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Resa di un recensore di Candida (parte quarta)

jacopo nacci, 13 aprile 2011

Marco Candida, Il bisogno dei segreti

Come si può leggere nelle parti precedenti di questa resa, qualche considerazione sul Bisogno dei segreti l’ho fatta; per esempio, questa: il ruolo che negli altri romanzi di Candida era svolto da una percezione distorta della realtà, una percezione prodotta dall’ossessione, nel Bisogno dei segreti è svolto da una consapevole manipolazione dei dati di realtà a opera di una protagonista che organizza ai danni del mondo un piano ben preciso, un piano che consiste nel trasformare la realtà altrui in un incubo. Per ora teniamola qui, questa considerazione.
Ho detto che in questa quarta e ultima parte avrei parlato del modo in cui, nel Bisogno dei segreti, accade tutto ciò che accade. Ecco. Innanzitutto c’è il gusto della lettura, talmente intenso che posso prendere in mano il libro con le migliori intenzioni esegetiche e dopo un po’ sto correndo sulle parole dimenticandomi completamente degli universi candidiani, delle cartine geografiche, di tutto quell’armamentario cerebrale da cerebralisti; dopo averlo letto la prima volta mi sono pure detto: rileggendolo non succederà; e invece è successo di nuovo. In secondo luogo nel Bisogno dei segreti i temi candidiani sono come sminuzzati, centrifugati, amalgamati, affogati in una pasta completamente nuova; qui c’è un testo che non rinuncia alle descrizioni ossessive ma, rispetto al passato, nasconde i simboli più profondamente, o diversamente: i simboli entrano nella mente di soppiatto, come alle spalle di una sentinella; ma la sensazione è che andranno tutti dove devono andare, e andranno a conficcarsi più in profondità di dove li avrei sistemati io se si fossero fatti vedere dalla sentinella.

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Resa di un recensore di Candida (parte terza)

jacopo nacci, 7 aprile 2011

Marco Candida, Il bisogno dei segreti

La via mistica. Forse di fronte a un mondo, a un corpo e a una morte che reclamano la propria realtà, di fronte alla coscienza piena della nostra transitorietà, è possibile risvegliarsi davvero (dalle manie, dal sogno, dalle paranoie), e amare davvero (se stessi, gli altri), tanto da sacrificare il proprio buon nome e la propria immagine pubblica come se niente ci legasse ad essi. Ora, seguendo le tradizioni mistiche, è possibile ipotizzare che chi si trovi nel pieno della coscienza, ovvero unito con lo spirito, possa trattare se stesso come un altro pur rimanendo uno, cioè possa distaccarsi da sé e amarsi come persona. In questa prospettiva è possibile leggere gli atti di Connie non come un atto di egoismo e un atto di altruismo in contraddizione tra loro, ma come un unico atto altruista, una redenzione di tutti, compresa la propria persona, il frutto di un amore totale e incondizionato verso tutto e tutti, compresa la propria persona. È possibile, allora, che sulla via mistica le due spiegazioni di Manuel siano vere entrambe?

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Resa di un recensore di Candida (parte seconda)

jacopo nacci, 4 aprile 2011

Marco Candida, Il bisogno dei segreti

Come ho scritto nella prima parte, Il bisogno dei segreti ha la fisionomia di un campo di indagine morale, e questo soprattutto per il finale, che è un finale che cambia il senso di tutto ciò che è stato raccontato prima; ho scritto che in questo post parlerò del finale, e poi che ne terrò conto nei prossimi post, ma ho anche scritto, «lettore, che il romanzo è talmente intrigante che forse, anche se leggerai i prossimi post, quando aprirai il libro, te lo godrai ugualmente; forse, addirittura, quando aprirai il libro e comincerai a leggere, dimenticherai ciò che sto per dirti».
Nel finale del Bisogno dei segreti, Manuel, l’ex della protagonista Connie, è certo che Connie abbia avuto delle buone ragioni per mettere in atto il suo piano contro le persone che la circondavano, e propone un’interpretazione dell’agire di Connie, un’interpretazione che Connie accoglie. Ora, questa interpretazione si compone di due parti, che sono in effetti due spiegazioni – e Connie le conferma entrambe – ed è di questo dualismo che vorrei parlare, perché mi sembra che in questo dualismo ci sia uno dei segreti del Bisogno dei segreti.

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Resa di un recensore di Candida (parte prima)

jacopo nacci, 31 marzo 2011

Marco Candida, Il bisogno dei segreti

Come ho scritto nell’intro, dentro la mia testa c’è un lungo tavolo, e su questo tavolo sono dispiegate le cartine geografiche che riproducono – o che io credo che riproducano – l’universo di Marco Candida. Eppure, come ho scritto sempre nell’intro, mi sono arreso: non recensirò Il bisogno dei segreti di Marco Candida, a meno che non si voglia considerare una recensione questa serie di post; di certo non è la recensione che immaginavo di fare. E, come ho scritto nell’intro, non ho scuse. Non ho scuse perché, nel Bisogno dei segreti, il Candida delle cartine geografiche dispiegate nella mia mente c’è: è nel mondo fatto di messaggi e paranoie; nel reale in cui si crea uno squarcio su un altro mondo che a sua volta determina una distorsione del reale; nel tema della vergogna; nei tratti del grottesco; nelle storie che stanno dentro altre storie.

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Resa di un recensore di Candida (intro)

jacopo nacci, 29 marzo 2011

Ogni storia non è regolata da un conflitto ma da una relazione. A volte questa relazione può rimanere solo un tentativo. Altre volte può riuscire pienamente. Storie di popoli. Storie di Nazioni. Storie piccole. Storie grandi. Tutti soltanto tentativi di relazione. Toccami oppure Non toccarmi. Baciami oppure Non baciarmi. Vieni a casa mia oppure Non venire.

Marco Candida, Il bisogno dei segreti
(le frasi in Italique si riferiscono a un manuale di frasi fatte per imparare l’inglese)


Marco Candida, Il bisogno dei segretiDa giorni vorrei parlare del nuovo romanzo di Marco Candida, Il bisogno dei segreti (Las Vegas, 2011). E non ci riesco. Ho quasi sempre creduto di riuscire a comprendere la scritture e le storie di Candida, il loro senso, i loro sensi, i loro piani e di possedere le loro chiavi di lettura.
La prima cosa che scrissi su un romanzo di Marco Candida fu una recensione del Diario dei sogni (Las Vegas, 2008) che era anche un confronto tra Il diario dei sogni e  La mania per l’alfabeto (Sironi, 2007); poi continuai con una recensione di Domani avrò trent’anni (Eumeswil, 2008): in entrambi i casi mi erano chiare – o, almeno, credo che mi fossero chiare – le direzioni, i passaggi, i rimandi, le evoluzioni e le rivoluzioni di senso: nella mia testa c’era un universo candidiano di concetti e significati, i mutamenti del quale potevo comprendere – o credevo di poter comprendere – disegnando, ogni volta che leggevo un nuovo lavoro, una nuova cartina geografica – come le cartine delle terre fantastiche che si trovano nel Signore degli Anelli o nella Spada di Shannara – e confrontando ogni volta la nuova cartina con le precedenti.
Con Il mostro della piscina (Intermezzi, 2009) ero già andato un po’ in crisi. Però – mi dicevo – vabbè: è un romanzo completamente diverso, estemporaneo, appartiene a un genere particolare, e poi si sa che lo ha ideato tanti anni fa, quando non era ancora davvero // Marco Candida //, il Marco Candida delle cartine geografiche dispiegate sul tavolo della mia testa. E così, dicendomi queste cose, ho superato la crisi.
Ecco. Giorni fa ho letto Il bisogno dei segreti, che, lo dico subito, è un gran bel romanzo. E questa volta non ci sono scuse. Apertamente mi arrendo: non scriverò una recensione del Bisogno dei segreti, o almeno non scriverò il tipo di recensione che credevo avrei scritto. E nel raccontare questa resa, nei prossimi post, cercherò almeno di spiegare perché.

Prosegue qui.

AAVV, Viva Las Vegas

jacopo nacci, 4 marzo 2010

La casa editrice Las Vegas celebra la propria nascita con questa brillante antologia di racconti: quindici storie delle quali una tira l’altra come le ciliegie del logo, e nessuna lascia che il livello cada; anche perché, va detto, gli autori (distanti per temi e stili) sono giovani ma non dilettanti: tutti hanno alle spalle esperienze di una certa consistenza, e pressoché tutti si muovono con confidenza e perizia, senza tenere necessariamente fede al giovanilismo della bandella – “Las Vegas cerca storie giovani, ironiche, rock, romantiche, glamour” –, ma anche evitando i vittimismi più facili e diffusi del nostro tempo e del nostro spazio. Impossibile rendere conto di tutti i motivi di interesse: segnaliamo Via Paolo Sarpi di Gianluca Mercadante, una storia ambientata durante la rivolta cinese a Milano, un racconto intenso che non teme la complessità del reale; Io e Palmieri di Giuseppe Bottero, nel quale la sfida definitiva di un campione delle performance estreme sul viale del tramonto è narrata con spessore esistenziale dal fedele assistente; Selvaggina di Marco Candida, la registrazione del flusso cerebrale e ossessivo generato dal protagonista, appostato con fucile spianato alla finestra di casa; Silenzio di Elisa Genghini, dove una cena tra amiche punteggiata di flashback lascia spazio a un’insolita conclusione: un racconto dallo stile e dal ritmo raffinati; r.e.s.p.e.c.t. di Christian Mascheroni, una storia dolorosa dall’immaginario forte: protagonista la fauna di comparse e quasi-attori che ruota attorno a Las Vegas (Usa); Ho letto di te (una lettera) di Ivano Bariani, caustica invettiva rivolta da un impiegato dell’anagrafe a uno scrittore; e il delicatissimo 386 ore prima di Carlo Melina, un autore che per consapevolezza stilistica e autonomia intellettuale varrà la pena di seguire.

Questa recensione comparve sull’Indice dell’aprile 2008, ma non fu mai pubblicata su New-Clear Wordz.

Marco Candida, Il diario dei sogni

jacopo nacci, 1 marzo 2010

 Questa recensione è apparsa sull’Indice dell’aprile 2008.

Marco Candida, Il diario dei sogni

Verino Lunari, disoccupato e scrittore emergente, tiene un registro dei sogni provocatigli dal Cipralex, il medicinale con il quale cura i suoi attacchi di panico. Spesso, come episodi di una storia, i sogni di Verino compongono una narrazione parallela alla vita: nella paranoia del tradimento da parte degli amici, attività onirica e veglia si respingono, si rincorrono e si travolgono l’un l’altra. Altre volte sogno e realtà intrattengono rapporti di apparente contrapposizione: mentre Verino analizza se stesso e gli altri riducendo quasi ogni essere umano a cosa, nel suo sogno ogni oggetto respira. C’è poi il sogno che è pura invenzione, lampo della mente, ipotesi visionaria: donne che si nutrono dalle ascelle, letture del pensiero frammentarie, fantasmi che vogliono infestare una casa ma sbagliano indirizzo. Il romanzo è appassionante, la scrittura di Candida non ha mai flessioni. La narrazione su due piani richiama il bell’esordio, La mania per l’alfabeto (Sironi, 2007), e anche nel Diario dei sogni torna il rimando all’aforisma 84 della Gaia scienza sull’apparente inutilità della poesia: poesia e necessità, condizione dello scrittore e condizione del lavoratore ordinario si ritagliano ognuna un proprio mondo, e sono mondi con scale di valori inverse.

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Be aggressive

Jacopo Nacci, 20 maggio 2009

Questa recensione è apparsa sull’Indice di maggio.

A tre anni dall’esordio A cena con Lolita (Pendragon 2005), torna Eva Clesis con un romanzo agile e sincero, che possiede l’essenzialità e la freschezza dei libri scritti con urgenza, e del quale il maggior pregio è forse la credibilità della protagonista, Assunzione Maria Addolorata De Caro, figlia di madre inglese e padre italiano, due allegri fricchettoni che, in occasione del suo settimo compleanno, regalano alla bimba il suo nuovo nome: Alice, omaggio al personaggio di Carroll. L’atmosfera favolistica, irreale e gioiosa che regna nelle scene d’infanzia ambientate nella casa freak, irradiata dall’attitudine psichedelica dei genitori di Alice, è interrotta dalla violenza dell’incidente che lascia orfana la bambina. Alice è letteralmente gettata nel mondo. Viene così affidata alla nonna paterna, la terribile, storica maestra elementare di un paesino del Sud, convinta sostenitrice dell’educazione impartita con il bastone. La perdita dei genitori e il trasferimento forzato capovolgono il carattere di Alice: dapprima taciturna, riflessiva e responsabile, quasi dovesse bilanciare l’inettitudine dei genitori, diviene una ragazzina selvatica e aggressiva, introversa e incapace di spiegarsi a causa di un bilinguismo mai realmente sviluppato, dietro il quale però sembra celarsi una sfiducia che la protagonista nutre nei confronti del linguaggio.

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