Post taggati ‘Daitarn 3’

L’altro me (parte sedicesima)

jacopo nacci, 16 novembre 2014

Pubblico, in una serie di post, l’intervento al Pesaro Comics & Games 2014.
(La prima parte, la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, la settima, l’ottava, la nona, la decima, l’undicesima, la dodicesima, la tredicesima, la quattordicesima e la quindicesima)

L’altro me – l’avversario nell’animazione robotica classica

Koros (Daitarn 3 – Sunrise, 1978)

Koros (Daitarn 3 – Sunrise, 1978)

Specchi. Il penultimo episodio di Daitarn 3, il 39, quello con il comandante meganoide mutaforma che già richiama un’idea di non-identità a sé, insiste sul concetto di rovesciamento: prospettive innaturali, automobili che volano e uccelli che camminano, il comandante meganoide sul Daitarn e Banjo sulla nave meganoide, ed è anche una delle puntate in cui si ripropone più platealmente l’interrogativo sulla reale natura di Banjo. Ma ancora più esplicito in questo senso appare l’episodio 13: Don Huan, alto gerarca meganoide illustra a Koros e Zauser il suo piano per sconfiggere Daitarn mediante delle illusioni, e per farlo pone uno specchio di fronte all’altro, e poi in mezzo un dito: l’oggetto tra due specchi si moltiplica, ma doppio specchio significa anche rovesciamento del rovesciamento, e il rovesciamento del rovesciamento è l’originale, ed è interessante che in questo episodio lo scopo ultimo di Don Huan sia conquistare la Terra e da lì attaccare Koros.

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L’altro me (parte quindicesima)

jacopo nacci, 13 novembre 2014

Pubblico, in una serie di post, l’intervento al Pesaro Comics & Games 2014.
(La prima parte, la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, la settima, l’ottava, la nona, la decima, l’undicesima, la dodicesima, la tredicesima e la quattordicesima)

L’altro me – l’avversario nell’animazione robotica classica

Garrison e Beauty (Daitarn 3 – Sunrise, 1978)

Garrison e Beauty (Daitarn 3 – Sunrise, 1978)

Realismo scafato. Perché questo immaginario da spy story? Perché è scafato. Il mondo dello spionaggio, degli affari, dei trucchetti è l’universo della gente pratica che sa come stanno le cose, la gente che ha poco spazio per l’immaginazione e si confronta con la pretesa realtà, cioè quel posto nel quale i personaggi sono inchiodati ai loro ruoli di genere e classe come i componenti del team di Banjo.

La realtà è finta. Se nel mecha classico l’eroe ha le carte in regola per confrontarsi con l’abisso, ed è per questo che il varco si apre e l’abisso si articola come altro dall’eroe, in Daitarn la quotidianità contemporaneamente è e occulta l’abisso, e ciò accade perché Banjo è cieco o reticente rispetto alla sua appartenenza all’abisso: Banjo vive il meganoide come totalmente altro da sé proprio perché non riconosce o non ammette che il meganoide non è totalmente altro da lui.

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L’altro me (parte quattordicesima)

jacopo nacci, 10 novembre 2014

Pubblico, in una serie di post, l’intervento al Pesaro Comics & Games 2014.
(La prima parte, la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, la settima, l’ottava, la nona, la decima, l’undicesima, la dodicesima e la tredicesima)

L’altro me – l’avversario nell’animazione robotica classica

Banjo Haran (Daitarn 3 – Sunrise, 1978)

La società dello spettacoborg. Nel post precedente dicevo che lo stile è «uno dei vettori del conflitto tra Banjo e i meganoidi, conflitto interno alla società dello spettacolo che Daitarn 3 non solo rappresenta quando ritrae il mondo contemporaneo – non potrebbe essere altrimenti – ma della quale si pone come rappresentazione consapevole attraverso una serie di stratagemmi che vanno dalla fissità dei ruoli stereotipati, alla ripetitività, all’uso caricaturale e insistente dei cliché del culto dell’immagine – come i riflessi brillanti dei denti – alla comparsa talvolta di vere e proprie macchine da presa nella storia, alle ossessioni narcisiste di Banjo e dei comandanti meganoidi».

Quale sia il campo da gioco lo chiarisce subito il primo episodio, che si apre con un concorso di bellezza femminile indetto da un meganoide allo scopo di trasformare le partecipanti; e in generale, per tutta la serie, sarà lo stesso stilema dell’anime mecha a citare se stesso e porsi come palcoscenico; tutto si svolge sempre come una recitazione, come se ogni personaggio si sentisse sotto l’occhio di una telecamera e ci fosse sempre un pubblico (e spesso effettivamente c’è, nel senso che è rappresentato dentro la narrazione).

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L’altro me (parte tredicesima)

jacopo nacci, 7 novembre 2014

Pubblico, in una serie di post, l’intervento al Pesaro Comics & Games 2014.
(La prima parte, la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, la settima, l’ottava, la nona, la decima, l’undicesima e la dodicesima)

L’altro me – l’avversario nell’animazione robotica classica

Daitarn 3 (Sunrise, 1978)

Daitarn 3 (Sunrise, 1978)

L’altra metà del cielo. Dopo Zambot 3, nel 1978, Tomino realizza Daitarn 3. Ci sono almeno due precisi suggerimenti che invitano a leggere Daitarn in connessione a Zambot: il 3 nel nome del robot, e l’evidente rovesciamento operato nell’arma finale, che è anche il nume di riferimento: Zambot aveva la luna,  Daitarn il sole. Non si tratta solo di una contrapposizione tra la serie più drammatica e la serie più divertente di Tomino: Daitarn è tutto tranne che disimpegnato e leggerlo alla luce di Zambot ne illumina la natura meno visibile. Serie parodica, decisamente post-moderna, post-mecha o meta-mecha, Daitarn declina la sua tominiana essenzialità in chiave sociologica.

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L’altro me (parte nona)

jacopo nacci, 29 ottobre 2014

Pubblico, in una serie di post, l’intervento al Pesaro Comics & Games 2014.
(La prima parte, la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, la settima e l’ottava)

L’altro me – l’avversario nell’animazione robotica classica

La Bandok (Zambot 3 – Sunrise, 1977)

La Bandok (Zambot 3 – Sunrise, 1977)

Tomino. Al polo opposto rispetto al Combattler di Nagahama–Yatsude sta Yoshiyuki Tomino. Tomino culminerà nel realismo vero e proprio, e lo farà passando per la riduzione all’osso, rendendo tributo più al logos che al mythos. La profondità abissale dei demoni di Nagai e delle figure archetipiche di Nagahama-Yatsude si allontana, sostituita da un sempre maggiore grado di realismo, di crudezza e di sublimazione filosofica; passando attraverso il poema della guerra e dello spirito di Zambot 3 (1977) e la parodia sociologica di Daitarn 3  (1978), Tomino esaurisce l’animazione super robotica abissale per eccesso di riduzione all’essenziale; infine cadrà completamente nel realismo creando Mobile Suite Gundam (1979), il primo real robot (ma reintroducendo la dimensione psichica con i newtype).

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L’altro me (parte settima)

jacopo nacci, 24 ottobre 2014

Pubblico, in una serie di post, l’intervento al Pesaro Comics & Games 2014.
(La prima parte, la seconda, la terza, la quarta, la quinta e la sesta)

L’altro me – l’avversario nell’animazione robotica classica

Getter Robot (Toei, 1974)

Getter Robot (Toei, 1974)

Telestiké. La scoperta dell’esistenza del robot da parte dell’eroe, l’apertura del varco e l’emersione del sommerso arrivano insieme. Perché i mostri non sono i mostri dell’eroe prima della scoperta dell’esistenza del super robot: specialmente nell’era post-nagaiana, la scoperta dell’esistenza del robot e l’assunzione di responsabilità dell’eroe coincidono con la presa di coscienza della propria predestinazione, dunque del fatto che l’abisso è il suo abisso: il super robot è stato costruito per combattere mostri che fino a quel momento, se anche si erano già affacciati sul mondo reale, non sembravano rappresentare una faccenda personale dell’eroe, e l’eroe non era ancora eroe. Il super robot è il mediatore fra i due mondi e il guardiano del varco. In alcune serie, come Raideen e Diapolon, il carattere divino del super robot è esplicitamente affermato. E non è forse Getter Robot, in tutte le sue incarnazioni, quel costrutto della tecnica in grado di convogliare in sé i raggi getter, l’energia cosmica misteriosa che stimola l’evoluzione, tanto che i raggi e il robot  si intrecceranno come spirito e corpo, e si svilupperanno in forme sempre più forti e complesse, fino a sviluppare le pupille, lo specchio della coscienza?

A sua volta il fatto che il super robot non sia un’arma prodotta in serie, ovvero il fatto della sua unicità – che lo distingue dai mostri seriali e ne alimenta lo status di divinità e la funzione di mediazione – si riverbera sulla natura dell’abisso oltre il varco e contribuisce a caratterizzarlo come dimensione altra rispetto al reale quotidiano.

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L’altro me (parte sesta)

jacopo nacci, 22 ottobre 2014

Pubblico, in una serie di post, l’intervento al Pesaro Comics & Games 2014.
(La prima parte, la seconda, la terza, la quarta e la quinta)

L’altro me – l’avversario nell’animazione robotica classica

Signore del Drago (Jeeg – Toei 1975)

Signore del Drago (Jeeg – Toei 1975)

Due gradi dell’essere. È vero che, come spesso si dice, negli anime super-robotici la separazione e l’opposizione tra bene e male sono piuttosto nette, ma non si comprende appieno il significato di questa divaricazione finché non la si guarda nel complesso della rappresentazione: la separazione e l’opposizione sono dimensionali, sfruttano la metafora del luogo oscuro e alieno, non terrestre: il dislocamento dei cattivi nello spazio o nelle profondità della Terra.

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