Terzo luogo del nulla

jacopo nacci, 3 ottobre 2012

Il terzo dei tre pezzi su Pesaro che ho letto a Va bene uguale, il reading di domenica 30 settembre organizzato dal Quilombo nell’ambito di PerepePè.

(Qui il primo luogo del nulla, qui il secondo luogo del nulla)

Era un tardo pomeriggio d’inverno, un pomeriggio di pioggia. Io e quella che allora era la mia compagna eravamo andati all’Obi perché ci stavamo costruendo la casa dove volevamo abitare.
Camminavamo nei corridoi dell’Obi, e io pensavo: qua c’è un sacco di roba, deve esserci anche quello che vogliamo. Eppure, per quanti oggetti e parti di oggetti io potessi vedere, quegli oggetti mi sembravano tutti uguali, e non riuscivo a trascinarli fuori da lì e figurarmeli come sarebbero stati là dove avremmo dovuto metterli; all’improvviso non capivo a cosa potessero servirci. Guardavo le persone tutte intorno a me e pensavo: hanno una forza immaginativa portentosa, sanno separare uno di questi oggetti da tutti gli altri e immaginarlo in casa propria, o nel proprio giardino, e capire come sta, se gli piace, se gli dice, se c’entra e anzi se contribuisce a creare la suggestione che vogliono, l’immaginario che vogliono, la coerenza e il significato che cercano. E del resto, consideravo, cosa c’è di più facile del prendere un pezzo da un non-contesto e trasferirlo con la fantasia in un ambiente coerente, ispirato a un immaginario? Perché io non ci riesco?
E compresi cosa mi stava succedendo: per me l’Obi era già un contesto, incarnava un immaginario, coerente, totale: l’immaginario della fine degli immaginari, la fine della storia nella sua fase definitiva, il nulla realizzato, ovvero il nulla che non sa di essere nulla. Un luogo pazzesco, l’Obi, che distrugge le cose. Una distruzione al contrario, una distruzione permanente prima che le cose nascano, cose che forse non nasceranno mai e resteranno lì nella loro distruzione, smontate, decontestualizzate, senza la funzione che si suppone debbano avere, ma nella funzione di mostrarsi, esempi di se stesse.

Ricordo che, prima di entrare, mi ero fermato un istante sulla soglia dell’Obi, affascinato e insieme inorridito, dal camino da giardino. Questo coso, avevo pensato, è progettato sulla base di chissà quale tradizionale camino da giardino, uno tra i tanti possibili della storia, che è stato scelto e riprodotto in serie, con minime variazioni – talvolta solo nelle dimensioni – esibite come reali differenze. Dodici modelli di camini da giardino che erano tutti lo stesso camino da giardino. Questo oggetto, avevo pensato, discende ovviamente dall’oggetto dal quale discende, ma simulandolo lo distrugge. La manifattura nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Il fintovero, avevo pensato, questo oggetto, questi oggetti sono fintoveri.
Quindi, decisi, non è vero, e gli esseri umani che mi circondano non hanno, esattamente come non la ho io, nessuna capacità immaginativa portentosa; come lei e come me, replicheranno l’Obi nella loro casa; acquisteranno i materiali per la tavernetta, o il ruotone del carro da appoggiare alla fiancata della casa, come a Urbania; un passato che non c’è mai stato, un rustico industriale. E questi pezzi contaminati dal nulla non potranno che contagiare di nulla tutto quello che li circonderà nella loro nuova vita, che sarà solo simulata; pezzi di nulla che trasformano i luoghi in non-luoghi. E nessuno se ne accorgerà, perché anche il vero è definitivamente finto, pensai, mentre, avvicinandoci alla parete delle lampade a muro, vidi un quadrato di erba dell’Obi, che era effettivamente erba, erba vera inscatolata in un quadrato di legno, e messa sul pavimento dell’Obi, e la potevi prendere e installarla nel tuo giardino. O se non hai il giardino, la installi in sala, con il quadrato e tutto.
Giungemmo alla parete delle lampade a muro. Ogni modello di lampada era appeso alla parete, come se tutte quelle lampade fossero state le lampade di quella parete; sei metri di altezza, otto file di lampade, una fila sopra all’altra. Le guardavamo una per una e cercavamo di immaginare come sarebbero state dentro casa nostra. Facevo avanti e indietro davanti alla parete delle lampade, mentre sentivo qualcosa che cresceva dentro di me, che non era ansia, no, era piuttosto una forma attenuata di disperazione. Dicevo: quella, o anche quella; ma la verità è che se indugiavo a guardarne una per un po’, quella perdeva la forma e la sostanza, diventava uguale a tutte le altre, tutte finte, tutte agenti del nulla attraverso le quali il nulla minacciava di infiltrarsi nella nostra casa. A un certo punto la mia compagna si fermò: fissava qualcosa in alto, e senza distogliere lo sguardo sorrise e disse: “Guarda quella come è bella. È steampunk”. Ed era vero: una splendida lampada color del rame, con il braccio flessibile come quello di un robot antico; sembrava uscita dalla seconda rivoluzione industriale, sapeva di vapore; in quel mucchio di fintovero, splendeva di una suggestione concreta, perfetta per la nostra casa, per il nostro gusto, per quello che volevamo ottenere.
Ne prendemmo sei. Mentre eravamo in fila alla cassa, e tenevo la sua mano nella mia, guardai fuori, dove scorreva la pioggia sui camini fintoveri, e mi resi conto che quell’attutita disperazione che non smettevo di sentire cominciava a emanare un confortevole calore, e che stare in quel luogo mi piaceva, quel luogo mi piaceva, anche se non riuscivo a capire come fosse possibile. Ci sono arrivato con il tempo: mi piaceva perché il nulla totale non concede nessun appiglio a due mani congiunte. È facile credere in qualcosa al Beato Sante o agli Orti Giulii, è facile credere in qualcosa quando si vive tra architetture che esprimano una visione del mondo, un’ideologia, una mitologia, o anche solo un’estetica, una narrazione comunque più grande di noi alla quale le nostre piccole storie di esseri mortali possano aggrapparsi, nella quale possano inserirsi come nel naturale corso delle cose. Ma in un non-mondo, niente sostiene le nostre emozioni, niente sostiene le nostre vite e il desiderio di condividerle. Ed è per questo che, quando sono innamorato, adoro andare nei non-luoghi.

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3 commenti a “Terzo luogo del nulla”

  1. Federico Platania ha detto:

    Ti vendo in gran forma! Che belli questi pezzi.

    Due considerazioni:

    1) “è per questo che, quando sono innamorato, adoro andare nei non-luoghi”
    Interessante: si può pensare che certi spazi (es.: i centri commerciali) siano solo ricettacoli di individui alienati e depressi. Ma è anche vero (a me almeno capita così) che quando attraversiamo una fase positiva per motivi “alti” (esistenziali, spirituali, sentimentali) diventano più gustosi (cum grano salis) anche i piaceri “bassi” (es.: lo shopping idiota nei centri commerciali).

    2) “il nulla che non sa di essere nulla”
    Già. Ma, mi chiedo (e sono consapevolmente str… ehm, provocatorio): non vale questo per qualunque accumulazione? Non è forse anche una biblioteca di filosofia, con tutti i suoi volumi allineati sulle pareti, una forma del nulla che non sa di essere nulla?

  2. jacopo nacci ha detto:

    Grazie di nuovo, Federico.

    1) Sì, anche se farei una differenza: lo shopping è pur sempre un piacere, e non necessariamente ha a che fare con l’ambiente; è un po’ che invece mi interrogo sul perché certi spazi – i non-luoghi in un senso ampio e generalizzato dell’espressione – esercitino su di me un fascino sempre più forte mano a mano che cresco/invecchio (uso questa coppia di verbi insieme perché credo farlo non sia estraneo al discorso), e sto cercando di isolare un nucleo di ragioni: una è questa, appunto, che nel vuoto totale, dove nessun disegno ti sostiene, la solitudine è disperazione, ma la condivisione, l’alleanza, brilla di una luce sua, che, dato il luogo, non può essere sostenuta da una narrazione e dunque confusa con idoli indotti dall’immaginario (e tuttavia c’è il pericolo che possa essere sostenuta da una poetica del non-luogo: doppio inganno?). Tra l’altro, scrivendo questo terzo pezzo, non ho potuto fare a meno di pensare al tuo Buon lavoro e a L’ubicazione del bene di Falco. Questo discorso sulla poetica dei non-luoghi mi piacerebbe approfondirlo con te.

    2) Sì, cioè no, cioè boh. Per esempio il nulla del Campus del pezzo precedente è un nulla consapevole secondo me c’è una differenza di grado. Se la tua metafisica è ormai il nulla realizzato nel senso che cerco di dire, non sai nemmeno di avere una metafisica, non sai che è una metafisica del nulla, non vedi altra possibilità che quella perché non vedi nemmeno quella. Non so se mi sono spiegato senza perdermi nell’heideggeloquio… Anche qui, poi: sì, magari è ancora più ingannevole – e quindi “più nulla” – ciò che pensa di essere qualcosa, o ciò che ritiene di essere nulla ma non riesce a ritenerlo davvero, a concepirlo davvero, e la formulazione della proposizione mentale “sono nulla” è anzi la difesa della coscienza.

  3. Federico Platania ha detto:

    Sì. Le aziende di Buon lavoro, la periferia del Primo sangue e gli hotel di Bambini esclusi: tutti i libri che ho pubblicato fino ad ora partono da un luogo, hanno bisogno di uno spazio-teatro affinché la storia possa svilupparsi.

    Quello che mi piaceva del tuo ragionamento, l’intuizione che è risuonata nella mia testa, è che luoghi che inizialmente saremmo portati a definire squallidi o a valutare comunque negativamente presentano invece una forte carica positiva, sono fertili, consentono il brillare di una luce.

    Penso a quel romanzo (che non ho letto) di Coccioli in cui il protagonista raggiunge l’Illuminazione a Disneyland. Può sembrare una provocazione, un gioco dei contrari, ma dopo aver viaggiato un bel po’ negli Stati Uniti ho scoperto come una cosa del genere sia invece perfettamente plausibile. Pochi angoli della terra oggi mi sembrano “spirituali” (in senso lato) come gli USA.

    (che poi tutto questo è pure un “ramo” di una cosa nuova che sto scrivendo in questi giorni e di cui non mi dispiacerebbe farti leggere qualche pezzo, più in là… ^___^)

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