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A cosa serve ciò che non serve a niente (1)

jacopo nacci, 2 settembre 2011
Yoshitoshi ABe, serial experiments lain, 1998

Yoshitoshi ABe, serial experiments lain, 1998

Qualche considerazione a margine dell’ultimo pezzo su Scrittori Precari, dove scrivo «dell’attacco che la tecnocrazia spesso muove alla formazione umanistica: non servendo quest’ultima ad altro che allo strato più spirituale della nostra persona, secondo un paradigma tecnocratico, essa non serve a nulla, e questo perché, là dove serve, la tecnica vede il nulla».
Di solito non parlo di letteratura* – e nemmeno di filosofia – in generale, perché, se dovessi dire qualcosa in generale, direi che la letteratura – come la filosofia – non serve a niente. Però ho deciso di cogliere l’occasione e provare – non so se ci riuscirò – a dire perché secondo me la letteratura non serve a niente.

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Abenobashi: se e quando le cose cambiano

Jacopo Nacci, 15 gennaio 2007

La sceneggiatura complessa di Evangelion ha detto male alla Gainax, che ora non può più permettersi una storia che preveda un cambio di registro o una rivoluzione a narrazione inoltrata senza che qualcuno affetto da volontà di modestia salti su al primo accenno di virata con un «Ecco il solito pastrocchio della Gainax». Dispiace perché Quartiere Commerciale Abenobashi è così delicato che rischia di essere schiacciato, come del resto tutti coloro cui, per pregiudizio, non si attribuisce la capacità di intessere un discorso coerente. Non è sbagliato dire che Abenobashi è una celebrazione otaku-maniacale dell’animazione giapponese, una valanga di omaggi, di parodie dei tic e degli stilemi dell’anime: Abenobashi è talmente educato che lo lascia dire. Ma prima di sostenere che quel salto terrificante che si verifica a metà serie è una scellerata scalata di specchi, una pretesa di serietà che non si realizza, opera di produttori senza idee e senza scrupoli, vale la pena di lasciarlo parlare, questo anime. A ben vedere, infatti, Abenobashi, come in qualche modo faceva Dal tramonto all’alba, mette alla prova proprio la nostra capacità di adattamento o, detto in termini impegnativi ma consoni, la nostra disponibilità ad accettare il divenire del mondo.

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