Dreadlock è un demone, che si incarna in Matteo, e tutto il romanzo – visto come possessione – altro non è che una discesa agli inferi, un percorso iniziatico, un rito di passaggio per un ragazzo che deve diventare uomo, crescere, al punto che i suoi genitori stessi non lo riconoscono più. Come a Delfi e a Cuma, anche qui a Bologna-Babilonia sono i fumi dell’oracolo a inebriare il questuante e a permettere al Dio di possederlo, di trasformarlo nella sua voce, nei suoi occhi, nelle sue braccia. Lorenzo è il mentore, più Don Juan che Virgilio: seguendo Matteo/Dreadlock sale lo ziqqurrat di Babilonia così come scende i gironi dell’inferno. Ma la purezza non esiste, e Ser Galahad è solo il sogno di un’umanità adolescente.
Luca Giudici recensisce Dread qui.
Il sito di Giulio Giordano, l’autore del ritratto.






Ricordi Lorenzo Prendiparte, di 21 mesi, trovato ucciso nella casa dei suoi genitori a Piacenza? Ti dirà qualcosa, qualcosa di vago, ma se ti dico “il piccolo Lollo” ecco che all’improvviso sai benissimo a chi, anzi, è più corretto dire a cosa mi riferisco. È di questo che vorrei parlarti: delle cascate di saluti sulla homepage di Facebook, saluti a ragazzine mai conosciute, della televisione che trasforma i morti in star, degli applausi ai funerali perché essere morti significa diventare famosi e diventare famosi significa fare spettacolo, di come ognuno di noi può essere espropriato del suo nome e della sua immagine, può essere reso cosa da altre persone che vogliono mostrare in pubblico simulazioni di dolore, di sentimenti che non sono in grado di vivere, di provare. Esseri umani che strumentalizzano altri esseri umani, che si adornano dei loro corpi e dei loro nomi per raccontare a se stessi e agli altri che stanno provando emozioni, che si stanno indignando, o che stanno piangendo, o che si stanno arrabbiando, proprio come i protagonisti delle fiction, dei reality, dei servizi dei telegiornali.



