tre volte, prima dell’uscita del film, penso complessivamente quaranta secondi tra parole e immagini.

    Questo post nasce da diverse discussioni, in risposta a diverse discussioni, in risposta a risposte a qualche personale impressione: non so se ti sei accorto, ma la sinistra universale, da "Il fatto quotidiano" all’Internazionale situazionista, è in Avatar-trance, e allora mi sono preparato una cosa semplice semplice, che è utile tenere a portata di mano, per mettere i puntini sulle i e sotto gli !.

    Inoltre, non ho guardato il fin digrignando i denti; la frequenza degli sbadigli lo avrebbe comunque reso impossibile.

    Quando dico che i Blu sono pacifici intendo che non attaccano senza motivo e non si fanno esplodere nei supermercati, non che sono vegan.

    Non sono d’accordo, ovviamente, con la faccenda dei cartoni animati per bambini. Ma hai ragione, in senso ampio: Avatar è un cartone animato, e io sono secoli che non vedo un cartone animato prodotto negli USA, ché alle storie che la Pixar però è figa e però Shrek e però l’Era glaciale non c’ho mai creduto. Ma quando è uscito Pocahontas il mio vicino di blog socialista mica ha detto "Finalmente, la rivoluzione spiegata a mio figlio! Grazie compagno Cameron!".

  7. utente anonimo ha detto:

     Davvero un’ottima analisi. Comunque la cosa che mi ha fatto più ridere del cinepandorone resta comunque il supercattivone dei marines, che della mancanza di ossigeno semplicemente "se ne frega". 

  8. anarcadia ha detto:

    "Finalmente un’opinione negativa sul filmone ammmericano"

    Non ho capìto: un filmone americano merita di essere visto solo mi hanno confermato il pregiudizio antimperialista? Ovviamente, chiedendo questo, non sto entrando affatto nel mèrito della recensione (dato anche il fatto che il film non l’ho visto), ma nel mèrito del pregiudizio antimperialista.

    Dal canto mio, non capisco perché Cameron debba per forza spendere millemilamiGliardi ogni volta, per fare un film. Mi pare però, utilizzando la recensione del Nacci come principio ermeneutico, che una certa qual-luce si profili all’orizzonte, rispetto anche a questo tema.

  9. utente anonimo ha detto:

    scusami nacci se non ho ancora trovato il tempo di rispondere… è che anche vederlo potrebbe essere utile :)

    V.

  10. asophia ha detto:

    ehhhhhhh…
    Credo che la mia reazione a questi film sia di riflesso simile a quella di TomBombadil.

    Appena finisce l’ AVATARMANIA lo guarderò.
    [ui addirittura bisogna prenotare una settimana prima per vederlo! mi fa passare la voglia e la curiosità]

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