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La dissipazione dell’energia

Jacopo Nacci, 9 marzo 2009

Questa recensione compare sull’Indice di febbraio.

Il protagonista del romanzo, Emiliano, esce dal carcere dopo aver scontato sedici anni per un omicidio che non ha commesso e del quale nemmeno desidera più sapere chi sia il colpevole. Fuori dal carcere, con una pistola in pugno, lo attende Omero, il padre del ragazzo ucciso. Ma Emiliano, l’arma puntata in faccia, si dichiara innocente, e Omero è perduto, perché il passato deve in qualche modo passare, e lui si è aggrappato in tutti quegli anni all’idea della vendetta: qualcosa che poteva permettergli di chiudere una volta per tutte i conti con il dolore. Tutto ciò che Omero può fare, ora, è stringere un nuovo patto con se stesso, inventarsi una nuova missione da portare a termine per poter poi sentirsi libero: deve trovare il vero assassino. Ed è intenzionato a coinvolgere Emiliano, perché Emiliano è una sonda da immergere nelle strade oscure del passato, ma è anche e soprattutto l’intero mondo che a Omero è rimasto. Emiliano, prostrato dalla vita, passivamente diviso tra l’istinto di sopravvivenza e una stanchezza assoluta che quasi lo rende disposto a farsi ammazzare pur di essere lasciato in pace – «Non l’ho ucciso io e mi sono fatto sedici anni di galera. Ho pagato abbastanza» – si lascia convincere per sfinimento dall’insistenza di Omero, che somiglia, dice, a «quei cani che prendono calci ma continuano a seguire il padrone e quando li si guarda negli occhi non si capisce perché».

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Cose dell’anno scorso eppure belle

Jacopo Nacci, 16 gennaio 2009

Questa recensione è andata in onda sull’Indice di novembre. Cagnanza e padronanza di Peppe Fiore, invece, è scaricabile gratuitamente qui, ed è molto, molto, molto bello.

I racconti di Peppe Fiore riescono spesso ad essere colmi allo stesso tempo di cinismo e d’amore, spietati e insieme empatici, sarcastici e partecipi. Un’alchimia sentimentale generata dalla fusione apparentemente dissonante e invece inaspettatamente armonica tra una scrittura fatta di precisione entusiasta, affettuosa nella descrizione dei protagonisti e – attraverso la loro voce – incantata dai loro corpi, dagli oggetti e dalle merci che li circondano e che di fatto blindano i loro mondi, e lo sconforto che emana dall’autoreferenzialità delle loro vite, dall’incomunicabilità che regna sovrana ovunque, dalla sostituzione dei soggetti con gli oggetti. In Cagnanza e padronanza, rispetto alla prima raccolta, Attesa di un figlio nella vita di un giovane padre, oggi (Coniglio 2005), le atmosfere scivolano di qualche metro dal pop colorato al grigiore impiegatizio o periferico: se alcuni racconti si svolgono ancora nel perimetro angusto del benessere fatto di bisogni indotti dal marketing (Frigidaire), tra le vite rette dai valori indiscussi dell’ideologia delle performance (Risvolti poco noti della carriera universitaria in Italia), altrove compaiono anche i confini di questo mondo: la bestialità appena sotto pelle di Amarsi troppo, quella che striscia accanto alla civiltà di Forme di vita su un pianeta, passando attraverso il paragone generazionale di Il mio ultimo purè, Pirinol e Intermezzo, spingendosi a cercare l’antecedente storico della società senza via d’uscita nel racconto che dà il titolo alla raccolta, dove svetta la figura emblematica di Mario Badalassi, studente politicizzato e saccente, figlio di un’Italia fino all’altro ieri miserabile e affamata, ferina e inurbata di peso. In quel passato si celano le radici della tragedia dei personaggi di Fiore, che è la loro incapacità di esplodere fuori dai mondi nei quali si sono rinchiusi, e che deriva dal non possedere nemmeno i vocaboli, le immagini, gli oggetti per dire la disperazione.