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Ciò che determina il destino

jacopo nacci, 14 giugno 2010

Da Ordo amoris, di Max Scheler:

Chi ha l’ordo amoris di un uomo ha l’uomo stesso. Ha per l’uomo inteso come soggetto morale ciò che è la formula di cristallizzazione per il cristallo. Scruta l’uomo fino al punto limite a cui può arrivare chi voglia scrutare l’uomo. Vede davanti a sé le linee fondamentali del suo cuore, che compiono il loro percorso restando costantemente al di là di ogni diversità e di ogni complessità di carattere empirico; è il cuore infatti che più del conoscere e del volere merita di essere definito come nucleo dell’uomo inteso quale essere spirituale. Chi ha l’ordo amoris di un uomo possiede in uno schema spirituale la fonte originaria che segretamente alimenta tutto ciò che da quest’uomo proviene; ancor di più: possiede l’elemento originario che determina tutto quello che continuamente appresta a prodursi attorno a lui – ciò che nello spazio determina il suo ambiente morale, ciò che nel tempo determina il suo destino, ossia l’insieme di tutto ciò che a lui e solo a lui può accadere. Poiché già il semplice fatto che l’uomo attribuisca il valore di stimolo, in base alla modalità e all’intensità d quest’ultimo, a una qualche attività della natura che non dipende da lui ma che ha effetto su di lui, non può avvenire senza la partecipazione del suo ordo amoris.

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Ordo amoris (Allogenesi)

Jacopo Nacci, 27 aprile 2009

Frida Kahlo, Abrazo Amoroso

L’uomo può amare una cosa, un valore come quello della conoscenza, può amare questa o quell’altra immagine della natura, può amare un uomo come amico o in qualsiasi altro modo: tutto ciò significa sempre che egli nel suo centro personale esce da sé come unità corporea e che tramite e in tale azione egli coopera ad affermare la tendenza di un oggetto altro da sé verso una perfezione ad esso appropriata; coopera inoltre a realizzare tale tendenza, a sostenerla e a benedirla.

Max Scheler, Ordo amoris, 1914-1916

Il significato creativo

Jacopo Nacci, 17 ottobre 2008

Chi dicesse, pertanto, che l’amore altro non è che una «reazione» a posteriori ad un valore avvertito, disconescerebbe la natura del suo movimento, già delineata con tanta precisione da Platone! L’amore non consiste nel «fissare», per così dire, in modo affermativo ed emozionale un valore dato che sta dinanzi a noi. Ma neanche si volge a oggetti dati (o persone reali) esclusivamente in ragione dei valori che essi possiedono e che siano già «dati» ancor prima che s’instauri l’amore. In questa idea c’è ancora una volta quel «fissare» il fatto prettamente empirico, che all’amore è tanto alieno. Nell’amore noi avvertiamo certamente il valore positivo dell’oggetto amato, per esempio la bellezza, la grazia, la bontà d’una persona; ma questo possiamo farlo anche senza alcun amore per quella persona. L’amore esiste solamente là dove al valore già dato «come reale» nella persona si aggiunge ancora il movimento, l’intenzione verso ulteriori valori «superiori» possibili, valori superiori rispetto a quelli già esistenti e dati – ma non dati di già come qualità positive.

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L’integrità della coscienza

Jacopo Nacci, 15 ottobre 2008

E’ uscita su MicroMega un’intervista a Roberta De Monticelli, che è risposta alla risposta di Betori alla prima lettera della filosofa, pubblicata sul Foglio e ridenominata, in rete e fuori, “Abiura di una cristiana laica”. E’ una bella intervista: vi si trovano in forma più espansa quei concetti che ben conosce chi segue De Monticelli da qualche anno e ha letto la Lettera sullo spirito e l’ideologia, concetti che però rimanevano contratti nella lettera pubblicata sul Foglio: il rapporto tra Dio e i valori, il nichilismo della Chiesa contemporanea e anche la risposta a chi si domandava perché De Monticelli ci avesse messo tanto a dare l’addio a qualsivoglia collaborazione con la Chiesa.

«Lungi dal liberarmi da quel dubbio, e pur restando intatta la mia gratitudine per tutti quelli che, fuori e dentro la Chiesa, hanno trovato non infondate le mie domande, la maggior parte delle risposte che ho ricevuto mi ci hanno ricacciata in pieno. Non tanto per le stroncature, che pure ci sono state, quanto perché in troppe quasi-risposte mi si mostrava, lo dico con grande tristezza, il volto bifido dell’ipocrisia, paradossalmente di un’ipocrisia che non sa più di esserlo, che forse è in buona fede – ma questo è anche peggio, perché è come se l’integrità della coscienza fosse incrinata dalla sudditanza del cuore (che è cosa toto genere diversa dall’obbedienza al vero). E poi il dolciastro della melassa solidaristica, a condire il rifiuto di onorare la solitudine della coscienza personale, e la confusa dialettica della relazione a offuscare la negazione della responsabilità ultima che ciascuno porta di se stesso».

L’intervista completa

Nichilismi, infamie

Jacopo Nacci, 3 ottobre 2008

Questa lettera di Roberta De Monticelli è comparsa ieri sul Foglio con il titolo “Abiura di una cristiana laica”.

Questo è un addio. A molti cari amici – in quanto cattolici. Non in quanto amici, e del resto sarebbe un fatto privato. E’ un addio a qualunque collaborazione che abbia una diretta o indiretta relazione alla chiesa cattolica italiana, un addio anche accorato a tutti i religiosi cui debbo gratitudine profonda per avermi fatto conoscere uno dei fondamenti della vita spirituale, e la bellezza. La bellezza delle loro anime e quella dei loro monasteri – la più bella, la più ricca, e oggi, purtroppo, la più deserta eredità del cattolicesimo italiano. O diciamo meglio del nostro cristianesimo. L’eredità di Benedetto, di Pier Damiani, di Francesco, dei sette nobili padri cortesi che fondarono la comunità dei Servi di Maria, di tanti altri uomini e donne che furono “contenti nei pensier contemplativi”. E anche l’eredità di mistici di altre lingue e radici, l’eredità, tanto preziosa ai filosofi, di una Edith Stein, carmelitana che si scalzò sulle tracce della grande Teresa d’Avila.

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Ritorno alla terza meditazione in settembre

jacopo nacci, 25 settembre 2008

L’intera vita emotiva viene piuttosto vista come un caos di eventi totalmente ciechi che si svolgono in noi al modo di un qualsiasi processo naturale, di eventi che devono essere caso mai orientati con una qualche tecnica per ottenere un vantaggio oppure per evitare un danno, ma a cui non si deve affatto prestare ascolto, magari facendo attenzione a capire che cosa “intendono”, che cosa ci vogliono dire, che cosa ci consigliano o sconsigliano, qual è la loro mèta, che cosa indicano! È possibile stare in ascolto di quanto un sentimento ci dice quando sentiamo la bellezza di un paesaggio e di un’opera d’arte, oppure quando sentiamo le qualità peculiari di una persona che ci sta davanti; intendo dire che è possibile percorrere questo sentimento stando in ascolto e accettare in modo sereno l’esito a cui tale percorso ci conduce. In tal senso stare in ascolto significa avere finezza d’udito per ciò che ci sta di fronte e verificare in modo rigoroso se quel che noi esperiamo come chiaro, evidente e determinato, è veramente tale. È allora possibile una cultura che sappia discernere in modo critico ciò che in un determinato sentimento è “autentico” e ciò che è “inautentico”, ciò che appartiene al semplice puro sentire e ciò che è invece solo un aggiunta del desiderio, della volontà orientata verso determinati fini, oppure della riflessione e del giudizio. Tutto ciò è andato costitutivamente perduto per l’uomo moderno. Fin dal principio egli non ha fiducia in ciò che nel sentimento potrebbe udire, né dimostra di prenderlo sul serio.

Max Scheler, Ordo amoris

La modestia

Jacopo Nacci, 24 ottobre 2007

«Aprire un giornale, parlare con un amico, iscrivere un figlio a una scuola, far visita a un parente in ospedale o interrogarsi su cosa faremo di un pomeriggio di libertà sono alcune fra le infinite occasioni di imbattersi in questioni che solo la fretta, la modestia o… la mancanza di abitudine al pensare, appunto, ci impediscono di riconoscere come filosofiche. Metafisiche addirittura alcune, teologiche altre, psicologiche, esistenziali, estetiche, etiche. E infine, molto più di quanto non sembri, questioni di logica. Che in definitiva è l’etica del pensiero, senza la quale non c’è responsabilità nell’uso delle parole. Non c’è coscienza del loro peso, del loro contributo alla verità e alla falsità di quello che diciamo.

Proprio per questo, cominceremo “leggeramente”, un avverbio che volentieri il padre della nostra lingua, Dante, associa al verbo “ragionare”. Cominceremo dall’allegria che fa lieve la mente, perché “allegria” si apparenta con “alleggerire”. Se dobbiamo credere ad Agostino, di cui si è festeggiato nel 2005 il milleseicentocinquantesimo anniversario della nascita, “Nutre la mente solo ciò che la rallegra”.»

Roberta De Monticelli, “Il sonnambulismo e la veglia della mente”, in Nulla appare invano

Il relativismo di Ratzinger

Jacopo Nacci, 19 maggio 2007

Roberta De Monticelli, L'ordine del cuoreL’ordine del cuore, trattato di “etica e teoria del sentire” di Roberta De Monticelli, si contrappone con fermezza tanto alla tesi che senza Dio non si darebbero valori, quanto al riduzionismo razionalista che forma tanta parte del senso comune. Lo fa tratteggiando i nodi cruciali di un’etica alternativa, e forse sconosciuta ai più a causa di una scarsa esposizione massmediatica del movimento fenomenologico in filosofia. Lo fa con due mosse semplici e complementari: riconoscendo al cuore un ruolo psichico e ai valori uno statuto ontologico.
Secondo l’autrice i valori non sono costruzioni sociali, come invece vorrebbe un certo razionalismo utilitarista: i valori sono realmente presenti nelle persone, negli esseri viventi, nelle cose, a disposizione della scoperta, proprio come le leggi della fisica. Il cuore, in senso quasi letterale, è l’organo predisposto e appropriato a percepire i valori, esercitando una funzione che comunque non priva la razionalità di importanza o grandezza.

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