Tricolori (parte prima)

jacopo nacci, 19 marzo 2011

Ieri ci sono state le celebrazioni dei centocinquant’anni dell’unità d’Italia, e c’è stato il fioccare di tricolori nelle immagini dei profili facebook. Sarò molto semplice, perché parlo di come mi sento, e questa non è un’analisi se non di un sentire.
Quando vedo il tricolore, nella mia mente – così, su due piedi – non si formano le immagini dei nostri paesaggi pazzeschi, della nostra arte, della nostra letteratura, né viene richiamata l’idea della nostra lingua, che amo. Quando vedo la bandiera, le immagini che si formano nella mia mente e le idee che vengono richiamate alla mia mente sono l’inno di Mameli, le Frecce Tricolori, la retorica su Romanità e Risorgimento, e, al massimo, una poesia di Pascoli imparata a memoria.
Cioè: il simbolo rimanda a se stesso ovvero rimanda ad altri simboli che rimandano ai simboli stessi o al simbolo stesso. Nella mia mente la significazione è circolare, la simbologia è vuota.

Ma è  davvero vuota? Una significazione circolare, un simbolo vuoto, non sono forse in qualche modo politici, per difetto, per mancanza? Sì, perché se penso poco poco più profondamente ecco che dai tre colori del tricolore emerge un secondo strato di pensieri e immagini: la mafia, il sessismo, gli spaghetti, Berlusconi, la pizza, il calcio, la corruzione, il fascismo, il mattatoio di Genova, il tecnomisticismo, il familismo amorale, il pagliaccismo crudele, la celebrazione dell’ignoranza e della volgarità, lo sfacelo della cultura e della bellezza.
Ecco: la celebrazione dell’ignoranza e della volgarità, lo sfacelo della cultura e della bellezza. È solo quando giungo a questo secondo strato che si apre la via per un terzo strato, è solo qui che mi domando: quale cultura? quale bellezza?
Allora mi ricordo dei paesaggi, dell’arte, della letteratura, della lingua; e pure la romanità, il risorgimento, la retorica e anche la cucina acquistano una loro dimensione culturale, una loro cifra di valutazione, uno spessore, buono o cattivo che sia (e che sia o che non sia “italiano” il passato in questione).
(Solo ora che sto scrivendo mi viene in mente che secondo Wilhelm Reich tre sono gli strati caratteriali dell’essere umano: il superficiale è liberale, lo strato intermedio è fascista, lo strato più profondo è naturalmente sociale e dunque rivoluzionario)
E finalmente capisco perché anche il primo strato, nella sua vacuità, mi sta sulle palle; finalmente capisco perché lo trovo colpevole: perché il primo strato – lo strato del tricolore, dell’inno, della retorica – usa il terzo strato – i paesaggi, l’arte, la letteratura, la lingua, la cultura, la bellezza – come scusa per proteggere e convalidare la vergogna del secondo strato. Lo fa cancellando la consistenza e la complessità del terzo strato, estraendone i sostantivi e usandoli a giustificazione di qualsiasi schifezza; lo fa riducendo i paesaggi, l’arte, la letteratura, la lingua (“l’italiano!”) a sostantivi senza spessore, sostantivi di se stessi, e convogliando i sostantivi dentro la dichiarazione di italianità, come se, dicendosi italiani, si dicesse qualcosa che vale in sé, come se dire “sono italiano” connotasse cultura, arte, profonda umanità, ma nello stesso tempo “cultura”, “arte”, “umanità” non denotassero nulla, come fossero parole senza altro significato che le parole in se stesse; il primo strato mette queste parole a disposizione di chi, siccome «vuoi mettere la nostra cultura?», si permette d’essere ignorante e di celebrarla, l’ignoranza; ad uso di chi, siccome «noi siamo brava gente», si permette di picchiarla a sangue, la gente, o lasciarla morire in mare, o buttare fuori i bambini dalle mense scolastiche; il tricolore, i simboli, la retorica strumentalizzano quelle ricchezze; le svuotano, le offendono, e non lo fanno solo nella misura in cui le ignorano, ma anche, e forse di più, nella misura in cui non le ignorano.
Questo vedo, quando vedo il tricolore, o sento l’inno o vedo quel Napolitano lì, che parla.
Come tempo fa ho scritto:

Attribuiamo all’essere italiani un valore in sé, come se tutta la gloriosa nostra storia, e il genio italico riconosciuto da coloro che riconoscono un genio italico, e l’essere – si dice, e ci diciamo – amati non si capisce mai bene se come menti o cuori o macchiette, e poi la moda, il gusto per i suv, Mazzini, la nazionale di calcio, Toto Cutugno e il tricolore svuotato di Ciampi: come se tutto ciò si fosse concentrato e ridotto in un sasso verbale, l’affermazione “sono italiano”, e questa in sé non solo bastasse, non solo fosse autosufficiente, ma fosse in tenuta antisommossa. “Adesso vi faccio vedere come muore un italiano!”

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