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La lingua e l’Osceno

jacopo nacci, 18 aprile 2011

La filosofia di Berlusconi

«44. La tattica che l’Osceno persegue è lungimirante e, al tempo stesso, delirante. Inutile volerle opporre i solidi argomenti di una ragione o quelli dell’interesse comune. Credere di poterla criticare in nome della coerenza e della ragionevolezza, significa dimenticare come il potere ubuesco si fondi proprio sulla sua incoerenza ossia sulla possibilità di cancellare ogni contraddizione tra una versione dei fatti e quella successiva, tra un’opinione e l’altra, come tra due immagini tra loro contrastanti. Ma è anche vero che, nel momento in cui ha potuto deridere ogni interlocutore che provasse ad argomentare razionalmente le sue affermazioni, il potere ubuesco ha cancellato di fatto la possibilità stessa di una dimensione pubblica. A tal scopo ha addestrato un piccolo esercito di professionisti della menzogna, abituati a interrompere sistematicamente ogni ragionamento, facendo passare gli altri per pesanti e indigeribili intellettuali e se stessi per brillanti conversatori, quando invece sono solo squadristi mediatici.

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Indignazione e satira nell’Osceno

jacopo nacci, 14 aprile 2011

La filosofia di Berlusconi

«Fa ancora parte dell’indifferenza prodotta dall’Osceno il fatto 
che ci si indigni. Benché appartenga alle reazioni spontanee che questo 
sistema provoca, l’indignazione è ancora una di quelle armi spuntate 
che l’Osceno stesso offre ai suoi critici. Da questo punto di vista vale
 ancora il suggerimento di Marcuse secondo il quale “solo nell’indignazione l’Osceno è più che un fantasma” e che l’indignazione è ancora
 parte costitutiva del problema. Forse non c’è espressione più rivela
trice della situazione attuale che la frase “siamo tutti scandalizzati”. 
Nello scandalo, di cui tutti sono scandalizzati, nessuno è chiamato ad
assumersi alcuna responsabilità. È sufficiente essere scandalizzati, o
dichiararsi tali, perché sia garantita l’assoluzione dalle proprie colpe o
 dalle proprie complicità. Anche affermare l’insopportabilità della si
tuazione non ne intacca minimamente il potere. L’attesa di una svolta, 
la percezione che si sia passato il limite, fa ancora parte dell’Osceno. 
Del resto, proprio la convinzione che si sia superato un limite ulti
mo permette alla fine di sopportare tutto, anche l’insopportabile. Si
mili dichiarazioni sono piuttosto sintomatiche di come la comparsa 
dell’Osceno lasci la nostra lingua arsa, svuotata delle sue capacità. Che 
nella situazione italiana attuale, le stesse risate della satira finiscano 
per essere, malgrado tutto, l’emblema della nostra impotenza e del
la nostra paura, mostra come l’espropriazione del linguaggio, di cui
 facciamo quotidianamente esperienza, colpisca proprio la capacità di
 ridere. I primi e forse i soli a dover essere feriti da queste risate siamo 
noi stessi, e non certo l’osceno potere ubuesco a cui esse sono rivolte.»

Gianluca Solla,
“L’Osceno. La società immaginaria e la fine dell’esperienza”,
in Filosofia di Berlusconi, a cura di Carlo Chiurco.