St. Elmo’s Fire (ecco i miei denti)

Jacopo Nacci, 23 gennaio 2005

Il primo non può farcela, sai? Lo vedo, trasuda rabbia, è nervoso. Anche il suo corpo tradisce qualcosa della devianza repressa. La provincia fa male, sai? Ci sono dei maschietti che non riescono a mollare né la diversità né il paesotto, allora sviluppano questo strato adiposo compatto ed omogeneo, parlano la forma del nervosismo, perdono un po’ di ironia. Ripenso il suo linguaggio mentre sono in treno per venire da te che intanto sei altrove. I suoi pregiudizi non sono creativi, non sono prese di posizione ma sentieri battuti da tanti nei boschi turistici per i bianchi. Non ha bersagli originali: lui crede davvero, è sul serio, capisci? Lui vive per metà nel suo mondo, per l’altra metà nella metà peggiore del resto del mondo. Resiste a fatica al grande gorgo dell’epiteto, capisci che quando non ci cade si sta sforzando. Allora hai paura, vuoi afferrarlo, ma non per lui, ché tanto non smette di sotto-pensare ciò che sotto-pensa, no, lo fai per l’estetica, e ti fai ipocrita, ti fai perbenista, quasi pensi che se non lo dice non lo è, dici: no, non scivolare, non scivolarmi qui. Lui non vede, ed è per questo che non può, vede i fantasmi, non è lucido; non che sia malvagio, ma non è lucido, è preda delle ombre, vive nel sogno: non ha attenzione. Mi domando quanto di lui è in me, quanto della mia purezza sia terrore, quanto del mio odio politico sia la rabbia tra-sudata: quanto io possa capirlo in virtù della nostra sottile, parziale identità. Lui non sente le nuove-chiare parole. Gli manca quel minimo di razionalità per vedere che ogni individuo è vittima, e solo la macchina è colpevole. Questo è un grado di razionalità necessaria, credo, un ingrediente fondamentale della condizione del praticante: non sentirsi mai migliore dei propri personaggi. Io lo chiamo pietas, ma non so se il nome è giusto.

Il secondo le cerca, le nuove-chiare parole, ma non le trova. Il secondo è il trampolino, la medietà. Lavora conto-terzi. Vede sempre dove non arriva. Penso la mia condizione mentre sono in viaggio per venire da te che non ci sei. Il secondo ha la pietas che il primo non ha, ma non può farne nulla. Ho sognato due goldrake che volavano nel cielo insieme, stanotte, due per la prima volta, cosa ne pensi? Nessuno dei due era pilotato da Actarus, c’erano un ragazzo e una ragazza, e Actarus appariva altrove, vestito di nero, una sorta di colonnello in pensione, molto simile ad Harlock, ecco sì: somigliava ad Harlock, solitario e anarchico, ma con la strafottenza di Actarus, col suo delirio di onnipotenza. Devo abdicare? Ho già abdicato il baronato in favore di noi due, di un me più umile, di una te brava, meravigliosamente brava. Ero deluso, nel sogno: conosci la mia stella, la tendenza all’ira e alla superbia. Cosa cucini domani sera? Ne parleremo? Il secondo vede, ammira, e non può farcela, ma tenta e ricerca, per farsi trampolino del meglio-di-prima, scopre nuovi livelli di profondità nella sua signora, inattesi, imprevisti, li fa emergere, essi sorgono imperiali come il sole in Giappone sulle gru e i cantieri dei porti.

Teeteto (o di ciò che qualcuno si attendeva): La terza abita in alto, sempre in alto, nelle regioni dei silenzi. Tace, tace da sempre, poi affitta una stanza bianca che dà su San Domenico, una stanza dove la ritrovano morta. Dissanguata. Le pareti sono piene di scritte di un rosso scuro e contratto, un poema che lei ha scritto col suo sangue in un pomeriggio grigio, svelando il senso del mondo o la sua assoluta mancanza di senso, che poi in fondo sono la stessa cosa, ma il secondo può affermare questo senza capirlo. Tutti possono leggere il poema, e nessuno forse può sentire davvero. Oppure. Tetsuo (o di ciò che nessuno sospettava): La terza è profonda e dimessa, è mistica, osserva il suo essere oggetto di osservazione, alza il livello implodendolo, la perplessità diventa la foce del torrente, apre all’estasi. Lei trasforma il suo buco nero nel centro cosmico della purezza, la sua gravità irresistibile attrae il nulla attorno a sé, il suo organismo trasforma quel nulla in colore che i suoi capillari portano alle membra e alle ali. Il secondo la vede, e può solo ammirare. Ecco i miei denti, signora. Il tuo sole rosso mi inonda, mi brucia, mi purifica, il tuo sole atomico che improvviso si espande, divora e fa il vuoto, totale, eterno, senza che più voce possa dire: era quella bambina, quella muta e dimessa.

 

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Un commento a “St. Elmo’s Fire (ecco i miei denti)”

  1. utente anonimo ha detto:

    Utente…Udente…Uh, Dente. Bene, benissimo, finalmente vedo un buco aperto, uno spiraglio, un grido di terrore parziale e autarchico e che sa di esserlo. La rabbia, sempre vero, ottimo conduttore eh Don Jago? Quello che si sembra non sentire, quel maicomio urbano che io chiamo corpo che tu chiami natura, quello schifo di colla insidiosa e generosa, generosa eh…attenzione ho detto generosa, anzi ho scritto perchè qui si scrive ciò che si dice…Quintiliano l’avrebbe a morte con tutti noi per questo. La colla viscida che io-sono-come-te-ma-però-sono-altro.
    E quindi che faccio, mi invento tifoso, come te, oppure fumo sigarette come me. Meno male, stavo per scrivere una cosa qualche giorno fa: ALZARE IL TIRO! Vedo con immenso piacere che non ce n’è NESSUN bisogno….la rabbia, che poi tanto è illusione come il resto. Illudus…In-Ludus, stare nel gioco. E Io Io, Io gioco, e finalmente rivedo quello che aveva fatto balenare gli Occhi di GIenica…Chapeu.
    Sono tiepido e contento….
    Uno che ti vuole bene.
    Tut-Rah
    P.s. Da quando mi rubi i sogni?…HARLOCK è MIO Capito?, MIOOOOOOO!!!!!:-)

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