Golden Hours (sul culto degli dèi)

Ricordi cosa successe a quei due che non siamo più noi, quest’estate? Estate? La loro seconda estate insieme, no? Senza inverni: non hanno mai vissuto un inverno. La tristezza arrivò la notte prima, mentre dormivano. Quel giorno, quando lui rientrò dopo averla accompagnata all’autobus, la tristezza stava ancora lì. Pensava:
la tristezza viene prima che tu te ne vada, perché nasce dal fatto che te ne andrai, eterno ritorno di quando te ne sei andata per tanto, tanto.
In via Rizzoli, dall’altra parte della strada rispetto alla fermata dell’autobus sul quale lei saliva per farsi riportare a casa, c’era spesso una ragazza che stava rannicchiata ai piedi di un pilastro del portico. Pregava con un animale di pezza tra le mani, stringeva le mani in un solo pugno attorno al piccolo animale di pezza, vi appoggiava la fronte pallida, e restava così. Teneva sempre davanti a sé un cappello minuscolo, sempre vuoto, e un rettangolo di cartone con su scritto “ho fame vi prego aiutatemi”. Avrà avuto sì e no ventiquattr’anni. Qualche giorno prima della notte in cui arrivò la tristezza lui aveva lasciato cinquanta centesimi nel cappello, la ragazza aveva alzato il viso dalla pezza e aveva detto “grazie”, sorridendo. Quel giorno, quel giorno di tristezza, dopo il gelato, quando lei salì sull’autobus, lui attraversò la strada e vide la ragazza che si disperava la fronte sulla sua bestia di pezza sporca. Cambiò strada. Quando tornò a casa c’era la tristezza, e alla televisione c’erano le olimpiadi. Pensava:
Forse ho smesso di amarti, forse è stato quando tu hai ghignato e detto: tu lo farai, perché sei innamorato di me.
Mise la zucchina a bollire, con un po’ d’aglio. Non ne capiva nulla, ma sai com’era, ogni volta ne inventava una nuova. Era senza metodo, come me. Fece stringere la passata, bella scura e grumosa. Scolò i sedanini, distillò un po’ d’olio. Niente male. Uscì un istante sul terrazzo: si stava proprio bene fuori. Non volle perdere tempo. Rientrò in cucina. Mise tutto dentro una vaschetta di stagnola con della carta sopra, e poi mise la vaschetta in una busta, assieme ad una forchetta di plastica e due pezze di scottex. Prese la busta, le chiavi, uscì. Pensava:
Forse è stato quando lo scottex era nella vasca a inzupparsi e tu eri alla finestra del bagno, assorta nel lago grigio delle nubi, attendendo un temporale estivo che poi ti ha delusa, e non ti eri nemmeno chinata per salvarlo, lo avevi visto ma non avevi fatto nulla, lo hai lasciato annegare.
Vide il riquadro in fondo a via Oberdan, un riquadro completamente arancione: la tinta dei muri, le persiane e i vetri, i cornicioni, i tetti, le grondaie, le antenne e il cielo, ogni cosa era di una diversa sfumatura di arancione. Si affrettò verso il riquadro che si ingrandiva finché sbucò nell’arancione accecante di via Rizzoli. Allora prese a battere il portico, tentando di focalizzare lo sguardo ai piedi di ogni pilastro, per trovare la dea di via Rizzoli, per servirle la sua cena.

Rapporti, no?

Begotti mi chiama alle nove di sera e mi dice:
– Senti, per quella cosa che dicevi tu, si può fare, si può fare. Però bisogna che stiamo attenti. E poi bisogna che tu venga da me, così facciamo un po’ di conti.
– Quando? Domani va bene?
– Domani va bene, vieni alle tre e mezzo.
– Ok, alle tre e mezzo sono da lei.

Raggiungo Rah e andiamo all’Infedele. Prendiamo un nebbiolo.
– Te l’ho postato, te l’ho detto, – fa lui, – hai alzato il tiro, era ora. Lì per lì, quando ho visto New-Clear Wordz ho detto: ecco un bel progetto di Jago. Poi però non mi piaceva: Lan Tze non mi è piaciuto per un cazzo.
– Lan Tze era un sogno, un clima, c’è una contraddizione in fondo a Obiettivi e Sensibili: valorizzzare la scrittura in sé e per sé, come esercizio quotidiano senza pretese, e però cercare le nuove parole, per andare più in fondo: sto sempre a orbitare attorno al nulla come una cazzo di teologia negativa, e poi ’sta cazzo di tesi mi sta uccidendo i sentimenti, mi si è richiuso il terzo occhio, non sento un cazzo, e poi non ho nemmeno il tempo per stenderli, i racconti, e farli fermentare. E poi c’è anche… hai visto CapelliRossi?
– L’ho visto, è molto bello. Però vedi: è bello perché è puro, è genuino, è autentico, ed è anche scritto bene, però manca quella formalizzazione di mestiere, quella forma-racconto che fa lo scrittore consumato.
– Merda Rah, lo capisci che è quello che vorrei riconquistare e non è possibile? Non è più possibile perché la forma ti frega, e la tua spontaneità va a puttane per sempre. Mmuum quella roba ce l’ha nel sangue. Dovrei avere il tempo di ritrovare me stesso, la filosofia mi sta rendendo troppo analitico, troppo scientifico.
– Comunque va bene così – fa Rah, – quando c’è una contraddizione va sempre bene.

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?Battiato

Con il Corano chiuso affinché il Profeta non sentisse


Limùn mi trasmetteva la segreta tradizione del cesso siberiano


che è costituito di due bastoni tantrici:


uno per tenerci appesi i pantaloni


e uno per allontanare i lupi





E l’amante del grande matadòr Carlito Franco


che aveva ucciso più di quattrocento torelli di Pamplona


morì perché la scienza medica a lei contemporanea


rinvigorì la tradizione iberica che era anche ippocratica


dei testicoli del toro in pignatta di catrame





Ooo ai event felt so mach gudbiing in mai innerself





E io e Vlad Lemma nascondevamo sotto ai letti del collegio


giornaletti pornografici omosessuali


di origine ghanese


nei corridoi facevano la ronda


le monache rosse di Xegranova Blatah


che si radevano la barba ogni quattr’ore


e celavano le mazze micidiali sotto alle lunghe tonache purpuree





In Scandinavia Peterinia mi insegnava


a pescare i salmoni con le mani


come fanno ancora oggi gli orsi grizzly in Canadà


e i monaci botanici di Lecco


nei rari momenti di lucidità


e mentre la notte durava per sei mesi ella mi scaldava


con falò di ghiaccio lappone e liquor di foca uppsalica





Ooo ai event felt so mach gudbiing in mai innerself




Blinshi lingi shamisè camuvàaas


Blinshi lingi shamisè camuvàaas


Blinshi lingi shamisè camuvàaas


Blinshi lingi shamisè camuvàaas


Laaa-lallalallà, laaa-lallalallà.

St. Elmo’s Fire (ecco i miei denti)

Il primo non può farcela, sai? Lo vedo, trasuda rabbia, è nervoso. Anche il suo corpo tradisce qualcosa della devianza repressa. La provincia fa male, sai? Ci sono dei maschietti che non riescono a mollare né la diversità né il paesotto, allora sviluppano questo strato adiposo compatto ed omogeneo, parlano la forma del nervosismo, perdono un po’ di ironia. Ripenso il suo linguaggio mentre sono in treno per venire da te che intanto sei altrove. I suoi pregiudizi non sono creativi, non sono prese di posizione ma sentieri battuti da tanti nei boschi turistici per i bianchi. Non ha bersagli originali: lui crede davvero, è sul serio, capisci? Lui vive per metà nel suo mondo, per l’altra metà nella metà peggiore del resto del mondo. Resiste a fatica al grande gorgo dell’epiteto, capisci che quando non ci cade si sta sforzando. Allora hai paura, vuoi afferrarlo, ma non per lui, ché tanto non smette di sotto-pensare ciò che sotto-pensa, no, lo fai per l’estetica, e ti fai ipocrita, ti fai perbenista, quasi pensi che se non lo dice non lo è, dici: no, non scivolare, non scivolarmi qui. Lui non vede, ed è per questo che non può, vede i fantasmi, non è lucido; non che sia malvagio, ma non è lucido, è preda delle ombre, vive nel sogno: non ha attenzione. Mi domando quanto di lui è in me, quanto della mia purezza sia terrore, quanto del mio odio politico sia la rabbia tra-sudata: quanto io possa capirlo in virtù della nostra sottile, parziale identità. Lui non sente le nuove-chiare parole. Gli manca quel minimo di razionalità per vedere che ogni individuo è vittima, e solo la macchina è colpevole. Questo è un grado di razionalità necessaria, credo, un ingrediente fondamentale della condizione del praticante: non sentirsi mai migliore dei propri personaggi. Io lo chiamo pietas, ma non so se il nome è giusto.

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Gli stolzi

Salgono gli stolzi
Salgono le scale del palazzo nella notte
Senza faccia, tutti informi e scuri
Saltano leggeri e lunghi
Saltano i gradini a piedi pari
In fila, uno dopo l’altro
Entrano nella tua stanza
In fila, uno dopo l’altro
Fanno "gu… gu…", tra di loro
Fanno "gu… gu…" intorno al tuo letto.