Tentativo di autorecensione – parte prima

Jacopo Nacci, 22 luglio 2010

La settimana scorsa mi sono ritrovato qui a parlare, per la prima volta dopo tredici anni, di Tutti carini, un libro che ho pubblicato, per l’appunto, tredici anni or sono. Nella discussione sono emersi alcuni punti che ritengo interessanti, frazioni di un discorso che mi gira in testa da un paio d’anni a questa parte, cioè da quando ho cominciato ad avere la giusta distanza per ammettere serenamente che Tutti carini non mi piace e per riuscire a vederne con lucidità gli aspetti interessanti.

Dunque, Tutti carini non mi piace perché un suo grande pregio, l’urgenza, non è bilanciato da perizia e capacità di descrivere: è un libro dove l’urgenza sfonda il muro della descrizione; in termini schellinghiani: il fondamento oscuro del desiderio sfonda il logos, non si lascia ordinare, emerge alla realtà come errore, come mostro.

Però, dicevo, è un libro che ha aspetti interessanti.

In New Italian Epic, Wu Ming 1 definisce “una festa sull’orlo del baratro” il “postmodernismo da quattro soldi”, in special modo quello degli anni ’90:

L’artista postmoderno era pieno di sfiducia e disincanto nei confronti dei linguaggi e materiali che utilizzava. Non credeva di poterli più prendere sul serio, non dopo l’evaporare dell’idea (prettamente moderna) che nell’atto creativo potessero esservi rinnovamento, liberazione, raffiche d’ossigeno a spazzare le vie della vita. […] La via imboccata fu quella delle ricombinazioni ironiche, del gioco distaccato, dell’irrisione di qualunque codice nonché di qualunque illusione sul suo utilizzo… fino all’avvoltolarsi nel metadiscorso: irrisione verso l’irrisione stessa, corrosione dell’idea di corrosione, ironia nei confronti dell’ironia, parodie dell’idea di parodia. […] Il decorso del postmodernismo si può descrivere in una sola frase: col tempo il “buttarla in vacca” è divenuto sistematico.

Ecco, Tutti carini è una festa sull’orlo del baratro: l’immagine di una festa nichilista che scoppia sul treno che corre sull’orlo del mondo vi compare esplicitamente; esplicitamente vi compaiono pure le parole d’ordine del postmoderno: “fine della storia”, “fine del senso”, e questo è, evidentemente, il baratro.
Ma c’è una transizione di significato, perché l’io narrante non sta parlando di fine della Storia né di fine del Senso, ma di fine della sua storia, di un suo smarrimento del senso, della sua incapacità di confrontarsi con la storia e la vita, della sua incapacità di trovare un senso in un’ideologia, una narrazione, una direzione della storia (il manifesto troppista). Il postmoderno di Tutti carini è un postmoderno subìto, e subìto consapevolmente, e per nulla pacificamente. E fin qui ci staremmo comunque dentro: è un romanzo intimista. Tuttavia è opportuno mettere insieme i diversi pezzi per avere un quadro generale.

Vediamo un secondo pezzo: c’è l’ironia, ma anche qui le cose scricchiolano: il fulcro ironico di Tutti carini non è l’ironia postmoderna giustamente deprecata: non è cinismo, disincanto, presa di distanza e non la butta in vacca, piuttosto confina con l’autosarcasmo. In Tutti carini l’ironia postmoderna non è agita: è solo rappresentata, e su di essa è invece agita una seconda ironia: il risultato non è “dico una cosa impegnativa ma ne prendo le distanze” bensì “dico una cosa impegnativa dalla quale platealmente – con un’ironia ipersegnalata, con una risata ostentata – prendo le distanze, ma ecco che con un’ironia di secondo livello applicata all’ironia ipersegnalata sto dicendo che non c’è niente da ridere” (anzi, come cercherò di dire qui e soprattutto nella seconda parte, c’è una disperazione data dall’incapacità di rendere la tragedia). In questo assomigliava piuttosto a Scream di Wes Craven nell’esempio di Wu Ming 1:

Il sotto-genere “de paura” detto slasher (ragazza-inseguita-da-pazzo-mascherato-agitante-una-lama) è già un’espressione parodica e sarcastica; Scream di Wes Craven era meta-slasher, parodia intelligente del genere…

con la differenza che in Tutti carini il meta- recupera il pathos, mostra la tragedia non nel disincanto ma del disincanto, è una perenne crisi di collera afasica sul punto di esplodere perché le parole sono ormai disincantate e non si riesce a esprimere la tragedia come si vorrebbe. Ma essa è mostrata proprio nel mostrare questa crisi che si sforza di salire al linguaggio
E qui veniamo alla ricombinazione dei materiali, che in Tutti carini – come mostra il campionamento dagli Assalti Frontali, “se parliamo così, è perché è la nostra vita” – non è una presa di distanza, perché il campionamento è la vita dell’io narrante: lui si è formato così, è fatto così.
Ma di questo cercherò di dire nella seconda parte.

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2 commenti a “Tentativo di autorecensione – parte prima”

  1. Barbatreccia ha detto:

    Il video mi è piaciuto ; )====€
    (non l’avevo mai visto con quei capelli…)

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