Del resto lo statuto stesso dei poteri di Nanako è reso ambiguo da una gag che compare sia nel fumetto sia nel cartone, ma che nel fumetto non è una gag prima che il cartone ci torni sopra con una gag diversa che di fatto trasforma retroattivamente quella del fumetto in una gag. Nel fumetto Yotsuya (Leonetto) spiega a Iidabashi (Bobolo) di aver scoperto lui i poteri di Nanako, e di averli potenziati:
«All’inizio sapeva staccarsi da terra solo di dieci centimetri. È stato grazie all’amplificatore di superpoteri di mia invenzione se ha raggiunto questo livello».
Nanako SOS è un manga di Hideo Azuma uscito in Giappone tra il 1980 e il 1985, con qualche nuovo capitolo tra il 2001 e il 2004. In Italia è stato pubblicato da Magic Press Edizioni. I più anziani fra noi conoscono molto bene il personaggio: si tratta della Nanà Supergirl che ha allietato i pomeriggi di Italia Uno negli anni Ottanta. Ma chi leggesse Nanako SOS convinto di trovarvi la supereroina che indossa un costume, invoca la concentrazione telecinetica e salva il mondo in compagnia di due pennuti meccanici, forse rimarrebbe deluso, o forse no. Io no.
Keiji Nakazawa, Colpiti da una pioggia nera (1968)
Di storia in storia, noi vediamo crescere sotto i nostri occhi quello che sarà, nel 1973, l’inferno rappresentazionale di Hadashi no Gen: i corpi con la pelle che cola dalle braccia, i volti trapassati dalle schegge di vetro, le persone intrappolate sotto le case crollate, tra le fiamme che avanzano. È come se Nakazawa ridisegnasse continuamente la stessa scena, forse nel tentativo di esaurire il pozzo di un ricordo che di per sé rifiuta la rappresentazione, forse nella speranza di imprimere una verità nel tempo in modo più indelebile, o forse solo prendendo sempre più coraggio.
Su n3rdcore.it, ho scritto di “Colpiti da una pioggia nera”, l’antologia dei racconti pre-Gen di Keiji Nakazawa
Questo articolo è comparso su Linus del novembre 2025
Evangelion (1995), episodio nove: Asuka e Shinji
Nel nono episodio di Evangelion, l’avversario degli Eva è l’angelo Israfel, contraddistinto dal simbolo del Tao. Israfel può dividersi in due, e può essere sconfitto solo se entrambe le entità vengono colpite al nucleo nello stesso istante: Asuka e Shinji devono dunque imparare a coordinarsi per portare gli stessi attacchi, in contemporanea, alle due metà dell’angelo.
Ogni volta che vedo l’episodio nove non riesco a non pensare a Gakeen, un anime robotico minore del 1976. Gli eroi di Gakeen sono Takeru e Mai, due ragazzi entrambi orfani di madre ed entrambi dotati di poteri magnetici: lui li ha ricevuti dal fulmine che ha ucciso sua madre, lei li ha ottenuti dopo essere stata sottoposta dal padre a esperimenti sfibranti. Proprio sotto la guida del padre di Mai, i due ragazzi imparano a unirsi in una sorta di fusione alchemica che culmina nell’attivazione del robot magnetico Gakeen. Continua a leggere questo post
Ho appena finito di ascoltare Anime, il podcast di Eleonora Caruso e Andrea Di Lecce sui topoi e i generi storici dei cartoni giapponesi, una trasmissione per cui vale la pena di iscriversi ai quattordici giorni di prova di Storytel e comunque usarne solo uno per fare bingelistening sui dieci episodi da quaranta minuti circa. Perché Eleonora Caruso è, semplicemente, la migliore. Come si può constatare leggendo il suo pezzo su Sailor Moon, o quello su Video Girl Ai, o quello su Oscar, o quello sui Cavalieri dello Zodiaco.
Quando su facebook e twitter i boomer e i millennial si scannano tra loro, gli x si ricordano che hanno una casa: i blog. Yattaran ha ancora qualche problema, che conto di risolvere, ma intanto è doveroso aggiornare con due cose, una del 2020 e una del 2021.
Alla fine dell’anno scorso, per Esquire, ho eletto Vivere mille vite. Storia familiare dei videogiochi di Lorenzo Fantoni, uscito per effequ, miglior-saggio-del-2020-per-me. Le ragioni le trovate nella breve recensione che sta in fondo – ma proprio in fondo – all’articolo collettivo.
Qualche mese fa invece ho avuto il piacere di intervistare Fabio Bartoli – tra l’altro per N3rdcore, proprio il sito diretto da Lorenzo Fantoni – in occasione dell’uscita del suo Anime e sport (Tunué) che parla, indovinato, di anime e sport. Fabio è autore di Mangascienza, un classico degli studi sugli anime, che ho divorato e che è stato fondamentale per l’elaborazione di Guida ai super robot. L’intervista la trovate qui.
Configurazione Tundra è un libro intenso, breve, onirico, che si sviluppa in profondità più che in estensione e dunque istiga alla rilettura: un poco per farsi cercatori di quei legami tra le parole, quegli scivolamenti di senso, quei punti segreti che, magari, alla prima lettura, immersi com’eravamo nel sogno, sono in parte sfuggiti; e un poco per il gusto di riaddormentarsi e sognare ancora, di lasciarsi affascinare dal mondo ovattato modellato da Marta Fiani, e prendere sempre più coscienza del fatto che una parte di noi ne è inevitabilmente e pericolosamente sedotta.
Su Esquire parlo dell’esordio di Elena Giorgiana Mirabelli
Inverno ’ 89: una tempesta in Colorado, un cambio di turno in aeroporto, mio padre che va in vacanza, un aereo che tenta di far scalo, un’isola in mezzo all’oceano, una mappa che non si trova, un pilota distratto, un errore, una montagna, leggerezza, un ragazzo alla torre di controllo, una donna che va a fare la spesa, un altro errore, le nuvole, un boato, niente fiamme. Cinque anni fa ho deciso di vedermela con questa storia. Sono andata sull’isola e ci sono rimasta un mese. Ho fatto riprese e ho scritto un diario. Quando sono tornata ho letto tutto ciò che ho trovato sull’incidente, ora so un sacco di cose sugli aerei. Ho iniziato un lento lavoro di ricerca negli archivi filmici e fotografici di famiglia per conoscere mio padre attraverso il suo sguardo e lo sguardo degli altri. In questo percorso ho inaspettatamente incontrato mia madre, mia sorella e anche me stessa. Questa non è la mia storia privata, nel disastro aereo delle Azzorre hanno perso la vita 144 persone.
Avevo letto il diario di viaggio di Cecilia alle Azzorre prima che trovasse un editore: è un romanzo straordinario, un estratto, distillato in prosa, di quel mostruoso processo di restituzione del reale in cui consiste l’opera aperta multimediale a cui Cecilia si sta dedicando da anni e di cui This HOME is NOT A Temple rappresenta una summa e una sintesi, un giardino di materiali differenti, organizzati in temi differenti, su supporti differenti e offerti al visitatore in una dislocazione spaziale che permette percorsi molteplici, diversi, e di fatto mai totali se non si è Cecilia Giampaoli.
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