Zambot 3: la luna di Tomino

Jacopo Nacci, 1 ottobre 2007

La famiglia Jin è approdata sulla Terra trecento anni fa in seguito alla distruzione del pianeta Biar da parte delle armate dei Gaizok. Ora i Gaizok attaccano la Terra. Kappei, Uchuta e Keiko sono tre giovanissimi Jin cresciuti per pilotare i tre moduli dello Zambot 3, il robot che difenderà la Terra dai Gaizok. Al di là dell’odio dei terrestri nei confronti dei Jin, ritenuti a torto causa dell’invasione (che peraltro è un motivo già presente in Kyashan), il canovaccio di Zambot 3 (Yoshiyuki Tomino, 1977) è a prima vista privo di qualunque originalità; le animazioni sono faticose, i disegni spartani; il mondo di Zambot è rudimentale, fatto di mare aperto o montagne rocciose. Un elemento particolarmente fastidioso poi è la rappresentazione dei Gaizok: il luogotenente Butcher entra sempre in scena con una risatina mefistofelica; le buffonate nella nave nemica sono patetiche, talvolta imbarazzanti.
Eppure a metà serie, all’improvviso, mentre stai per addormentarti, ecco che i Gaizok si travestono da protezione civile e cominciano a radunare profughi terrestri in campi di accoglienza fasulli. In questi campi i Gaizok operano i profughi installando nel loro corpo bombe a orologeria; dopodiché cancellano loro la memoria e li liberano. L’unico segno che distingue le bombe umane è una piccola stella viola sulla schiena, dove il diretto interessato non può vederla.
Tomino non si limita a raccontare questa storia, né a mostrare individui che all’improvviso esplodono. Entra nella vita dei personaggi e mette in scena la disperazione.

Un container sformato è ciò che rimane della stanza di Kappei, dove il ragazzo aveva ospitato la sua amica Aki, sfuggita ai Gaizok senza ricordarsi bene come. Stesa sul letto, mentre leggeva, con il pigiama di Kappei addosso, Aki è esplosa.

I Gaizok: la divaricazione tra il loro essere ridicoli e il loro essere crudeli apre un fastidioso abisso di antimateria nello stomaco, va al di là della rappresentazione della banalità del male, va al di là della ricerca del contrasto. La nave nemica assomiglia a un pupazzone, i mostri sembrano giganteschi pagliacci colorati acidamente: tutto nei Gaizok è insieme estremamente stupido ed estremamente crudele, e, da cartone di robottoni, Zambot 3 si trasforma via via in una tragedia dell’assurdo, nel corso della quale sorge persino un dubbio circa il controllo dell’autore sul proprio intelletto e sulle proprie emozioni. Nelle ultime puntate scompaiono, con il sorriso sulle labbra, i più importanti comprimari: vanno a massacrarsi contro il nemico, aprendo varchi al robot. Persino Uchuta e Keiko si abbatteranno con i loro moduli contro la base nemica per fare strada a Kappei. Faccia a faccia con Butcher, che si rivela un cyborg, Kappei si sente rivolgere domande estenuanti e irritanti sulla gratuità del servizio offerto dai Jin alla Terra. Poi Butcher esplode. Il tempo di un episodio e Kappei, penetrato al centro della base nemica proprio grazie al sacrificio di Keiko e Uchuta, si sente rivolgere le medesime domande dal supremo Gaizok: un cervello gigantesco e lisergico che si qualifica come sbirro cosmico addetto alla disinfestazione dell’universo dagli esseri meschini. Se anche un solo terrestre vi dimostasse gratitudine, dice Gaizok, il vostro sacrificio avrebbe avuto un senso; ma nelle condizioni attuali non ne ha alcuno. Di fronte al sentenziare di Gaizok, come di fronte a quello di Butcher, Kappei non è in grado di rispondere. Se la giustizia cosmica contro la quale Kappei si è rivoltato non conosce gratuità, dal canto suo la gratuità di Kappei rimane inesplicabile, può essere solo agita. Con buona pace del defunto Gaizok i terrestri accoglieranno festanti e grati un Kappei che precipita nella baia dove era cominciata la storia. Ma Gaizok non potrà mai saperlo e l’incomunicabilità sarà salva.
Tomino mette in scena una complessa cosmogonia, dove la trinità dello Zambot – potenza, strategia, comunicazione sono le tre mansioni svolte da Kappei, Uchuta e Keiko – prende le armi contro la giustizia, una giustizia, peraltro, che è priva di emotività solo concettualmente, dato che genera giustizieri che nella crudeltà si esaltano. Tutto sommato Zambot 3 assomiglia a un lavoro di Nagai, ma affrontato con una disperazione che sembra estranea persino al maestro.
Zambot 3 è un anime di super robot sugli anime di super robot, spesso opere di una generazione ribellatasi contro la ferrea disciplina di chi aveva fatto la guerra: Zambot 3 non solo celebra l’azione gratuita che rompe la catena mondana delle reazioni, ma suggerisce anche la fisionomia di chi sarebbe capace di compierla: Keiko e Uchuta sono due ragazzi che non hanno mai lavorato, non hanno mai messo su famiglia, né avuto figli; sono solo andati a scuola e, in un’epoca catastrofica, hanno pilotato robot nello spazio come gli eroi degli anime, e nello spazio sono morti con la fiducia e la determinazione di chi è capace di pensare l’altro dall’esistente.

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