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Anthem

Jacopo Nacci, 15 gennaio 2005

Dal Fedro di Platone:

Socrate: Per quanto mi riguarda, o Fedro, considero acute queste interpretazioni, però proprie di un uomo molto esperto e anche in gamba, ma anche non troppo fortunato: se non altro per il motivo che, dopo questo, per lui diventa necessario raddrizzare la forma degli Ippocentauri, poi quella della Chimera, e gli piove addosso tutta una folla di tali Gorgoni e Pegasi e di altri esseri straordinari e le stranezze di certe nature portentose. E se uno, non credendoci, vuole portare ciascuno di questi esseri in accordo con ciò che è verosimile, servendosi di una sapienza rustica come questa, dovrà avere molto tempo libero a sua disposizione.

Ma per queste cose io non ho tempo libero a mia disposizione. E la ragione di questo, amico mio, è questa: io non sono ancora in grado di conoscere me stesso, così come prescriverebbe l’iscrizione di Delfi; e perciò mi sembra ridicolo, non conoscendo ancora questo, indagare su cose che mi sono estranee. Perciò, salutando e dando l’addio a tali cose e mantenendo fede alle credenze che si hanno di esse, come dicevo prima, vado esaminando non tali cose, ma me stesso, per vedere se non si dia il caso che io sia una qualche bestia più intricata e più preda di desideri più di Tifone, o se, invece, sia un essere vivente più mansueto e più semplice, partecipe per natura di una sorta divina e senza fumosa arroganza.