Un posto piccolo

Jacopo Nacci, 7 novembre 2007

In un posto piccolo la gente coltiva piccoli avvenimenti. Il piccolo avvenimento viene isolato, ingrandito, rimuginato e infine assorbito dal quotidiano, sicché in ogni momento gli abitanti del posto possono ritrovarselo sulla punta della lingua. Per chi abita in un posto piccolo ogni avvenimento è un avvenimento domestico; la gente di un posto piccolo non riesce a vedersi in un contesto più grande, non riesce a vedersi come l’anello di una catena di qualcosa, qualsiasi cosa. La gente di un posto piccolo vede l’avvenimento in lontananza che le punta direttamente contro e dice: «Ecco che quella cosa mi punta contro». La gente di un posto piccolo, poi, vive l’avvenimento come se ce l’avesse appollaiato in testa, sulle spalle, e si sente schiacciata da quell’enorme fardello, così che non riesce a respirare come si deve e non riesce a pensare come si deve e dice: «Quella cosa che prima stava solo venendo verso di me adesso ce l’ho proprio sopra», e vivono così, finché assorbono l’avvenimento ed esso entra a far parte della loro vita, diventa una parte di ciò che sono veramente, completandoli, finché non sopraggiunge un altro avvenimento e il processo ricomincia.

La gente di un posto piccolo non è in grado di render conto esattamente, fino in fondo, di sé. La gente di un posto piccolo non è in grado di render conto esattamente, fino in fondo, degli avvenimenti (per quanto piccoli essi siano). Non glielo si può certo rimproverare; render conto esattamente, fino in fondo, di qualcosa non è mai possibile. (L’ora del giorno, il giorno dell’anno in cui certe navi salpano, è un dettaglio piccolissimo in qualsiasi contesto, in qualsiasi storia; ma il contesto stesso, la storia stessa, dipendono da cose che non è mai possibile definire con chiarezza). La gente di un posto piccolo può non avere alcun interesse per l’esattezza, per l’andare fino in fondo alle cose, poiché ciò richiederebbe una valutazione attenta, una riflessione attenta, un giudizio attento, un’indagine attenta. Richiederebbe l’invenzione di un silenzio, al cui interno poter svolgere tutto ciò. Richiederebbe una riconsiderazione, un adattamento, del modo in cui la gente comprende l’esistenza del Tempo. Per la gente di un posto piccolo la suddivisione del Tempo in Passato, Presente e Futuro non esiste. Un avvenimento accaduto cent’anni fa può essere altrettanto vivido di un avvenimento che sta accadendo in questo istante. E poi, un avvenimento che sta accadendo in questo istante può irradiare intorno a sé una luce così fioca che è come se fosse accaduto cent’anni fa. Nessuna azione del presente è pianificata tenendo conto dei suoi effetti sul futuro. Quando il futuro, con i suoi avvenimenti, arriva, se ne rintracciano in retrospettiva le origini, come in trance, e al termine del percorso gli abitanti di un posto piccolo, con la bocca e gli occhi spalancati per lo stupore, appaiono come tanti bambini cui sono stati mostrati i segreti di un trucco.

Jamaica Kincaid, Un posto piccolo

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2 commenti a “Un posto piccolo”

  1. anarcadia ha detto:

    E’ un capolavoro, mai sarei riuscito a spiegare così bene la provincia (so che lui non spiega la provincia, ma in un certo qual modo lo fa, no?). Ho temuto per un istante fosse tuo, e mi sarebbe seccato consumare in questo modo le ginocchia dei miei pantaloni.

    Ora la domanda è: perchè l’ha pubblicato l’Adelphi?

  2. jacopo nacci ha detto:

    Dunque.
    Lui è una lei, e se vuoi, parla della provincia perché parla di Antigua.
    Perché lo pubblica l’Adelphi? Complottista che non sei altro.
    Se ti capita leggi le sue opere, in particolare Autobiografia di mia madre. Vale la pena.

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