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Lundi

jacopo nacci, 6 maggio 2013

Simone Weil

Perdonare. Non si può. Quando qualcuno ci ha fatto del male, si creano in noi determinate reazioni. Il desiderio della vendetta è un desiderio di equilibrio essenziale. Cercare l’equilibrio su di un altro piano. Bisogna andare da soli fino a quel limite. Là si tocca il vuoto. (Aiutati che il ciel ti aiuta…)

Tragedia di coloro che, essendosi inoltrati per amor del bene in una via dove c’è da soffrire, giungono dopo un certo tempo ai propri confini; e si degradano.

Afferrare (in ogni cosa) che c’è un limite e che non sarà possibile oltrepassarlo senza aiuto sovrannaturale (o, altrimenti, di pochissimo) e pagandolo successivamente con un abbassamento terribile.

Una persona amata che delude. Gli ho scritto. Impossibile che non mi risponda quel che ho detto a me stessa in nome suo.
Gli uomini ci debbono quel che noi immaginiamo ci daranno. Rimetter loro questo debito.
Accettare che essi siano diversi dalle creature della nostra immaginazione, vuol dire imitare la rinuncia di Dio.
Anch’io sono altra da quella che m’immagino essere. Saperlo è il perdono.

Da La pesanteur et la grace, di Simone Weil.
Traduzione di Franco Fortini.

Governa ogni cosa

jacopo nacci, 19 dicembre 2012
Shiva Nataraja

Shiva Natarâdja, XI secolo

Barbelo, il cielo di Cherania, è alta e gonfia di nubi, un drappo color grafite trapuntato d’indaco attraverso il quale posso vedere i bagliori delle scariche che si sfogano nel pleroma. Ma da questa parte della cortina il fulmine non si manifesta, e io non avevo contemplato questa eventualità mentre la frenesia serrava il mio corpo nella navicella, mentre poneva nelle mie dita la combinazione corrispondente alla rotta per Cherania. E ora la mia ignoranza delle cose del fulmine e della natura del pleroma mi fa vergognare.

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Il peggiore tradimento possibile

jacopo nacci, 29 luglio 2011

Simone Weil

Fino a quando non troveremo la possibilità di evitare questa oppressione degli apparati sulle masse nel corso della produzione e del combattimento, ogni tentativo rivoluzionario avrà qualcosa di disperato. Infatti, mentre ci è noto di quale sistema di produzione e di guerra noi agogniamo con tutte le nostre forze la distruzione, ignoriamo quale sistema accettabile potrà prendere il suo posto. D’altra parte, qualunque tentativo di riforma appare come puerile nei confronti delle necessità cieche implicite nel funzionamento di questo, mostruoso ingranaggio. La società del presente assomiglia a una immensa macchina che afferri gli uomini e di cui nessuno conosca le leve di comando; e coloro che si sacrificano per il progresso sociale assomigliano a gente che si aggrappi alle ruote e alle cinghie di trasmissione nell’ansia di arrestare la macchina, facendosene a loro volta stritolare. Ma l’impotenza in cui ci si trova a un dato momento, impotenza che non deve essere mai considerata come definitiva, non può dispensare dal rimanere fedeli a se stessi, né scusare la capitolazione davanti al nemico, di qualunque maschera si copra. Comunque si travestano linguisticamente il fascismo e la democrazia o la dittatura del proletariato, il nemico capitale resta l’apparato amministrativo, poliziesco e militare; un nemico non identificabile con quello che ci sta di fronte, identificabile perché si presenta come nemico dei nostri fratelli, bensì è il nemico che dice di essere il nostro difensore, mentre ci rende schiavi. In qualunque circostanza il peggiore tradimento possibile consiste sempre nell’accettare la subordinazione a questo apparato e nel calpestare in se stessi e negli altri, per servirlo, tutti i valori umani.

Simone Weil, “Riflessioni sulla guerra”, Incontri lbertari
Traduzione di Maurizio Zani

Dimanche

jacopo nacci, 22 maggio 2011

Simone Weil

«Noi crediamo per tradizione, per quanto riguarda gli dèi, e vediamo per esperienza, per quanto riguarda gli uomini, che sempre, per una necessità di natura, ogni essere esercita tutto il potere di cui dispone» (Tucidide). Come un gas, l’anima tende ad occupare la totalità dello spazio che le è accordato. Un gas che si restringesse e che lasciasse un vuoto sarebbe contrario alla legge della entropia. Non succede così col Dio dei cristiani. È un Dio sovrannaturale mentre Geova è un Dio naturale.
Non esercitare tutto il potere di cui si dispone, vuol dire sopportare il vuoto. Ciò è contrario a tutte le leggi della natura: solo la grazia può farlo.
La grazia colma, ma può entrare soltanto là dove c’è un vuoto a riceverla; e, quel vuoto, è essa a farlo.

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Dimanche

jacopo nacci, 20 marzo 2011

Simone Weil

L’idolatria ha origine dal fatto che, assetati del bene assoluto, non si possiede l’attenzione sovrannaturale e non si ha la pazienza di lasciarla sorgere.

In mancanza di idoli, dobbiamo spesso (tutti o quasi tutti i giorni) penare a vuoto. Senza pane sovrannaturale, impossibile sopportare quella pena.
L’idolatria è dunque, nella caverna, una necessità vitale. Anche fra i migliori, è inevitabile che essa limiti strettamente intelligenza e bontà.

I pensieri sono mutevoli, obbedienti alle passioni, alle fantasie, alla stanchezza. L’attività dev’essere continua, tutti i giorni, molte ore al giorno. Sono necessari dunque moventi dell’attività che sfuggano ai pensieri, quindi alle relazioni: idoli, cioè.

Tutti gli uomini son pronti a morire per quel che amano. Differiscono solo per il livello della cosa amata e per la concezione o la dispersione del loro amore. Nessuno ama se stesso.
L’uomo vorrebbe essere egoista e non può. È questo il carattere più impressionante della sua miseria e l’origine della sua grandezza.
L’uomo si vota sempre a un ordine. Però, salvo illuminazione sovrannaturale, quell’ordine ha per centro o se stesso, o un essere particolare (che può essere una astrazione) nel quale egli si è trasferito (Napoleone per i suoi soldati, la Scienza, il Partito, ecc.). Ordine prospettico.

Non dobbiamo acquistare l’umiltà. L’umiltà è in noi. Soltanto, ci umiliamo dinanzi a falsi dèi.

Simone Weil, “Idolatrie”, La pesanteur et la grace.
Traduzione di Franco Fortini.

Dimanche

jacopo nacci, 13 marzo 2011

καὶ ἄφες ἡμῖν τὰ ὀφελήματα ἡμῶν, ὡς καὶ ἡμεῖς ἀφίεμεν τοῖς ὀφειλέταις ἡμῶν

Et remets-nous nos dettes, de même que nous aussi avons remis à nos débiteurs

E rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi abbiamo rimesso ai nostri debitori

Simone Weil

Al momento di proferire queste parole occorre che i nostri debiti siano stati tutti rimessi. Non si tratta soltanto della riparazione alle offese che pensiamo di aver subìto. Si tratta anche della riconoscenza per il bene che crediamo di aver compiuto, e in generale di tutto ciò che ci aspettiamo da parte degli esseri e delle cose, di tutto ciò che giudichiamo ci sia dovuto e la cui mancanza susciterebbe in noi il sentimento di essere stati frustrati. Sono tutti i diritti che a nostro avviso il passato ci dà sull’avvenire. In primo luogo, il diritto a una certa permanenza. Quando abbiamo goduto di qualcosa a lungo, crediamo che sia di nostra proprietà, e che la sorte sia tenuta a lasciarcene godere ancora. In secondo luogo, il diritto a una compensazione per ogni sforzo, quale che ne sia la natura – lavoro, sofferenza o desiderio. Ogni volta che esce da noi uno sforzo e non rientra in noi l’equivalente di questo sforzo sotto forma di un frutto visibile, avvertiamo un sentimento di squilibrio, di vuoto, al punto di sentirci come derubati. Lo sforzo di subire un’offesa ci induce ad aspettarci il castigo o le scuse di colui che ci ha offesi; lo sforzo di compiere il bene ci induce ad aspettarci la riconoscenza di colui che è in obbligo. Ma questi sono semplici casi particolari di una legge universale della nostra anima. Ogni volta che esce da noi qualcosa, abbiamo un bisogno assoluto che rientri in noi almeno l’equivalente, e siccome ne abbiamo bisogno, crediamo di averne il diritto. Nostri debitori sono tutti gli esseri, tutte le cose l’universo intero. Pensiamo di aver crediti su ogni cosa. Ma tutti i crediti che crediamo di avere sono riconducibili a un credito immaginario del passato verso l’avvenire. È a questo credito immaginario che bisogna rinunciare.

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Dimanche

jacopo nacci, 6 marzo 2011

Simone Weil

Per credere che Dio è ricco di misericordia non mi occorre alcuna speranza o promessa. Conosco questa ricchezza con la certezza dell’esperienza, l’ho toccata. E quel che ne conosco per contatto supera talmente la mia capacità di comprensione e di gratitudine che per me neppure la promessa di una felicità futura potrebbe aggiungervi alcunché, così come per l’intelligenza umana la somma di due infiniti non costituisce un’addizione.
La misericordia di Dio si manifesta nella sventura quanto nella gioia, a pari titolo, e forse anche di più, giacché in questa forma non ha alcun equivalente umano. La misericordia dell’uomo appare soltanto nel dono della gioia, oppure allorché si infligge un dolore in vista di effetti esteriori, guarigione del corpo o educazione. Ma non sono gli effetti esteriori della sventura che testimoniano la misericordia divina. Nel caso di una vera sventura gli effetti esteriori sono quasi sempre cattivi. Quando li si vuole dissimulare si mente. La misericordia di Dio risplende invece nella sventura stessa. E proprio nel fondo, al centro della sua inconsolabile amarezza. Se perseverando nell’amore si cade fino al punto in cui l’anima non riesca più a trattenere il grido: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?», se si rimane in quel punto senza smettere di amare, si finisce con il toccare qualcosa che non è più la sventura né è la gioia, bensì l’essenza centrale, essenziale, pura, non sensibile, comune alla gioia e alla sofferenza, ovvero l’amore stesso di Dio.
Si saprà allora che la gioia è la dolcezza del contatto con l’amore di Dio, che la sventura è la ferita procurata dal medesimo contatto quando è doloroso, e che importa soltanto il contatto, non il modo in cui avviene.
Parimenti, quando rivediamo un essere a noi molto caro dopo una lunga assenza, non contano le parole che scambiamo con lui, ma soltanto il suono della sua voce, che ci assicura della sua presenza.
La cognizione della presenza di Dio non consola, non toglie alcunché alla tremenda amarezza della sventura, non risana la mutilazione dell’anima. Sappiamo nondimeno con certezza che l’amore di Dio per noi è la sostanza stessa di quest’amarezza e di questa mutilazione.

Simone Weil, Lettera a Joseph-Marie Perrin del 26 maggio 1942, estratto.
Traduzione di Maria Concetta Sala.

Lasciarsi fare

Jacopo Nacci, 2 giugno 2009

Simone Weil, L'ombra e la grazia, BompianiNon si può far nulla, assolutamente nulla, per coloro il cui Io è morto. Ma non si sa mai, in un essere umano determinato, se l’Io è morto o solo inanimato. Se non è morto, l’amore può rianimarlo, come se lo pungesse, ma solo l’amore completamente puro, senza la minima traccia di condiscendenza, perché la minima sfumatura di disprezzo precipita verso la morte.
Quando l’Io è ferito dall’esterno, per prima cosa si rivolta con estrema amarezza, come un animale che si dibatte. Ma quando l’Io è quasi morto, desidera esser finito e si lascia venir meno. Se allora l’amore lo risveglia, è un acutissimo dolore che genera ira contro chi l’ha provocato. Da ciò, negli essere degradati, le reazioni (apparentemente inspiegabili) di vendetta contro chi ha fatto loro del bene.
Accade anche che in colui che fa del bene l’amore non sia puro. Allora l’Io risvegliato dall’amore, ricevendo subito, dal disprezzo, una nuova ferita, provoca l’odio più amaro, odio legittimo.
In chi, invece, l’Io è totalmente morto, non c’è nessun imbarazzo per l’amore di cui è fatto oggetto. Si lascia fare; come i cani e i gatti che ricevono nutrimento, calore, e carezze e, come quelli, è avido di riceverne il più possibile. Secondo i casi, si affeziona come un cane o si lascia fare, con una specie di indifferenza, come un gatto. Beve senza il minimo scrupolo tutta l’energia di chiunque si occupi di lui.
Disgraziatamente, ogni opera caritatevole rischia di avere come clienti una maggioranza di persone senza scrupoli o, soprattutto, esseri in cui l’Io è stato ucciso.

Simone Weil, L’ombra e la grazia