Post taggati ‘Matteo Pascoletti’

Prose Combat

jacopo nacci, 13 novembre 2012

Simone Ghelli - Voi, onesti farabuttiHo già scritto una volta della mia difficoltà a parlare delle opere di Simone Ghelli, eppure bisogna parlarne, perché Voi, onesti farabutti è un romanzo importante e bisogna dirlo. E però non riesco nemmeno a scegliere un passo da citare per mostrare almeno un esempio di questa scrittura straordinaria; ogni volta che dico “eccolo”, immediatamente sento di fare un torto al resto del romanzo. Forse è anche per questo che, nelle loro (ottime) recensioni, Vanni Santoni di citazioni ne ha portate tre, e Matteo Pascoletti otto. Sono citazioni la cui presenza è più che motivata dai contenuti che Matteo e Vanni hanno scelto di esporre, ma ho l’impressione che di fronte a questo testo si senta forte il bisogno di mostrare al lettore della recensione di cosa si sta parlando, di porgergli un esempio concreto di questa scrittura. Andate a leggerle, quelle recensioni. Di mio vi dico che la lingua di Ghelli è magra e pregna: è stata immersa nella materia e poi strizzata. E rotola: leggere Voi, onesti farabutti è fare l’esperienza di un flusso ossessivo, inarrestabile, e nel contempo accorgersi che è un problema tuo, perché il narratore è saldo, nella tempesta: con quella che per te è una valanga, lui ha imparato a conviverci, a modularla, a dominarla, a farne un potere; è diventata la sua voce: è un mangiafuoco, un fachiro, un’entità in grado di lasciarsi attraversare da elementi che distruggerebbero qualsiasi altra creatura dotata di un’attività psichica. E ti rendi conto che non è altro che il coraggio di uno che contemplava il suo complesso di rocce, e che poi un giorno ha deciso: si è levato in piedi ed è andato via; quando è tornato, aveva con sé un mucchio di corde: ha legato le corde attorno alle rocce, una per una, poi si è voltato, e gettandosi le corde sulla spalla e stringendo tutti i capi tra le mani, ha cominciato a tirare, a camminare trascinando le rocce con sé, con il suo corpo magro. Olio e vino, humus e sangue. Le visioni salgono dai buchi della terra: ho visto una famiglia antica in guerra, asserragliata tra le stoviglie sotto le raffiche della televisione che ogni giorno invade la Polonia. Voi, onesti farabutti è un rifiuto della cattiva astrazione, è il vivere nella carne il riflesso devastante del macrosistema. Un sasso di simboli e sensi che sale dal fondo del corpo, da ciò che lo costituisce e lo trascende, tellurico, a interpretarlo non mi ci provo nemmeno: quando le botte mi arrivano così, il lavoro lo fanno al di sotto della mia coscienza. Lo assumo per come è, e attendo che qualcuno che ne sa a pacchi si prenda la briga di schiavardare questo ordigno.

And the radio plays

jacopo nacci, 15 maggio 2012

…Ad aumentare l’interesse per il progetto è il fatto che la CNP ha compiuto un gesto di estrema emancipazione dai meccanismi editoriali di questo paese, esercitando una forma di autopubblicazione al di là di ogni compromesso, con una formula all’avanguardia che elimina in un solo colpo tutti gli intermediari editoriali. Ecco dunque che troviamo l’elemento chiave che determina la linea di rottura fra l’operazione di CNP e, da un lato, la forma narrativa blogghistica con la sua natura frammentaria e, dall’altro, l’autopubblicazione tramite servizi online sul modello di lulu.com. Questo elemento è la fiducia nella qualità della propria scrittura e nelle competenze editoriali acquisite lavorando per anni nel settore dell’editoria…

Qui, su Il lavoro culturale, Claudia Boscolo parla di Lo zelo e la guerra aperta, della Cooperativa di narrazione popolare, e intervista Ilaria, Enrico e me.

Su Lo zelo e la guerra aperta hanno scritto anche S.A., Nicola Ciccoli e Matteo Pascoletti. Della CNP hanno parlato anche Gabriele Ametrano e Mattia Filippini.

Il bello non è in divenire

jacopo nacci, 14 novembre 2011
Renato Guttuso, la visita della sera

Renato Guttuso, La visita della sera, 1980

Ecco, io ho imparato che l’arte, così come l’ho vissuta dentro di me, serve (e per me servire non è una brutta parola, perché servire vuol dire essere in grado di farsi piccoli, di andare verso il mondo senza ricercare l’utile) a muoverci verso il vero attraverso il bello. Attenzione, il bello non è il piacevole o il dilettevole: quest’ultimi dipendono dal gusto, sono qualcosa di soggettivo, più legate alle mode e alle convezioni. Il bello è quel mistero per cui gli uomini, ad esempio, se assistono al fragore improvviso di un tuono provano un misto di paura e soggezione. Il bello è ciò che colpisce nella vastità di un panorama, ancora prima di prendere una macchina fotografica perché magari abbiamo smarrito la forza della contemplazione, e abbiamo bisogno di produrre immagini per possederle. Il bello è nella persona che scopriamo in noi di amare ancora prima che questo sentimento generi un qualunque desiderio.
Il bello non è in divenire, lo è nelle forme che l’arte vi conferisce per renderlo intellegibile, per cui ho imparato che, ad un certo punto, nel vivere l’arte a qualunque livello, ci sono contesti in cui essa va abbandonata in favore del vero; sennò diventi un contadino che ara perché affezionato al gesto, non curandosi della semina o delle stagioni.

Con un grande post, Matteo chiude La società dello spettacaaargh!.

La soglia oltre lo spettacolo

jacopo nacci, 7 novembre 2011
Machine World

La società dello spettacaaargh! volge verso il termine: penultimo episodio qui. Con la sensazione che ciò che ci attende dopo sia pure peggio.

Presentiamo Dread

jacopo nacci, 19 ottobre 2011

Sabato 22, alle 18.30, all’Otto Circolo Arci di Pesaro, in via Bramante 65, Matteo e io si presenta Dreadlock al pubblico.

Cuz in aaargh! we trust.

Pascoletti recensisce Dread

jacopo nacci, 13 ottobre 2011
Dreadlock visto da Antonio Sileo

Dreadlock visto da Antonio Sileo

[...] Dreadlock! (Zona 9volt, 2011), che esce in libreria il 25 ottobre, è un tassello godibilissimo di questo percorso. È un romanzo breve, ma molto denso, di quelli che, a distanza di anni, si torna volentieri a leggere per scoprire magari strati e zone di significato che in precedenza erano sfuggiti, o che erano scivolati via perché non eravamo pronti a specchiarci in essi. [...]

Qui la recensione completa.

A cosa serve ciò che non serve a niente (1)

jacopo nacci, 2 settembre 2011
Yoshitoshi ABe, serial experiments lain, 1998

Yoshitoshi ABe, serial experiments lain, 1998

Qualche considerazione a margine dell’ultimo pezzo su Scrittori Precari, dove scrivo «dell’attacco che la tecnocrazia spesso muove alla formazione umanistica: non servendo quest’ultima ad altro che allo strato più spirituale della nostra persona, secondo un paradigma tecnocratico, essa non serve a nulla, e questo perché, là dove serve, la tecnica vede il nulla».
Di solito non parlo di letteratura* – e nemmeno di filosofia – in generale, perché, se dovessi dire qualcosa in generale, direi che la letteratura – come la filosofia – non serve a niente. Però ho deciso di cogliere l’occasione e provare – non so se ci riuscirò – a dire perché secondo me la letteratura non serve a niente.

(continua…)

Guns don’t aaargue

jacopo nacci, 29 agosto 2011

Su Scrittori precari riprendono le attività con l’undicesima puntata della Società dello spettacaaargh!.

E allora ho pensato questa cosa: di quali mezzi disponiamo per opporci a questa tendenza a precipitare verso l’alto? La letteratura, la filosofia, l’arte, mi pare. Tutto ciò che si rivolge allo strato spirituale, tutto ciò che infatti chiamiamo “umanistico”. Il lavoro di uno scrittore, per esempio, è anche una lotta contro gli automatismi che salgono alla lingua, una lotta per dire esattamente il reale, e un contributo a una più sana connessione di significanti e significati. Ma più si inerpicano i piani meta-, più aumenta la loro forza gravitazionale: questa potenza credo sia causa e scopo anche dell’attacco che la tecnocrazia spesso muove alla formazione umanistica: non servendo quest’ultima ad altro che allo strato più spirituale della nostra persona, secondo un paradigma tecnocratico, essa non serve a nulla, e questo perché, là dove serve, la tecnica vede il nulla. Perciò ritengo che l’errore del tecnocrate non stia tanto nell’attaccare l’opera di fantasia come menzogna, quanto nel ritenere menzogna un’opera della fantasia, e che questo accada perché il tecnocrate ignora la parte di sé a cui quell’opera si rivolge e sulla quale, magari, l’opera dice il vero attraverso la metafora – del resto credo che senza la metafora sarebbe difficile indicare anche solo dove guardare per poterla vedere, quella parte di sé.

Il resto, come sempre, lo trovate qui.
Anche su Yattaran – che adora settembre – si ricomincia.

Feria d’aaargosto

jacopo nacci, 8 agosto 2011

Porre queste domande, cercare risposte, è qualcosa che non può esaurirsi nel pensiero, e anzi deve uscire da una convinzione edenica di purezza morale, perché anch’essa per me è un idolo, visto che si è comunque nel labirinto, tra le grinfie del Leviatano, se essa rimane uno stato mentale: si partecipa comunque a un sistema produttivo che si contesta, con l’aggravante di non porre come problema la contraddizione; dico problema, attenzione, e non colpa, poiché non si sceglie dove nascere. Tanto vale contagiarsi, sperimentare, commettere errori; mutare il punto di osservazione. Tanto vale trovare chi è in grado di compiere ciò, o ne ha volontà autentica, in un ambito lontano dal tuo o dal mio. Puoi non capire nulla di economia, ma puoi riconoscere facilmente uno spirito affine.

Ridin’ and jokin’ (cit. Ponyluna) siamo arrivati alla 10 della Società dello spettacaaargh!. Scrittori precari si prende una vacanza e riapre il 29 agosto con la 11.
Episodi precedenti: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9.

Rage aaargh! the machine

jacopo nacci, 1 agosto 2011

«Nona puntata. Di fronte al Mastodontico Merdamostro, Yattaran entra in crisi ed è tentato dall’evocare la Nemesi pasoliniana, ma poi alla fine resiste e non cede. [Anticipazione della prossima puntata: Matteoplatone bestemmia in cirillico mentre pensa al da farsi.]»
Matteo Pascoletti

La società dello spettacaaargh! va in onda ogni lunedì su Scrittori precari.
Episodi precedenti: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8.